IL CICLO DI UNIKA

47def

Anita Pankoff, Ragazza imbronciata

Giovanni Pianigiani, regista, nato a Trieste nel 1962, laureato con una tesi sulla trilogia dei morti viventi di George A. Romero, ama l’heavy metal, il grindcore e la grappa slovena di 50 gradi. Ha lavorato molto come documentarista per la Rai, con lavori sul metal (i Rhapsody), il piercing, i tatuaggi, le preghiere mussulmane, la nascita della Croazia e della Slovenia, la comunità serba di Trieste e i gruppi rock sempre di Trieste. Ha scritto un certo numero di sceneggiature porno e dialoghi per soap opere. Ha insegnato sceneggiatura nelle scuole medie. Negli anni Ottanta ha girato a Bologna un piccolo gruppo di film underground in super 8, oscillanti tra John Waters e il lambrusco. Esordisce nel lungo con Nella notte in co-regia con Lorenzo Onorati, di cui ha scritto anche il soggetto e la sceneggiatura. Sono seguiti Red Midnight (episodio Pilgrimage), Darkness Surrounds Roberta, La canzone della notte, Finché morte non vi separi (episodio Embryo), P.O.E. – Poetry of Eerie (ep. Gordon Pym in co-regia con Bruno di Marcello), il fetish grindcore iiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii, l’horror ChristmaZ (con Bruno di Marcello), il corto horror–pov Berenice assieme a Stefania Visconti, il corto L’altro degli ultimi giorni in co-regia con Andrea Neami e Davide Skerlj (video-arte sulla Prima Guerra Mondiale), tra horror, giallo, erotismo, musica, solitudine. E infine scrive nelle poesie tutte le cose che non possono entrare nei film e che arrivano dalla vita.
Giovanni è presente nei numeri 6 e 25 del cartaceo di Verde. Con i due racconti de
Il ciclo di Unika è per la prima volta sul blog.
Illustrazione di
Anita Pankoff (Ragazza imbronciata).

1. Tutto è cambiato

Tutto è cambiato
Tutto è finito
Non ci sono più gli ideali di una volta
Non ci sono più le cellule di una volta
Le mezze stagioni
Il rispetto della vecchiaia
I Led Zeppelin
I Cream

L’amore è eterno, l’amore colpisce il centro dell’universo che sta nel cuore e dilaga in un big bang che viaggia all’infinito. Nessuna implosione, nessun collasso della galassia centrale.
Si dice che il vero amore sia uno solo, e anche se finisce dura tutta la vita. Tutti gli amori successivi sono surrogati, repliche dello stesso desiderio.
Il mio unico vero amore resterà una donna che io chiamo Briciola, che io chiamo così perché un giorno mi ha portato un panino alla bresaola e il pane era un po’ vecchio e mentre mangiavo estasiato di essere accanto a lei in macchina mi sono ricoperto di briciole (ne ho trovata una anche nell’orecchio, la sera, facendomi la doccia). E la chiamo Briciola perché è minuta e morbida, e la sua pelle scura mi fa pensare al pan di segale. E la amo perché ha recitato nei miei film più belli. Perché ha parlato in inglese, in italiano e in azero. E la adoro perché lei non mi ama, anche se mi vuole bene in un modo tenero di cui nemmeno lei è abituata. E la desidero dal giorno in cui si è spogliata davanti a me per recitare in una scena, e mi ha porto le sue mutandine piccole piccole, tenere come lei. E la amo perché la rispetto.

Unika. Unika è il nome che ho dato a un’altra mia amica. Non la amo, ma la adoro. Lei non è un surrogato di Briciola, lei è un’altra cosa, lei è Unika. La sua pelle è candida in maniera abbacinante, lei è una supernova dal sangue slavo. Briciola è scura come un chicco di caffè, Unika è una galassia che cammina incazzata dicendo porcodioputtamadonna. Unika ha voglia di cazzo, adora il cazzo, beve, vomita, si fa scopare con la figa pregna di mestruo. È dolcissima ed elegante, anche quando mi offende, mi dice di smetterla di dire puttanate. E so che è leale e sincera. So che qualsiasi cosa faccia nella vita, lo fa perché lo vuole lei.

Qualche volta mi diverto a chiamarla Santa, perché la sua lussuria, la sua sete di sesso, il suo desiderio di godere sono puliti, schietti, veri. Allora, quando il desiderio di adorazione mi sale lungo la schiena, allora chiudo a chiave la porta della mia camera e le dedico una candela, una candela per la mia Santa. Proteggimi, capiscimi, resta sempre mia amica.

