ALTRI DUE RACCONTI SPLATTER

33def

Anita Pankoff, Ragazza con casco

I precedenti Due racconti splatter di Simone Lisi contenevano tra le altre cose e in ordine sparso Romania, tette, lavoro (da cui il titolo). Questi Altri due racconti splatter calcano la mano con la convivenza e una fisica liquida tutta diversa. Sarebbe più giusto per questo motivo definirli gore? E perché non snuff allora? Cos’altro è la convivenza se non la morte in diretta?  Ma l’orrore, ci suggerisce Simone, va oltre le etichette, l’orrore vero è ovunque.
Illustrazione di Anita Pankoff (Ragazza con casco).

La convivenza

Convivere.
Una parola sacra? Siamo andati a convivere, conviviamo, adesso convivo. Da quando convivo. La convivenza non ha cambiato il nostro rapporto. In verità sono anni che conviviamo, è stato solo un fatto di comodità, formalizzare qualcosa che esisteva già. Una semplificazione. Un normale sviluppo, nei rapporti si può solo rilanciare, come in certe partite a backgammon, o lasciare, è certo.

Convivere, a volte mi chiedono, com’è? Mia madre, a lavoro, il mio amico Cecco che sta ancora dai suoi, il mio amico Giacomo che è in pessimi rapporti con la mia fidanzata, mi chiedono e io rispondo. Ma le risposte che do loro non sono risposte, le risposte sono delle evasioni, le risposte non sono vere, sono giri di parole, perché una risposta non è mai una risposta, nel senso che risente di chi chiede e perché ce lo chiede, trasuda altrimenti, ti chiedo questo ma capisci da solo cosa ti sto dicendo davvero?, chi chiede sa già che cosa io risponderò, chiede solo per sentire confermato quello che vuole sentire, e così arrivano delle sere che magari è un martedì e la giornata è stata lunga e mi ritrovo semplicemente nel letto, dal mio lato del matrimoniale a infilarmi sotto le lenzuola e sentire quel calore umano da una parte e sentire una schiena umana da una parte e dare un piccolo bacio su una nuca e pensare alla convivenza: è allora che io penserò a quella parola per davvero.

Di martedì o già al mercoledì notte, quando sentirò lei che si alza nella notte e cammina, e va in bagno e io la guarderò con gli occhi del sonno, dal buio di una stanza buia, la sua figura che muove i passi necessari a raggiungere la porta della camera, e poi varcarla. Io penserò alla parola convivenza, ma forse neanche allora quel pensiero sarà un pensiero, vero, perché la persona che si muove nel buio non saprò nemmeno chi sia, o cosa sia. Si agiterà in me un’idea di lei come un organismo composito: sono le donne che ho amato e perduto, con cui ho passato i miei pomeriggi, sono loro che si agitano verso il bagno, sono cucite l’una all’altra, brandelli di pelle su pelle, sono parti che formano una figura enorme e mostruosa, ha tante gambe e braccia quanti capezzoli, ha seni piccoli e grandi che ondeggiano per il vuoto e la gravità terrestre, sono piccole e grandi, labbra che pure devono esserci, nascoste, da qualche parte sotto a innumerevoli strati di pijami sovrapposti e odori e rumori che io posso a malapena ricordare e se solo mi svegliassi un po’, se decidessi di aprire i miei occhi socchiusi, tirarmi contro la testata del letto che traballa, io allora potrei scorgere questa figura aracnidea che si muove verso il frigo a prendere un bicchier d’acqua, guarderei il suo volto, o i suoi volti, li guarderei e li vedrei come si vedono le cose, dai miei volti a loro volta cuciti, sovrapposti, spugnosi, la guarderei così, come non si vedono, perché le cose non si vedono e le domande non si fanno, vedrei quella cosa come le cose che ho visto, così vedrei quel volto, come uno, li abbraccerei con gli sguardi tutti insieme, e in questa cosa che scivola e fa rumore, io potrei forse capire cosa vuol dire la parola convivenza.

Un pelo di cazzo

Ci sono giorni, ma sarebbe più giusto dire che ci sono sere o notti, in cui comincio a bere per qualche motivo e i motivi sono dei più disparati e validi almeno all’inizio, fatto sta che a volte, non sempre, ma a volte è così, vuoi per la qualità scadente degli alcolici in questione, vuoi per il freddo nella strada, vuoi per il gin in se stesso, vuoi perché non ho mangiato carboidrati a pranzo, vuoi perché ho dei pensieri che mi si agitano in testa, io mi ritroverò dentro a un bagno incerto sul da farsi, incerto se finirò per vomitare o per cacare, io davvero non lo saprei dire quale direzione dare al mio malessere.

È allora che guarderò un momento il mio riflesso dentro la tazza del water e da questo riflesso e malessere e amore io poi mi alienerò, mettendo a fuoco un pelo di cazzo che sta là arrotolato nella tazza, giusto sul bordo lattiginoso, all’altezza del mio sguardo. La sua tensione interna, il suo essere così arrotolato su se stesso, la sua struttura, non molecolare, ma architettonica, la sua conformazione, il suo essere un sistema concluso, là sperduto nel vasto mondo, ormai lontano da qualsiasi epidermide, un piccolo pelo di cazzo nero arrotolato in un bagno neanche particolarmente sporco, e me, in tutto questo e il mio malessere, e il mio non sapere niente delle leggi fisiche che lo spiegano, che ne definiscono il suo sviluppo quasi fosse un edificio perfetto, un grattacielo puntiforme, una struttura complessa e semplice al contempo, quasi come una casa sulla cascata. Che ne sarà di me penso guardando quel piccolo pelo nero di cazzo, poi il pelo torna a scomparire sullo sfondo e io ritorno con la mente e lo stomaco ai miei problemi altrettanto fisici, ma di una fisica tutta diversa, di una fisica gastro-intestinale, una fisica liquida, splatter, poetica.
Il pelo di cazzo è sparito, non tornerà mai più.

Simone Lisi

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