OVUNQUE

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Erica Monzali, Avanzo (Tecnica mista, pennarello nero e pastello)

“Ho venticinque anni e sono nata a Castel San Giovanni (un paesino sperduto nella provincia di Piacenza) il 22 aprile 1990. Dopo il diploma al liceo classico, mi sono laureata in Graphic Design & Art Direction presso la Nuova Accademia di Belle Arti a Milano (NABA). Ho lavorato per alcuni mesi come grafica presso lo Studio&3 di Piacenza, poi mi sono trasferita a Torino dove ho frequentato il biennio di scrittura e storytelling della Scuola Holden. Vivo in una mansarda di tredici metri quadrati a Torino dove scrivo, leggo e lavoro da freelance. Sono appassionata di fotografia, di whisky e di viaggi organizzati all’ultimo.”
È Laura Fusconi, per la prima volta su Verde con Ovunque.
Illustrazione di Erica Monzali (Avanzo).

Sono venuta e Edimburgo e non te l’ho detto. Ti cerco da tre giorni e ti vedo ovunque. Ti vedo per le strade, con i capelli bagnati e i jeans che ti stanno larghi perché sei magro, mentre suoni la chitarra e chiedi l’elemosina, seduto sui gradini davanti a St. Giles. Ti vedo quando porti fuori il cane sotto Princes Street, mentre parli con qualcuno che non conosco. Ti vedo dentro ogni pub, oltre i vetri rigati di pioggia, mentre bevi una birra con i gomiti appoggiati al bancone.

Ho le labbra secche, la gola ruvida e lo stomaco spaccato a metà. Ogni tanto mi gira la testa. Non ho ancora mangiato nulla da quando sono qui, ma non ho fame. Andrei in un angolo e vomiterei per terra tutta la voglia che ho di te, per poi guardarla e magari capirci qualcosa. Quando mi hai lasciata sono rimasta a guardarmi allo specchio per giorni. Non mi hai nemmeno detto che mi lasciavi, lo sapevo e basta. Ti immagino scopare ragazze stupende, sarebbe un delitto se così non fosse. Ho orgasmi fortissimi quando mi tocco.

Le chiese nere mi sembrano finte, come le case schiacciate l’una nell’altra. I negozi di periferia mi fanno ridere: sono tutti così quadrati, così ordinati, così inutili. La maggior parte è di beneficenza. Ho con me una borsa sola. Ogni tanto mi pare pesantissima, come se stesse per risucchiarmi chissà dove.

In questo momento non ho voglia di dirti niente e nemmeno di ascoltare quello che tu avresti da dire. Non ho voglia di sentire la tua voce, le tue ansie, le tue complicazioni. Anelo al nulla. A stare con te in una casa morta, senza finestre e senza mobili, con le pareti che si sciolgono su di noi mentre tu sei dentro di me, mentre tu sei me. Ogni volta che immagino la tua pelle, le mie mani tremano. Conosco così bene il tuo corpo. Potrei modellarlo nell’aria davanti a ogni porta, in cerca della tua. La consistenza dei tuoi capelli. La linea della tua spina dorsale. Il sapore delle tue labbra dopo che mi hai leccata. Il profumo del tuo sudore.
Ti facevo mancare l’aria, dicevi.

Ti vedo ovunque. Cammini di fianco a me, mi trascini sotto ogni portone, le nostre pupille si inseguono, i nostri corpi si cercano. Io guardo noi da fuori. Rimango immobile. Mi devo appoggiare a qualcosa perché inizio a respirare troppo forte. Ti bacio la pancia. Ti bacio il petto. Guardo il tuo profilo in penombra, il tuo mento sopra il mio viso. Ti vedo raggomitolato in un angolo, indifeso, piccolo. Quanto sei magro. Vorrei accarezzarti per ore. Contarti le costole e costruire mondi per te. Dirti che va tutto bene, che l’unica cosa che devi fare è scappare via, salvarti. Vorrei urlarti che l’aria te la posso creare io invece di fartela mancare, vorrei mostrarti quello che so del mondo e scopare con te in ogni vicolo sudicio della periferia di ogni città, con la schiena bagnata, sentirti gemere, sentirti spingere, sentirti.

