CASUAL FRIDAY #36: LUCIFERO

67def2

Anita Pankoff, Ragazza in rosso

Casual Friday (qui e su Facebook) è la rubrica di Verde nata per promuovere un nuovo reading code. Ogni settimana un racconto inedito di un autore diverso che cercherà di farvi ridere, divertirvi o semplicemente imbarazzarvi.
Qualche mese fa ci siamo accorti che il protagonista del p
rimo racconto che Max Cabrerana ha scritto per noi, Pavlov Effect, è un vivace cagnolone molto simile a Karki, il molosso di Filippo Santaniello. Perché non farli incontrare allora? L’idea è piaciuta a entrambi gli autori e Max ha scritto Lucifero: è nata una saga? Non lo sappiamo (ma Filippo potrebbe già essere al lavoro sul quarto episodio). È venerdì, rilassati!
Illustrazione di
Anita Pankoff (Ragazza in rosso).

Più passa il tempo e più Karki s’arrapa. Osserva quei due che ci danno dentro come se non ci fosse un domani. Sbattono quella puttana come un tappeto persiano, non lo fanno partecipare. Karki e il suo muso arricciato come dopo un frontale con un tir morde l’aria e sbava. È grazie a lui che hanno vinto duemila euro con le scommesse. Giulio e il suo compare avevano caricato sul furgone questa puttana per festeggiare la vittoria di Karki ai combattimenti con i cani. Karki è lì che si gode la scena, si fa per dire. Tira la catena fino a strozzarsi, annusa, poi si rimette a cuccia col moncherino della coda che si solleva come un’erezione.

La puttana vede Karki in fondo al furgone che si agita, si toglie il cazzo di bocca e fa: «Non è che è pericoloso?» Per tutta risposta Giulio che la stantuffa da dietro le da con una manata sul culo. Sdraiato sul sedile del conducente, puntandole di nuovo il cazzo sulle labbra, il suo compare dice: «Sta zitta e succhia!» Da brava puttana, lei ci sputa su e ricomincia.
Giulio sta per farsi la sborrata del secolo, è a quel punto che sente come una coltellata e si trova Karki che ha scambiato il suo culo per un quarto di manzo. In un secondo realizza che la museruola di Karki è saltata: la catena che lo legava alla maniglia del furgone ci potevi legare uno Shitzu, non un incrocio tra un Pitbull, un mastino e chissà cos’altro. Giulio schizza fuori dalla macchina, prima di svenire fa in tempo a dare una pedata allo sportello per richiuderlo, a vedere la faccia increspata dell’amico rimasto dentro con la troia, spiaccicata contro il finestrino come un post-it con promemoria messaggi di sangue, di morte e dolore. Giulio, in una pozzanghera di sangue, fuori dei pantaloni l’uccello con la medusa del preservativo mezza sfilata.

Zlatan detto Svitol lo trova così, uno sputo sull’asfalto, con la bocca aperta come una fogna. Zlatan da una boccata alla sigaretta stretta tra dita scintillante anelli d’oro e diamanti. Si mette a pisciare sulla faccia di Giulio.
Brenda, la sua macchina da soldi, prima che un pezzo di mano se ne andasse, aveva provato chiamarlo sul cellulare. Uno squillo. Brenda non aveva risposto quando lui aveva provato a richiamare. Brutta storia. Ora al posto di Brenda che tira su soldi e cazzi, c’è questo sacco di merda.
Stordito, dissanguato, uno schifo. Zlatan ci cacherebbe pure sopra, ma non può per colpa delle anfetamine. Giulio si sveglia con il piscio di Zlatan detto Svitol che gli scende per la trachea. Fa appena in tempo a dire Cazz, ma Dioc… porcaputt… che Zlatan – sembra il fratello maggiore di Gundam – gli spegne la cicca sulla fronte e chiede: «Dov’è mia piccola bambolina bionda?»
Lo sguardo atterrito di Giulio punta il furgone.
Zlatan si volta, tira via la sigaretta con una schicchera, si avvicina al furgone. Alle sue spalle c’è Giulio che grida: «Non farlo. Non aprire cazzo!»

Zlatan se ne fotte. All’interno del furgone non si vede un cazzo, oltre al buio e allo scintillare delle luci arancioni intermittenti dei semafori. Apre lo sportello. Si fa luce con il suo iPhone 6S Plus (sullo sfondo della home c’è ancora il selfie con due giapponesi). Sparse sul sedile del guidatore ci sono tre dita lanciate come dadi, mezza faccia sul cruscotto, uno stivale da troia con mezza coscia attaccata, una pezzo di… un pezzo di non si capisce. Budella arrotolate sul volante. Capelli e pezzi di cervello che pendono dal tettuccio come arbre magique alla fragranza di carneficina. Un bordello che Zlatan non aveva visto nemmeno durante il massacro di Srebrenica.
Tutto l’interno del furgone è rosso chiazzato di schifo. Come aprire un barattolo di salsa al ragù e merda. In fondo al furgone due bottoni fosforescenti piantati nel buio gli attivano tanti punti interrogativi. Una cosa nera sul retro del furgone rosicchia il suo snack di teschio spolpato (il trucco sta ancora colando dagli occhi): addrizza le orecchie, piega le zampe, si mette in posizione, sta per prendere il volo e saltargli alla gola. Zlatan richiude lo sportello.
La sua bambolina bionda da cinquecento euro a serata.
Zlatan, la fronte appoggiata sul vetro, dall’altra parte quel mostro che ringhia. Fili di bava, ossa e carne che penzolano agli angoli della bocca.
È impossibile non amarlo, pensa.

