CASUAL FRIDAY #37: AMEN

Soldato

Anita Pankoff, Soldato

Casual Friday (qui e su Facebook) è la rubrica di Verde nata per promuovere un nuovo reading code. Ogni settimana un racconto inedito di un autore diverso che cercherà di farvi ridere, divertirvi o semplicemente imbarazzarvi.
Franco Sardo ridefinisce il concetto di stallo messicano con Amen, il racconto più bello che ha scritto finora per Verde. È venerdì, rilassati!
Illustrazione di
Anita Pankoff (Soldato).

 Ora, il cristianesimo,
qualunque cosa sia, è un’esplosione.
Gilbert Keith Chesterton

Il giubbotto esplosivo gli stava stretto ma lo faceva grasso. Poco male, pensava allo specchio. Far esplodere il Vaticano era stata una di quelle idee che vengono di notte, non appena si trova la propria comodità fra i tessuti del letto, e che subito ci fanno battere il cuore per la loro compiuta bellezza. Da quel momento ogni preparativo era stato svolto con la frenesia e l’entusiasmo che animano lo spasimante prima di un appuntamento: la ricerca dell’esplosivo, lo studio delle mappe, l’acquisto dell’innesco… fece tutto da solo, di nascosto, senza proclami e senza coinvolgere nessuno, come si conviene ad un amante clandestino. Amata, amata esplosione. Amata apocalisse. Amata redenzione. Un attimo prima di uscire di casa, muovendosi con cautela per evitare di saltare in aria in maniera inopportuna, diede un ultimo sguardo alla copertina patinata di un settimanale su cui campava con un sorriso imbonitore il volto del Papa.

Ed è in questo dunque, pensava per l’ennesima volta confermandosi le proprie idee, che si è completata la transustanziazione del corpo di Cristo, in carta lucida, una comunione da prendere in edicola, e il suo sangue spirituale scorre negli schermi degli apparati tecnologici portatili e personali, come se i loro riquadri di cristalli liquidi fossero le algide labbra attraverso le quali far scorrere il vino dell’eterna alleanza. Non solo la forma è mutata: quanto si è perso di quella sostanza? La pederastia, la corruzione, la violenza, l’ignoranza e l’avarizia che albergano nella prima basilica della Casa del Signore sono i mercanti che devono essere cacciati dal tempio, ma il tempio oramai ne ha assorbito fin dentro le proprie mura l’estro e il vizio, permeati gli intonaci, iniettati fin nelle vene dei suoi marmi. E tutta l’arte superba e gloriosa che custodisce non è altro che vanità, vanità dell’uomo davanti alla quale Dio stesso si imbarazza, tanto facilmente e ciecamente la sua creatura si è dedicata alla propria ombra trascurando la fiamma che la proiettava.

Se avesse lasciato scritto qualcosa, sarebbe stato questo il tenore della lettera, ispirato dalle sue letture Girolamo Savonarola, dal senso dell’abdicazione del precedente pontefice, dallo studio dei teologi più radicali. Clank. Con uno scatto dietro di sé, uscendo, chiuse la porta.

+

Il Buon Pontefice, dalla finestra del Palazzo Apostolico in cui aveva tenuto le udienze, osservava la notte urbana che masticava la sua Roma Cattolica lordandosi la barba cupa di luce sugosa quasi fin sopra il dente di Luna che sghignazzava famelico, femminile e in quelle ore più che mai atavicamente pagano. Un’inquietudine pervadeva la mente e le mani del Caro Pontefice, che non riuscivano a stare ferme, ora tamburellando sul davanzale, ora spostando di pochi centimetri un fermacarte sul tavolo, ora tirando colpetti con la punta del piede all’angolo arricciato di un tappeto che non voleva proprio saperne di spianarsi. Una noia accompagnata ad un fastidio che produce una mania.
Si sentiva sul punto di chiedere un esorcismo. Una scossa dentro la sua ansia. Comunque non si sarebbe mai fidato dei pur numerosi spiritisti che aveva a disposizione, aveva sempre considerato il loro lavoro una forma di evangelizzazione sporca e grezza, per menti deboli, in cui il male, più che radicarsi come edera florida e all’apparenza benevola, si manifestava sotto il mefitico e banale aspetto dei parassiti. Troppo facile estirparlo, quanto vano. Come dei disinfestatori gli esorcisti erano necessari in un mondo a cui, secondo l’Alto Pontefice, era stato dato il compito di renderli futili. La loro presenza e proliferazione stessa era per lui un sintomo di fallimento ecclesiastico e personale. Ma tant’è, nel suo intimo antico di bambino superstizioso, resisteva, anche se residuale, l’anelito di una purificazione meccanica, liturgica, e in quel momento in cui tutti gli alti cieli della coscienza sembravano aver perso la loro aristotelica intonazione, dalla cantina della sua mente si udiva il lamento mostruoso di chi si sarebbe volentieri messo nelle mani imposte di uno sciamano, pur di porre fine alla propria irrequietezza.

