ROCK CRIMINAL #10: PIERO PICCIONI

Nostalgia

Anita Pankoff, Nostalgia

Rock Criminal è la rubrica di Sergio Gilles Lacavalla dedicata alle storie nere del rock e dintorni. L’Italia è una Repubblica fondata sulla cronaca nera e sul caso Montesi, il primo delitto mediatico dalle importanti ripercussioni politiche sulla nostra storia nazionale. La mattina dell’11 aprile 1953 il cadavere di Wilma Montesi viene ritrovato sulla spiaggia di Torvajanica: è stata uccisa da Piero Piccioni?
Illustrazione di
Anita Pankoff (Nostalgia).

“Goddess in a dream. In my dream”. Wilma nei sogni non ha mai le calze. Il tallone arrossato dalle scarpe. Sempre senza la gonna. Senza calze né reggicalze. Lui la sognava così. Con l’acqua marina che le carezzava i piedi. Piena della sabbia di Torvajanica. Le mutande bianche, bagnate. Sembrava dormisse, sulla spiaggia di Capocotta. Senza scarpe. Le scarpe per bene fanno male. La gente bene fa male. Ma lei non voleva sposarsi con il suo poliziotto e seguirlo a Potenza dove prestava servizio come agente semplice Angelo Giuliani. Roma annunciava la dolce vita. Via Veneto piena di luci e di flash dei fotografi. Star e starlette. Registi e divi americani. Produttori con la villa sull’Appia Antica. Hollywood sul Tevere. Da lì a poco. Abiti delle sorelle Fontana e diamanti. I gioielli del fidanzato li aveva lasciati sul comodino della casa al Salario che divideva con il padre Rodolfo, artigiano falegname, la madre Maria, casalinga, una sorella di nome Wanda e un fratello chiamato Sergio. Gioielli di famiglia accanto al corredo di lino. Perle fuori moda.

Il giorno prima era salita su un’Alfa Romeo 1900 Coupé Sprint – si chiacchierò. Un’automobile per gente ricca. Vettura da quartieri alti. Tanto alti da dare le vertigini sopra la città delle promesse e delle bugie. Come quei tacchi delle scarpe da grand soirée da cui voleva guardare il bel mondo. Il giorno dopo prese il trenino per Ostia – disse una donna, Rosa Passarelli, che viaggiava sullo stesso vagone. «Era lei, l’ho riconosciuta, una bella ragazza», dichiarò ai giornali e agli inquirenti. Di nuovo quell’Alfa – che s’insabbiò senza possibilità di riprendere il percorso sull’autostrada del boom, finestrini aperti e vento tiepido dell’avvenire. Come la sua vita ventunenne in un festino di gente bene a Capocotta. Intrappolata nelle sabbie mobili dell’euforia. La gente bene fa male. I democristiani litigavano tra di loro, i figli si divertivano e suonavano jazz, alla vigilia di Pasqua del 1953. In campagna elettorale. A giugno le elezioni politiche. “Lasciamola qui”. Non era ancora morta. Ci pensò il mare a farle inghiottire acqua per il pediluvio e sabbia. Piero Piccioni la sognava con le mutande bianche bagnate che le mettevano in evidenza il sedere abbondante. Solo in quella posa con la faccia riversa sul bagnasciuga. Anche Fortunato Bettini, il manovale che la ritrovò la mattina dell’11 aprile durante la colazione prima del lavoro, la sognò per tanto tempo allo stesso modo. Poi andava oltre: Wilma arrivava nei suoi sogni di diciassettenne con il seno e il culo grossi e il sorriso da attricetta di Cinecittà. Con la sabbia nella vagina. L’imene per lui non era integro, lo era per i medici legali, i dottori Antonio Carella e Rinaldo Frache che eseguirono l’autopsia, e per il Capo della Polizia, ma non per lui. O meglio, l’avrebbe rotto lui con la gagliarda potenza del suo giovane sesso. I colleghi in canottiera lo avrebbero guardato con ammirazione e gli avrebbero dato spintoni complici e pieni di sottintesi e volgarità. Non era più intatto neanche per un altro medico, il professor Pellegrini dell’Istituto di Medicina Legale di Padova che parlò di omicidio. Né per l’uomo bene che la penetrò nella garçonnière; poi nella sabbia. Nella villa della tenuta di caccia di Castel Porziano. Ancora nella sabbia dura della battigia – l’addio alla giovane del popolo stordita dalle droghe e dall’alcol della festa e da tanta ricchezza. Sulla spiaggia qualcuno piantò una misera croce di legno. Pie donne in abito scuro penitenziale pregarono. Fu sepolta in un bianco vestito da sposa. La lapide al cimitero monumentale del Verano a San Lorenzo riportava nell’epitaffio: “Creatura pura di rara bellezza il mare di Ostia ti rapì per riportarti sulla spiaggia di Tor Vaianica”.

