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#20 Ausonia

Verde 20, gennaio 2014 (In copertina: Ausonia, Gerascofobia – Paura di invecchiare)

Francesco Scardone nasce a Torre Annunziata nel 1989. Ha pubblicato un romanzo, Anime Tagliate (Ciesse edizioni); alcuni suoi racconti sono presenti in antologie di diversi editori (Delos, Leone, Caravaggio, Graphe). Ha scritto la sceneggiatura di Red Krokodil, lungometraggio di Domiziano Cristopharo.
Explicit Content è stato pubblicato per la prima volta nel numero 20 di Verde (gennaio 2014, copertina e illustrazioni di Ausonia, contributi di Angelo Zabaglio e Andrea Coffami Cerampelo, Alda Teodorani, Gianfranco Di Fiore, Simone Lucciola, S.H. Palmer, Francesco Scardone).

Il ragazzo di colore la cinge da dietro, stringe forte i suoi fianchi e comincia a pomparle dentro tutta la sua virilità. La pellicola consumata mostra i segni del tempo. Bruciature ingiallite si rincorrono sullo schermo consumato. Sono le cinque del mattino e il Politeama è quasi del tutto deserto. Un inserviente spazza, senza alcuna voglia, tra le poltrone vuote. Un signore di mezza età legge il giornale qualche fila più dietro. Dagli schienali, macchie bianche colano liquido seminale sul pavimento calloso. Sullo schermo la ragazza invoca a gran voce il suo dio. Cosa avrà mai da dirgli, mi domando.
La mano stanca, sul cavallo dei miei pantaloni, non ha più voglia di strozzare l’esangue vermicello che si nasconde, impaurito, dietro le mutande; tenta un ultimo attacco, più per abitudine che per altro, ma un dolore sordo nel basso ventre, improvviso come una pugnalata alla schiena, la fa desistere.
L’inserviente ora sta spazzando tra le mie gambe. Mi chiede di alzare i piedi. Lo guardo con l’espressione più ironica che riesco a tirare fuori dagli angoli delle labbra. Poi alzo i piedi. Lui nemmeno mi nota. Continua a spazzare.

Il buco spazioso della biondina fa bella mostra di sé sullo schermo. Zio Tom si diverte a dilatarlo con le mani. Ci sputa dentro. Mi ricordo benissimo quella ripresa. Non so quante volte gli ho detto di non sputarci dentro in quel modo. Cazzo, gliel’avrò ripetuto un milione di volte a quel negro di merda!
Cazzo Bob, non stai sputando in faccia al tuo cazzo di amico che ti ha fottuto la ragazza, stai regalando una parte di te. È un piccolo, immenso gesto d’amore Bob, non lo capisci?
No, cazzo, per lui era solo una troia, una troia a cui sputare dentro un fiotto di bava incendiaria.
Sia chiaro: anche per me era solo una troia. Ma una troia da amare. Era solo il mio terzo film e sembrava andare tutto per il meglio.

La pornografia era l’unico modo sensato, sincero, che avevo per arrivare alla gente, per arrivare a me stesso. Una ragazza senegalese che si scopa un pastore tedesco era l’unica alternativa possibile. Un’intensa sessione di fist-fucking era la sola scappatoia che avevo trovato. A volte era difficile, lo era sul serio. E quello era il solo rimedio che conoscevo.
Ha funzionato. Per un po’ ha funzionato.
Qualcuno ha dimenticato di chiudere la porta della sala. Sala Didì, primo piano. Qui proiettano i film porno-etero. Al secondo piano, Sala Vavà, ci sono le gang-bang e le orgie. Sempre al secondo piano, Sala Pelè, ci sono i porno-gay. Qualche volta trasmettono pellicole con animali. Al terzo piano, Sala Mazzini, c’è l’hard-core: bondage, sesso estremo e sadomaso. Mi sono sempre chiesto cosa ci facesse il fondatore della Giovine Italia in mezzo ai tre campioni della nazionale brasiliana. A volte la vita ha misteri insolubili.

La porta della Sala Didì è aperta e fuori le primi luci dell’alba si fanno spazio nell’oscurità. I rumori della città che riprende vita stuprano l’irreale silenzio, rotto di tanto in tanto dai sospiri affanosi del mio piccolo mondo. L’orologio segna le sei meno venti. Tra poco mi alzerò e andrò via. Farò colazione al bar qui fuori, prenderò un cornetto vuoto e un cappuccino tiepido. Lascerò una piccola mancia al ragazzino simpatico dietro al bancone. Siederò a tavolino e farò finta di leggere il giornale. Poi andrò a casa e mi addormenterò. Sono sei anni che passo le mie nottate qui. Sei anni che, ogni notte, me ne vengo qui a mungere i due testicoli flosci che mi ballano fra le cosce. Non posso stare a casa la notte. Non ce la faccio proprio. La notte no, è troppo lunga e dura. Il letto sembra risucchiarmi. Il soffitto sembra voler crollare a ogni movimento di lancetta. I mobili hanno ghigni strani stampati sui cassetti.
Qui sono al sicuro. Be’, almeno un po’.