Negli ultimi tempi aveva chiamato a sé i più grandi biblisti e teologi di cui aveva conoscenza, i vescovi più esperti, le più navigate suore di carità, chiunque pur di trovare un pane spirituale adatto ai suoi denti esitanti. Ma nessuno sembrava potergli dare conforto con la propria scienza, conoscenza o esperienza. Ai libri, sì, ai morti si sarebbe potuto rivolgere, come nei tempi andati, ma quell’idea pur saggia al Buon Pontefice, in quelle ore così turbolente, non fece che ricordare di quale malattia l’impero dogmatico e rivelatore a cui lui offriva il suo corpo come testa stesse morendo. La ricerca della bontà, della pietà, dell’amore, dell’abnegazione e per Dio!, gli sfuggì in pensiero, della verità, sembrava essersi interrotta o sembrava aver scelto di scavare in cuori molto, troppo lontani dall’abbraccio di San Pietro. Col rumore del vento che fugge in un vicolo, sentì che la fede esalava dal suo stesso fiato. Ne restava, dalla violenza primordiale, un anelito, rivolto al simbolico.

=

«Avete già provato a togliergli il giubotto esplosivo?»
«Sì, ma minaccia di farsi esplodere non appena ci avviciniamo».
«Avete provato a sedarlo con un proiettile?»
«Sì, ma dice di avere degli inneschi sparsi ovunque e che esploderà non appena toccherà terra o lo sfioriamo».
«Fatelo entrare».
«Eminenza, non sappiamo nemmeno quanto sia potente la bomba».
«Fatelo entrare ho detto».
«Lei non si rende conto…»
«Sono il vicario di Cristo sulla Terra, di cosa non mi rendo conto? Del fatto che c’è un uomo, al cospetto delle porte del Signore, pronto a farsi esplodere in nome della fede e a trascinare nella sua distruzione un imprecisato numero di fratelli e sorelle, comprese le colonne stesse di quella Chiesa che secondo la sua mente turbata gli ha voltato le spalle? Di cosa non mi rendo conto?»
«…»
«E allora, per l’amor di Dio, fatelo entrare».
Tre minuti dopo l’uomo è al cospetto del Santo Padre, che con un cenno fa scomparire oltre le porte tutti gli altri.

Il dinamitardo era entrato deciso e dopo aver misurato a mente le dimensioni della stanza, si era posizionato in quello che sembrava essere il suo centro, in piedi, tutto vestito di nero col giubbotto addosso, come lo stoppino di un cero. Il Papa si era avvicinato alla finestra e inconsciamente, per quanto cercasse di dissimulare fermezza e avesse deciso di avere un atteggiamento sprezzante, temeva. Ascoltò le sue parole senza riuscire a impedirsi di pensare che tutto sommato erano una buona idea.

«Sua santità, io qui faccio esplodere il Vaticano».
«E cosa aspetti allora, hai paura?»
«Non confonda la mia pietà con la paura».
«Ullalà, sembri proprio determinato».
«Lo sono, Eminenza».
«E dunque questa è la fine».
«La vostra fine».
«Anche la tua, credo».
«Credo… vede Eminenza, è qui che sbaglia. La fine di questo posto non è la fine di Cristo. Anzi, è un nuovo inizio. Io metto solo il sudario su questo corpo morto, affinché risorga, come è scritto».
«Certo, e tu magari verrai anche ricordato, narciso autocompiaciuto e morto, come l’Apostolo dell’Esplosivo, il tuo vangelo sarà la storia di una deflagrazione».
«E non lo sono tutti, i Vangeli, storie di una deflagrazione?»

A queste parole il Santo Padre vacillò, cominciò a sentirsi parte di quello che stava accadendo, non più uno spettatore di quella follìa, ma attore – se non protagonista. Il peso dell’azione gli toccò l’animo più della paura della morte. Tutto prendeva i contorni del reale, compreso il tessuto del giubbotto nero che sibilava  a ogni movimento dell’attentatore. Dovette sedersi.