La vergine sacrificata a Pasqua fu il loro sogno ricorrente. Il ragazzo si svegliava sudato e con il sesso rigido. Piero Piccioni, jazzista col nome d’arte di Piero Morgan, figlio del Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Esteri democristiano Attilio Piccioni, nei cinquanta giorni di carcere a Regina Coeli la sognò sempre con quelle mutande bianche: sempre in quell’ultima immagine. Le donne del suo soggiorno in America tra il ’49 e il ’50 erano quelle dei locali jazz di New York: bohémien compagne d’amore e droghe dei musicisti di Charlie Parker. Con “Bird” aveva suonato alla CBS sostituendo Al Haig al piano (Al Haig che un ventennio dopo sarebbe stato processato per l’omicidio della terza moglie, Bonnie, e poi assolto. Le donne dei jazzisti sono maledette). Be bop per il re del sax e degli eroinomani e per le sue ragazze in abito nero e la dissennata allegria della Grande Mela tossica che porta alla rovina. Ma per lei, solo con una flebile fiamma del peccato a bruciarle il ventre, eppure in un certo senso vicina a quelle donne nella sua incerta imitazione, per la sua goddess in a dream, ora c’era soltanto un dolente white jazz – Wilma Montesi jazz love tragedy. Suonato per addolcire il sogno in cui lei era sempre senza calze. I piedi nudi e arrossati, raggrinziti dal mare che li lambiva languido e assassino. Le mutande bianche.

La segretaria e comparsa del cinema Adriana Concetta Bisaccia disse che aveva partecipato alla festa insieme alla Montesi: frequentavano l’immorale giro degli esistenzialisti del bar di Via Del Babbuino e i capocottari. Martini e cocaina al posto dell’eroina e dell’Hennessy e del whisky della Cinquantaduesima strada Ovest. I membri dritti dei figli del governo indicavano la strada per il Circeo, la seconda repubblica e cene eleganti. I figli dei membri del governo abbandonano le giovani donne del proletariato sulla spiaggia. Alla pietà del mare. Lo disse al giornalista e direttore dell’Attualità Silvano Muto. Furono denunciati per diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico, diffamazione e falsa testimonianza. Furono minacciati. Processati. Condannati. Secondo la Bisaccia, Wilma Montesi era l’amante del marchese di San Bartolomeo e amministratore della tenuta di Capocotta Ugo Montagna, ex agente della polizia politica nell’Italia Fascista e sotto la Repubblica Sociale ed ex collaborazionista dei nazisti occupanti Roma dopo l’armistizio, schedato per reati contro il patrimonio e amico del Ministro dell’Interno e Presidente del Consiglio dal febbraio del ’54 al luglio del ’55 Mario Scelba. Lo era anche per il “Cigno Nero”, l’aspirante attrice Marianna Augusta Moneta Caglio Monneret de Villard, figlia di un facoltoso notaio massone tesserato alla DC milanese, pure lei aveva avuto una relazione sentimentale con il nobile. Lui aveva smentito ogni coinvolgimento in quella disgraziata notte. Le urlava in faccia che non c’entrava niente con quella storia. Sembrava un’ammissione di colpa. Sua e per il suo ospite Piero Piccioni. Aveva anche tentato di ucciderla, quando capì che lei aveva realizzato in che giro fosse e che avrebbe raccontato tutto. Dal marchese al giovane musicista, perché poi si sa come vanno a finire certe cose, e la Montesi era diventata la nuova fiamma del migliore amico di Montagna.

Piccioni non era uscito dal Camarillo State Mental Hospital di Los Angeles come Parker. Lui ci stava con la testa. Aveva anche una laurea in giurisprudenza. Era un tipo posato. Non si era mai impegnato lo strumento per la droga. Le tasche piene di banconote grandi come fogli di giornale. A lui lo facevano entrare in ogni locale alla moda. Il tavolo sempre riservato. Non badava a quanto dava di mancia ai camerieri. A Charlie Parker avevano vietato l’ingresso nel club newyorkese che portava il suo nome, il Birdland. Avrebbe dormito sulle panchine al freddo e sul divano della stanza di quell’altro tossico di Chet Baker all’Hotel Bryant, mentre il trombettista suonava al 1678 di Broadway. Gli avevano tolto la licenza da musicista, al più grande sassofonista della storia. Per Piccioni c’era un contratto dietro l’altro. Lui non aveva alle calcagna il Capo della Narcotici di Hollywood, l’ex attore fallito John “osso duro” Edward O’Grady, responsabile della cacciata di Charlie Parker da Los Angeles. Lui si intratteneva amichevolmente col Direttore Generale della Pubblica Sicurezza e col Questore della capitale e dirigeva l’orchestra 013 che suonava il jazz dai microfoni della RAI. La prima orchestra stabile di jazz ad avere una trasmissione fissa alla radio di Stato. Lui era un ragazzo per bene. Eppure il “Cigno” ne aveva viste e sentite di cose nella magione sul mare. Ne scrisse in un memoriale affidato alle sue influenti amicizie ecclesiastiche. Il gesuita Padre Alessandro Dall’Oglio lo consegnò al successore di Scelba al Ministero dell’Interno, Amintore Fanfani. Arrivò anche a Papa Pio XII. Per Attilio Piccioni e la sua corrente cominciava la fine. Si dimise da ogni incarico istituzionale. Nonostante Giulio Andreotti liquidasse le memorie come «una perdita di tempo». La stampa era contro il ministro democristiano e contro suo figlio, lo era l’opinione pubblica. Il tribunale diventerà una sala cinematografica di prima visione, il teatro dello scandalo. Code all’ingresso. Lotte intestine nel partito di maggioranza relativa. Ormai era l’ambizioso Fanfani l’uomo di primo piano della DC. Anche il PCI pensò che fosse fatta: la questione morale da sbattere in faccia agli immorali moralisti democristiani. Togliatti dalle pagine de L’Unità puntò il dito accusatore. Ma Piero Piccioni continuava solo a sognarla con le mutande bianche bagnate e senza calze, era come una musica che ascoltava ovunque e metteva tutto il resto in un sottofondo soffocato, quasi irreale, mentre il processo a lui, Montagna e al Questore di Roma Saverio Polito, che si diceva avesse depistato e insabbiato tutto, come già aveva tentato di fare il dimissionario Capo della Polizia Tommaso Pavone – “Perché la polizia tace sulla morte di Wilma Montesi?”, era uno dei titoli dei giornali –, si faceva carta da rotocalco e da complotto. Sabbia nella gola e nella vagina della povera Wilma. Sabbia che qualcuno voleva spalare via.