Sto per andarmene quando noto, quattro file davanti a dove sono seduto, una chioma bionda. Lunghi, ricci, fluenti capelli biondi. Femminili. Frisè. Così mi pare si chiami quell’acconciatura. È una pettinatura che non capita spesso di vedere da queste parti.
Mi alzo e, mentre sto per uscire dalla fila di poltrone, la pettinatura bionda si gira. I suoi occhi grigi, spenti, cercano i miei. Non posso non riconoscerli. Ho amato a lungo quegli occhi. Li ho amati più di qualunque altra cosa al mondo. Li amo ancora, credo.

Yvonne è sullo schermo e Bob ha uno schizzo caldo per i suoi seni turgidi.
Yvonne è davanti a me, qualche sedia più in là, e sembra sorridermi.
È lei. Non posso avere dubbi.
Senza esitazioni, corro a sedermi al suo fianco.
Ora siamo vicini e guardiamo il film insieme.

«Come stai Yvonne? Va tutto bene?» le chiedo, senza distogliere lo sguardo dallo schermo.
«Era un sacco di tempo che nessuno me lo chiedeva…» Anche lei continua a fissare dritto davanti a sé.
«Sei ancora nel ramo? Giri ancora?»
«Tre anni fa un pony mi ha completamente scucita. Sono viva per miracolo. Ho dovuto fare sedici trasfusioni».
«Capisco».
«Come mi hai riconosciuta? E non mi dire che sono uguale a quella di un tempo!»
«No, Yvonne, no. Sono stati i tuoi occhi. Ho riconosciuto quelli. Non potrei mai dimenticarli: una volta mi hanno salvato la vita».
«Che vuoi dire?»
«Non importa, Yvonne, non importa».
Yvonne si gira verso di me e mi guarda con i suoi occhi grigi, tristi, carichi di una pena che non oserei raccontare. Sorride. «Ma io non ho begli occhi. Non ho mai avuto begli occhi!»
«Sì, hai ragione Yvonne. I tuoi occhi non sono belli. Per niente».
«E allora?»
«Beh, i tuoi occhi sono tutto quello che ho cercato di catturare, nel corso degli anni, con la telecamera. Qualche volta credo di esserci anche riuscito».
Non mi risponde. Sullo schermo, invece, urla come un’indemoniata. Un ragazzo portoricano le stringe forte i capelli in una pecorina assatanata. Guardiamo il film insieme. Fuori sarà ormai mattina: non mi interessa.

«E a te? A te come va?» mi domanda all’improvviso, mentre il portoricano le succhia i capezzoli congelati dall’eccitazione.
«Va bene. A volte penso che potrebbe andare peggio. Ma, dopotutto, sono ancora qui».
«Sai, ho pensato spesso a quel periodo. Quando giravamo intendo. Abbiamo fatto un casino di film insieme… quarantotto mi sembra, forse cinquanta».
«Sessantaquattro, Yvonne, sessantaquattro».
«Era bello. Anche se non lo avrei mai detto, e forse non l’ho nemmeno mai pensato».
«È normale, Yvonne. Non avrebbe senso riconoscerlo. Se fosse bello, o meglio, se ci accorgessimo di quanto è bello mentre lo viviamo, forse nemmeno esisterebbe».
«Sono tre anni che non giro un film. Tre lunghi anni. Vengo qui, qualche volta. Ne ho bisogno».
«Anch’io, Yvonne, anch’io».
«Dio, non sei cambiato per nulla: sempre con questo vizio di ripetere le cose due volte: “Anch’io, Yvonne, anch’io”. Sei così teatrale! Con te sembra di essere sempre in un film!» Sorride.
«È la cosa più bella che mi abbiano detto da un bel po’ di tempo a questa parte».

Torniamo in silenzio. Un caldo strano mi avviluppa tutto. Il cazzo del portoricano troneggia titanico tra le mani di Yvonne.
«Posso fare qualcosa per te?» mi chiede, mentre il suo clone di celluloide si esibisce in una delle seghe più roventi della storia del cinema.
«Sì, forse qualcosina sì…»

Le prendo la mano e me la porto sui pantaloni. Il resto lo fa lei. Tira giù la zip ed elude le mutande. Chiudo gli occhi. Veniamo poco dopo, io e il portoricano, insieme. Quando riapro gli occhi, Yvonne sta scuotendo la mano per liberarsi del mio sperma. Mi guarda. Con la mano pulita mi accarezza le guance.
«Piangevi… hai pianto tutto il tempo» mi dice, continuando ad asciugarmi il viso. Poco dopo, sullo schermo sfilano i titoli di coda. Vediamo scorrere il suo nome. Poi anche il mio. Mi alzo a fatica e mi sistemo i vestiti.
«Spero di rivederti in giro, Yvonne. Stai bene. È stato un piacere».
«Anche per me. Sul serio».
«Grazie» dico io.
Poi vado.

Francesco Scardone

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