«Non lo so, non credo di sapere granché a questo punto. L’ultimo Papa, colui che ha visto sgretolarsi fra le sue dita la pietra su cui Nostro Signore volle edificare la sua Chiesa».
«Se la può consolare, sarete l’ultimo, ma non il solo. La missione di Pietro è da tempo fallita, io sto arrivando solo a mettere il punto dell’innesco a una miccia che da tempo andava bruciando».
«Pensavo che alla fine di tutto ci sarebbe stata la salvezza».
«Non sta a me giudicare ciò che solo Dio farà della nostra anima il giorno del Giudizio Universale».
«Non c’è quindi misericordia su questa Terra? Perché sarebbe morto sulla croce se poi avremmo dovuto passare comunque attraverso l’inferno?»
«Parla come se fosse l’ultimo degli uomini, come Colui nel quale si era incarnato il Padre, ma voi siete il Papa e tutto ciò che vi è concesso sulla terra vi allontana dal percorso del Signore. Ormai non siete che un simulacro, come questo posto, un tempio in cui non gli idoli pagani, ma la fede stessa viene mercanteggiata: continuamente offrite la guancia di Cristo agli infedeli, i corrotti, i pervertiti, e tutti gli abominevoli nomi di un popolo a cui voi date retta per un piacere immediato ed egoista, condannandoli, anzi peggio, lasciando che si condannino da soli. Avete smesso di essere Pastore, ben prima di perdere il vostro gregge».
Il Papa non riusciva a guardare in faccia il bombarolo, fissava invece la fuga semi invisibile della mattonella che sembrava partire dalla punta del suo piede.
«Il Signore mi è testimone, forse c’è della ragione in quello che dici».
«Sono qui a dire solo una parola: verità».
Il dinamitardo si impettì, cercando con lo sguardo il punto più alto della stanza, ma trovandolo insufficiente, si rivolse oltre la finestra.
«Che lo scandalo dunque avvenga», disse il Pontefice sollevando la testa.
«Vi arrendete dunque?»
«Faccio di meglio, mi pento. Gradirei confessarmi».
«Se ha intenzione di far venire un suo prete la avviso di non fare scherzi, ci metto un secondo a far esplodere tutto».
«Vorrei che a confessarmi fossi tu». Disse quelle parole portando il suo sguardo negli occhi dell’uomo.
«Io?»
«Sì, tu. Se è vero che il tuo fulmine è disegno del Signore, posso solo chiedere la grazia di potermi confessare con te e ricevere la tua punizione».
«Credevo di essere venuto per farmi saltare in aria, non per confessare il Papa».
«E non è forse ogni confessione, un’esplosione?»
«Oppure vuole solo essere perdonato?»

Era troppo. L’insolenza lo costrinse ad alzarsi e passeggiare in circolo attorno alla bomba umana, mentre alla mente gli venivano i pensieri e le parole gli fluivano come da una fonte. Gesticolava robusto, l’ansia gli aveva ridestato il fisico.