Ora Zlatan detto Svitol è accovacciato carponi, con la mano accarezza delicatamente il pelo morbido color petrolio. Il cane dorme come un cucciolo. Un mugolio, le zampe che raspano l’aria. Forse sogna di correre, di mangiare, di fottere. Probabilmente sta facendo tutte e tre le cose insieme.
Il biglietto per questo paradiso: 10 gocce di Xanax.

Giulio è rannicchiato in un angolo, nudo, il collare d’acciaio legato alla catena imbullonata alla parete. Dondola il corpo avanti e dietro. Mugola pure lui. Mani e piedi immobilizzati. Il mezzo culo che gli è rimasto coperto da sostanze proteiformi gialle. La bruciatura della sigaretta in mezzo alla fronte che sembra un Indù.
Nemmeno si ricorda più da quanti secoli è rinchiuso in quel buco, trasportato lì di peso. Da fuori arrivano rumori attutiti di treni che sferragliano, l’aria è calda e vibrante come in un forno a microonde. Ci sono insetti carnivori che corrono sulle pareti, sulle gambe, cercano rifugio nel suo buco del culo. Un alone luminoso qualche anno luce lassù, potrebbe essere una stella nana, ma invece è una lampadina solitaria appesa al soffitto di cemento grezzo.
Poi un bagliore d’argento. Sono stelle filanti? No, è Zlatan. Ha acceso la fiamma ossidrica. Si piega sulle ginocchia, le scintille tutte attorno, e dice: «Sai quale è la prima cosa che il mio cucciolo farà dopo che si è risvegliato?»
Giulio scuote la testa, ha due o tre risposte in mente, nessuna simpatica.
Avvicinando la fiamma ossidrica all’estremità di una sbarra Zlatan continua: «Quando il mio cucciolo sentirà questo un dolore insopportabile, la sua pelle che frigge, odore di bacon e prosciutto arrosto… Gnam, gnam».
Quando l’estremità della sbarra diventa color lava incandescente e Inferno, Zlatan accende una sigaretta e fa: «Com’è che lo chiamavate te il tuo amico?»
Giulio fra un colpo di tosse e l’altro risponde: «Ka.. Karki».
«Kar.. ché? Nome da finocchio».
Giulio a quel punto ha uno scatto di nervosismo, scuote le catene e dice: «Dal nome del cantante dei Dis…»
Non può nemmeno finire la frase che vede Zlatan pestare con i suo anfibi dalla punta di metallo la faccia del Karki. Poi gli pianta la sbarra incandescente sul torace. Karki viene richiamato dal paradiso dei cani fatti di Xanax da una fitta insopportabile. Cerca di mordere, masticare, ma ha il muso piantato sul pavimento, il cuore parte a pompare a mille. Guaisce, ringhia, se potesse bestemmiare lo farebbe. Se non avesse Zlatan con i suoi cento chili e quell’anfibio puzzolente sul muso sarebbero cazzi.
Prima che la bestia si sollevi, che si sfoghi con la prima cosa che si trova davanti, Zlatan corre fuori della stanza. La porta metallica che sbatte alle sue spalle.

Il cane si rialza. La parte sinistra del corpo fumante. Era lì che correva nella prateria, capo branco, montava cagne, sgozzava conigli e galline, si rotolava sulla merda di cavallo senza che nessuno lo tirasse per il guinzaglio, lo chiamasse con nomignoli stronzi.
Il Valhalla dei quattrozampe.
Poi un dolore che gli arriva come il peggior calcio in culo della vita e si ritrova davanti a questo coso tutto rosa, incatenato, tremante. Che puzza di crocchette al pollo.
E balbetta: «Ci..ciao Karki. Ti ricordi di me?»
Karki si passa la lingua rosa felpata e bavosa su tutta la faccia. Il moncherino della coda si agita.
«Stai lì, buono Karki!»
Dalle gengive scoperte spuntano denti come lame stridenti.
Tak, tak, tak.
Comincia a ringhiare e a schizzare bava ovunque.
«Cuccia Karki!»
Un attimo prima di sentire le proprie ossa sbriciolarsi, ancora prima che il dolore lo percorra come una scossa elettrica, prima di sentire il cuore ingripparsi nel petto come un vecchio motore, Giulio riesce a leggere una scritta rossa, in caratteri gotici, sul torace del cane. È marchiata a fuoco.
Lucifero.
La carne ancora fumante.
Lucifero, il marchio di fabbrica, il nuovo nome di battesimo, pensa Giulio. Ammesso che Lucifero sia il nome e non lo sponsor.

Max Cabrerana

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...