Omicidio colposo aggravato dall’uso di stupefacenti per Piero Piccioni e favoreggiamento per Ugo Montagna e il Questore di Roma (a cui veniva contestato anche l’abuso di potere), questi i capi d’imputazione. Mentre l’avvocato difensore dell’accusatore Muto, già al fianco del cronista di Vite Nuove Marco Sforza che aveva identificato in Piero Piccioni il giovane rampollo della politica frequentatore delle orge di Capocotta a cui alludeva Paese Sera, era un comunista di nome Giuseppe Sotgiu, abituale frequentatore, con la moglie, della casa d’appuntamento di via Corridoni 15 dove s’incontrava con ragazze e ragazzini minorenni. Desiderava tanto quel giovinetto di sedici anni. Lo guardava penetrare la sua consorte, masturbandosi. La coppia fu fotografata all’ingresso del bordello da Tazio Secchiaroli. Finì in prima pagina. Ma Piero Piccioni continuava a sognare Wilma con le mutande bianche e bagnate. Senza calze né reggicalze. Una vignetta satirica raffigurava un piccione con un capo di biancheria intima nel becco. Girò anche una canzoncina sconcia sul party a Capocotta. Tutti i particolari in cronaca. Il tallone arrossato nel sogno era sempre in primo piano. Sognava lei e non la sua donna, la diva del cinematografo Alida Valli che in aula testimoniò a suo favore dichiarando che erano insieme ad Amalfi nella villa del produttore Carlo Ponti nei giorni precedenti la scomparsa di Wilma Montesi fino al giorno della sparizione della ragazza, il 9 aprile, giorno in cui il medico legale ne datò la morte, «al più tardi il 10 mattina». Rientrarono a Roma verso le due del pomeriggio, quando lui si recò dal suo medico, il dottor Domenico Filipo, per farsi visitare a causa di un’infezione alla gola: gli furono prescritti dei farmaci. Piero Piccioni andò a riposarsi nella casa romana del padre in Via della Conciliazione, vicino a San Pietro. Poi sembra che il dottore avesse sbagliato a scrivere la data sulle ricette e Piccioni fosse uscito per farsele correggere. Disse lui. Ricette false, sostenne il Pubblico Ministero. Lo studio a due passi dalla propria garçonnière. A due fermate d’autobus da Via Tagliamento 76. Proprio dove abitava Wilma. Roma Torvajanica in un’Alfa sportiva. È un attimo che vale una vita. Una morte a tutto gas. Il giorno dopo e quello del ritrovamento del cadavere lui è ancora a letto con le sue medicine iniettate da un infermiere. Il paramedico confermerà e così alcuni amici del musicista che erano andati a trovarlo. La febbre notturna. Nel sogno lei era sempre con le sue mutande bagnate e l’acqua che le aveva portato via la giovane esistenza terrena. Acqua e sabbia. Anche dopo essere stato assolto, nel maggio del 1957, con formula piena per non aver commesso il fatto, le cui modalità rimarranno sempre oscure, Piero Piccioni la sognò a lungo. La Moneta Caglio fu processata e condannata per calunnia. E lui continuò a sognare Wilma in un white jazz divenuto ormai sottofondo lounge e musica per soundtrack da commedia all’italiana; per non sognare più.

“Goodbye my darling / goodbye my love”, cantò Alberto Sordi sulle sue note. “Anche se parti da me / il nostro breve incontro non scordo più / e non scordarlo mai nemmeno tu. Meravigliosa / tu sei per me / io penserò sempre a te / e al nostro breve amore / alla felicità / che se ritornerai, ritornerà”.
Poi, una notte, lei dai suoi sogni se ne andò per sempre.

Sergio Gilles Lacavalla

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