«Ragioni in maniera molto semplice figliolo, se permetti, se sono arrivato fin qui, i miei pensieri possono essere un po’ più articolati e complessi di quello che puoi intuire tu dopo qualche minuto. Fra queste mura si sono svolte atrocità che tu nemmeno puoi immaginare. Ogni giorno, da secoli, nel nome di Dio. Quello che raccontano i libri e i giornali ormai non solo è vero: è dogma. Quando mi sono fatto servo del Signore avevo in mente di salvare la mia anima e l’anima di quanti Dio mi avrebbe concesso. E ora che sono Papa? Cosa ho potuto fare? Amministrare il reale. Abbandonati i sogni, nei miei consigli di amministrazione del Vaticano Spa. Costretto a seguire il mondo nella sua cieca corsa verso un illusorio progresso fatto di pura e vuota libertà. Non era forse questo che era stato punito nell’Eden? L’abbiamo dimenticato. Vorrei cambiare, tornare al passato, ma è inutile. Ho più nemici all’interno di questo Stato che in tutto il resto del mondo. Nessuno mi capisce, tutti ormai mi guardano con sospetto. Hanno paura, tramano e intrigano. Credi forse che se fosse per me io mi preoccuperei? Un Papa può morire, un Papa può ritirarsi. No, non è questo. È Cristo. È Cristo che soffia il suo Spirito Santo su questa fragile catapecchia in ogni momento. Ma niente, l’uomo resiste, la pietra è ferma, e dentro ribolle, come lava. Ribolle! Nella mia carne, il sangue chiama ad una nuova vita! Non conto più le notti che passo a chiederemi se la missione a cui Dio mi ha chiamato non sia stata solo una sua burla alle mie spalle. Ma poi mi ricordo della sua imperscrutabile volontà e mi sorprendo a comprendere, finalmente, ciò che la vita di Cristo ci ha insegnato. La Chiesa come dici tu troppo si è allontanata dal sentiero, è rimasta sperduta nel deserto, ma è giunta l’ora che salga sul Golgota per morire e risorgere, tornando nuovamente nel solco del corpo di Cristo e del progetto di Dio. Tu sei il nuovo Giuda, il tuo giubbotto è la croce del Vaticano. La Chiesa, espressione di Cristo, che si fa uomo, nelle tue mani, e muore, per risorgere finalmente e vivere di puro amore una vita eterna. Proprio come hai detto tu. Scriveranno un Ultimo Testamento su di noi. Le ferite al costato e la gravità hanno ucciso Nostro Signore. E la tua carica pronta a esplodere, cos’è, se non l’espressione in potenza delle nostre nuove gloriose e rinnovatrici ferite? Non è certamente un caso che tu sia qui con me. Ora lo so, l’ho sempre saputo, ho tentato, ho fallito, che Dio scelga per noi ciò che noi per viltà ci rifiutiamo anche solo di pensare».
«Mi sta dicendo che sta dalla mia parte ora?»
«Che ingenuo sei. Lo sono sempre stato! Lo siamo tutti! Come fai a non essertene accorto? Non c’è una persona, dal primo Cardinale all’ultima missionaria che non avrebbe già premuto quel bottone».
«Ma la venerazione che vi rivolgono tutti?»
«Cazzate! La gente si accontenta della caduca immagine di un Papa o di una Chiesa, perché sono una versione accettabile e accessibile della Rivelazione, ma anche insufficiente, malata, puramente illusoria. Pregano con noi, ma dentro di loro l’anima si dimena per la Verità, la visione dell’Assoluto!»
«In questo modo sta disdegnando il dono della Chiesa di Dio agli uomini».
«Credo che Dio ci abbia ingannati, per portarci fino a questo istante».
«Sono le parole di un Papa quelle che sento?»
«Di più, sono le parole di un uomo che ritrova la fede».
«È un’eresia».
«Eppure siamo qui, e mi stai per assegnare il castigo divino. Cosa aspetti a schiacciare il detonatore?»
«Lei sarebbe pronto dunque?»
«Se non lo schiacci sarò io a farti esplodere».
«Non vuole la confessione prima?»
«Al diavolo! Voglio essere giudicato direttamente da Dio. Voglio la verità!»
Il dinamitardo era interdetto. «Almeno preghiamo prima».
«Ok, preghiamo, ma in fretta: Padre Nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo regno, sia fatta la tua volontà…»
«Un momento: e se io fossi qui per questo?»

Un’intuizione, una scossa elettrica attraversò il corpo esplosivo dell’uomo che si portò alla finestra, come a raccogliere l’aria da far risuonare con le nuove parole che gli attraversavano la vista mentale.

«Per cosa?»
«Per portarla a questo. Come Abramo, appurata la sua capacità di fede, l’Angelo ferma la sua mano a un palmo dal sacrificio e trasforma Isacco in un agnello, l’innocenza».
«Il detonatore, per Dio!»
«No, ascolti, io ho appurato la sua fede. Non l’avrei mai creduto possibile, ma d’altronde è il Signore che ci guida. Non c’è più niente da far esplodere ora che so che è un sincero uomo di fede come lei a guidare la Chiesa».
«Dici sul serio?»
«Non io, è Dio che ci pone in questa situazione ed è forse questa l’esplosione: il più decisivo e fatale rinnovo della fede fin nel midollo, fino al punto di essere pronti a sacrificare tutto».
«Forse hai ragione. Siate pronti a lasciare tutto e seguirmi, diceva». Il Papa si avvicinò per la prima volta a meno di un metro dal profeta dell’innesco.
«Ora so che non ho più bisogno di questo giubbotto. La croce, la Croce è una e la sua santità si spande nei secoli passati e futuri come in un eterno presente che non ha bisogno di conferme».
«Povero è colui che mette in dubbio l’infinita bontà di Dio!»
L’uomo staccò i detonatori, e guardò il Papa con un sorriso fraterno: «Siamo tutti nelle mani di Dio».
«Amen, figliolo. La volontà di Dio si è espressa attraverso le nostre mani. Gioiamo! Questo è un momento magnifico! Siamo salvi! Usciamo di qui, vieni, presto… attento al tappeto».
«Quale tappet…»

La Città del Vaticano venne sventrata con un rimbombo anonimo che percosse Roma e il mondo. L’intero patrimonio umano, artistico, storico e spirituale che custodiva finì per sempre distrutto.

Franco Sardo

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