Mentre cerco la tua porta qualcuno afferra la mia borsa, come se volesse rubarla. Mi volto pronta a lottare ma vedo solo gli occhi blu di una ragazza stupenda, una di quelle che ti scopi.
«Che cazzo fai?», le urlo.
«You’ve lost this», dice e mi porge una mia maglietta sporca, arrotolata. È una delle mie, quella grigia.
«What the hell is it?», dice ancora, soppesandola.
Gliela strappo di mano e me ne vado senza ringraziarla perché ha i capelli puliti e i denti bianchi. Detesto le ragazze stupende.

La sera del quinto giorno che sono qua ti vedo in fondo a un pub fuori dal centro, dove la musica rimbomba fino in strada. Indossi una camicia a quadretti blu e neri che non ti ho mai visto addosso. Ti sta larga. Dio, quanto sei magro. Tu mi vedi e resti a guardarmi: mi riconosci. Sono io, sono qui. Vieni verso di me, so che non puoi fare altro. Io ti prendo per mano e ti porto fuori. Non c’è bisogno di parlare.

La mia lingua è nella tua bocca, la tua mano destra tra le mie gambe. Siamo in un vicolo stretto, schiacciati contro un muro bagnato. Sento un sasso appuntito che mi ferisce la schiena. La tua erezione mi preme contro la pancia. Chiudo gli occhi, non voglio sentire altro.

Mi siedo sul letto ancora vestita, nella penombra della stanza. Le molle cigolano, il materasso è di gommapiuma. Stringo per un attimo la mia borsa mentre tu ti sbottoni la camicia, poi la appoggio di fianco a me. Di tutte le case che hai cambiato da quando sei qui, questa è quella che mi piace di meno. Forse per via delle tende lilla. Detesto il lilla.

Ti avvicini a me e io lecco la tua pancia piatta e ti accarezzo i peli pubici. Sei talmente tu, talmente bello. Hai gli occhi chiusi e guardi in alto. Vuoi che scenda. Io invece mi alzo in piedi, senza staccare la mia lingua dalla tua pelle e con la mano destra prendo dalla borsa, dalla maglietta grigia che lo avvolge, il coltello che ho comprato il primo giorno che sono arrivata qui. Te lo pianto nel ventre una, due, tre volte, poi smetto di contarle. Non riesco a decifrare il tuo sguardo mentre ti bacio con gli occhi aperti, inghiottendo le urla che ti sono morte in gola. Con una mano ti stringo il cazzo ancora duro. Ti accasci su di me. Tu, mio.

Siamo una cosa sola, coricati sul pavimento. Mi faccio un taglio sul braccio sinistro e premo la ferita sul tuo ventre. Voglio sentire il tuo sangue scorrere nelle mie vene e alimentare un cuore che non è il tuo e non è più solo il mio.

Fuori piove. Ho usato la tua doccia e i miei capelli sono ancora bagnati. Mi fermo a parlare con un barbone. Forse dormiva, ma io ci parlo lo stesso. Ho voglia di sentire la sua voce. Lui impreca e si gira dall’altra parte. Gli butto addosso le tende lilla che ho strappato da casa tua e me ne vado.
Ho fame, come se dovessi mangiare per due persone. Mi fermo in un McDonalds dove un nero sulla porta mi dice: «Dovresti mangiare di più, ragazza». Ordino cinque hamburger da una sterlina l’uno, ne mangio mezzo, poi vado a buttare gli altri da North Bridge.

Sono a Edimburgo da una settimana ormai. Non so dove abiti ora. Passo davanti a una delle tue vecchie case, quella dove vivevi prima di trasferirti nel monolocale con le tende lilla, e tu sei lì, seduto sui gradini d’ingresso che bevi una birra. Mi guardi mentre mi avvicino, mi hai riconosciuta. Ti sorrido. Non hai gli occhi azzurri come l’ultima volta che ti ho visto.

 

Laura Fusconi

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