PROMEMORIA

cosmonauta idroponica

Anita Pankoff, Cosmonauta idroponica

Reggiano, classe 1981, addetto stampa, Milo Busanelli ha realizzato alcuni cortometraggi e scritto tre sceneggiature per lungometraggi, finaliste al Riff e al Sonar (dove ha ricevuto una borsa di studio). I suoi racconti sono stati selezionati al concorso 8×8 e pubblicati su Cadillac, inutile, #self, Zibaldoni, Squadernauti, L’Inquieto, Ellin Selae, Il Colophon, Argo, la rassegna stampa di Oblique, Cattedrale e Nazione Indiana.
Con Promemoria è per la prima volta su Verde.
Illustrazione di Anita Pankoff (Cosmonauta idroponica).

Per anni si preoccupa del gatto, per paura non lo lascia andare sul balcone, poi il gatto muore di vecchiaia e di sotto ci finisce lei. In fondo tre piani non sono tanti, per un gatto. Invece la moglie muore sul colpo.
Per prima cosa apre l’armadio e getta i suoi vestiti. Poi butta il cuscino, le coperte e le lenzuola. Butta l’altro comodino. Sul letto matrimoniale sente il suo odore, allora lo porta in discarica e ci mette un letto singolo. Cambia l’etichetta sul campanello. Quella sulla cassetta postale. Cambia le intestazioni delle utenze.
Sua figlia dice che soffriva di vertigini. Cerca di farla ragionare: aveva paura dell’altezza, come tutti. Lei sostiene che pur di non affacciarsi nel vuoto avrebbe preferito una pistola, una scatola di medicinali, un cappio al collo. Lui risponde che era più semplice così, senza preparativi. Forse, se fossero stati al piano terra, avrebbe trovato un altro sistema. Oppure non l’avrebbe fatto.

Del promemoria se ne accorge dopo. È uno di quei bloc-notes gialli, quadrati e adesivi su un lato. È rimasto attaccato al frigorifero, intonso. No, non è stata sua figlia, non li usa. Nemmeno lui, se lo ricorderebbe. Controlla meglio, controlla che non ci sia il segno di una matita cancellata, ma non lo trova. Controlla senza toccarlo, avvicina gli occhi, sbircia dietro: niente.
Sua figlia comincia a dormire fuori; non sopporta di vivere nella casa dov’è successo. Non le fa domande; lascia che vada e venga, che prenda le sue cose, che le porti via, che torni meno spesso. Quando c’è, lascia che chiuda la camera a chiave.

Quando anche lei si accorge del post-it chiede com’è possibile che la madre abbia deciso di attaccarlo e poi, prima di scriverci sopra, di farla finita. Non è sicuro che facesse così, che prima li attaccasse e poi li appuntasse. Per lui sarebbe più comodo il contrario. Sua figlia non ha dubbi: perché attaccarlo, se intendeva lasciarlo vuoto?
Sposta il frigorifero, toglie i cassetti, controlla sopra i mobili, ma trova solo polvere, di altri post-it nessuna traccia. Se c’erano li ha buttati; quando era viva non li ha mai letti. Pensava fossero l’elenco della spesa, l’appuntamento dalla parrucchiera, il compleanno della cugina, la scadenza dell’assicurazione, un guasto da riparare. Pensava fossero tanti perché non aveva una buona memoria. E più appunti prendeva, più lui si sentiva in diritto di dimenticare.

Sua figlia dice che non era nel suo carattere; se avesse voluto, avrebbe aspettato di essere sola. Avrebbe preferito un posto lontano. Non davanti a lui. Ribatte che non è andata così: l’ha solo vista aprire la portafinestra e dieci minuti dopo ha sentito il tonfo.

Se desiderava farla finita, l’avrebbe fatto subito. Non fosse stata sicura, sarebbe tornata dentro. Queste le obiezioni della figlia, come se i fatti dovessero essere dimostrati per essere accaduti. Fidarsi, non le chiede altro. Invece sceglie di andarsene, senza lasciare nulla, senza dire dove può trovarla.

Quando entra in cucina non ha il coraggio di guardarlo. Eppure i suoi occhi, ogni volta, cadono sul promemoria. Capisce di essere entrato senza ragione, ma è tardi. Esce, ma poco dopo torna.
Potrebbe vendere la casa e trasferirsi. Oppure disfarsi del frigorifero, tanto è vecchio. Più semplice sarebbe allungare la mano, staccare il post-it e buttarlo. Poi cerca di ragionare, un foglio non può fare la differenza e lo lascia dov’è.
Sua figlia chiama senza preavviso. Non lo saluta. Non gli chiede come sta. Gli racconta di quando era bambina. C’erano le notizie sui giornali, ne parlavano anche a scuola, di quello che era successo al vicino. Non bisogna preoccuparsi di lui, diceva la madre. Se l’ha fatta finita è per il proprio bene; al dolore degli altri non ha pensato.

Cos’è successo per farle cambiare idea? No, non crede sia successo nulla. Non crede sia cambiata. Che abbia scelto di morire non lo crede affatto. Quando lui fa per rispondere, lei riattacca.

Post-it, al supermercato, se ne trovano in misure e colori diversi, ma lui li sceglie gialli e quadrati. A casa inizia dall’alto. Se non riesce a togliere quello che è rimasto, almeno può nasconderlo tra gli altri. Appena finito si sente meglio, quasi non riconosce l’intruso, anche se è più vecchio e ricorda la posizione.
All’ora di cena entra in cucina, apre il frigorifero, armeggia sui fornelli e si mette a tavola. Questo è quello che vorrebbe fare. Invece non può. Sono solo dei post-it, pensa. Li ho attaccati io.
Prova a chiamare sua figlia, ma non risponde. Le lascia un messaggio in segreteria, chiede ai conoscenti come rintracciarla, esasperato le racconta tutto in posta elettronica. Alla fine ci rinuncia. Quando l’avrà perdonato si farà viva lei. Ma passano i giorni e non succede niente.
Cerca di restare a casa il meno possibile, poi affronta il problema. Tombe a parte, il cimitero è vuoto. Quella che cerca è laggiù, ma quando ci arriva non la trova. C’è una tomba simile, ma non è la stessa. Ce n’è un’altra con lo stesso nome, ma è diversa. Cambia angolo, la cerca ancora, eccola. La foto sulla lapide non le somiglia affatto. Eppure era la migliore che aveva.

Torna a casa, ma invece di entrare si ferma davanti al portone. Alza lo sguardo: il suo balcone somiglia a tutti gli altri. Lo abbassa: a terra non è rimasta alcuna traccia. Forse, se trovasse una chiazza di sangue, potrebbe piangere, ma sarebbe tardi; lo farebbe per se stesso.
Entra e fa per accendere la luce, ma non funziona. Inutile provare: non funzionerà nemmeno l’ascensore. Sale le scale al buio, si tiene al corrimano, gradino dopo gradino arriva al terzo piano.

Ci mette un po’, ad aprire. E quando è dentro, quando prova l’interruttore, quando inizia a muoversi tentoni, ecco che torna l’elettricità. E attorno a lui, sui muri, sul divano, su ogni anta, addosso al lampadario, sulle finestre, sul tavolo, sulle sedie, dappertutto, tanti post-it gialli. E tutti vuoti.

Milo Busanelli

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