Faccio così:
guardo le sue bellissime foto, istantanee che mi ha mandato per farmi impazzire d’amore, immagini fetish dove la sua pelle risplende abbacinante
sento che il mio cazzo diventa duro, osservando le linee del viso forte e dolce, le curve poco accentuate ma femminili dei fianchi, i seni piccoli e la lingua carnosa
le mormoro brevi frasi di adorazione in una lingua inventata
percepisco la polluzione che sgorga morbida e calda sulla cappella
afferro tremante una piccola candela, di quelle che si usano per le torte
la accendo
la infilo piano piano lentamente inesorabilmente tremando di piacere nell’uretra spalancata come una dolce figa stretta. La infilo tutta nel cazzo tremante, il mio cazzo candela dedicato alla sua pelle siderale, allo sguardo da belva, al sorriso da ragazza cattiva. E guardo le sue foto, mentre la mano percorre il sesso duro, e la cera inizia a scendere sulla cappella turgida, la copre di baci infuocati e morbidi.
Quando sto per venire, estraggo la piccola candelacazzo, allargo l’uretra impazzita di piacere. La cera calda colpisce l’interno del condotto inondato di polluzioni. Infine sborro caldi fiotti di sperma morbido e soffice, sborro la cera calda, la mia bocca sborra il tuo nome, i tuoi fianchi, il tuo seno, il tuo viso, il tuo buco del culo, i tuoi piedi, la tua voce, i tuoi porcoddio.
Così ti dedico una candela e la mia devozione, e nelle mie preghiere prego che tu sia felice, che tu trovi tanto amore, che tu goda tanto, che tu ogni tanto ti ricordi di me…

L’ho fatto anche cinque giorni fa. Ho acceso la candela, ho fatto tutto come il solito. Quando il liquido caldo ha colpito, ho urlato dal dolore, un dolore atroce che mi ha costretto a smettere subito. La cera non era caduta sulla cappella e per fortuna non mi sono ustionato il sesso, ma ha colpito sul pube morbido e peloso. Ho guardato con odio la candela comprata a poco prezzo, l’ho annusata: non era cera, questa non è la morbida e dolce cera di tanti soffici supplizi, la cera che ti morde ma anche ti bacia, che quando si stacca ti lascia la pelle pulita e liscia, la cera da fare colare con amore sul corpo inarcato. E che sogno un giorno di far colare anche sulla via Lattea della tua pelle morbida. Cos’è questa merda ustionante che profuma di plastica, di tumore, di malattie polmonari? Cos’è questa roba che si appiccica alla pelle con la forza di un rasoio affilato?
Cinque giorni ci ho messo a guarire…

Tutto è cambiato
Tutto è finito
Non ci sono più gli ideali di una volta
Non ci sono più le cellule di una volta
Le mezze stagioni
Il rispetto della vecchiaia
I Led Zeppelin
I Cream
Anche la cera è cambiata…

Solo Briciola e Unika non cambieranno, mai.

2. Pomeriggio d’estate

Kri kri
Kri kri
Kri kri
Kri kri
Kri kri
Kri kri
Kri kri
Kri kri
Kri kri

Il suono dell’estate è monotono, spossante. L’aria si taglia con il coltello e le vene ribollono di fastidio. Lontana è la pace dell’inverno, il fuoco caldo che brucia, il tuo sguardo caldo che brucia e la bora che brucia il male del mondo.
Lungo il lungomare lungo Trieste stanno lunghi a terra i triestini a prendere il sole, soli o in compagnia. Stanno sull’asfalto perché tra il mare e la strada ci sono i bagni Topolini che sono fatti solo di cemento e bitume. A noi sta bene così e non rompeteci il cazzo con le vostre spiagge solitarie, i vostri mari tirreni ioni coioni. Questo è l’Adriatico selvaggio anche se d’asfalto, il Carso incombe con i suoi 100.000.000 di chilometri di ex comunismo slavo mangiabambini, le pietre del Carso arrivano fino al mare e al bitume, il mare sprofonda profondo, le coste sprofondano profonde, se non sai nuotare bene, se non sai arrampicarti sulle rocce, non venirci qui a romperti il cazzo. Se non riesci a prendere il sole sull’asfalto sulla costa sotto il Carso che arriva fino in Russia lascia perdere e torna nel tuo paese ameno di cui non puoi fare a meno.

Qui vive Unika, con le sue tette piccole, i fianchi stretti da superfemmina, la pelle candiiiiiida, la sua macchina fotografica cazzo-fetish, ma non va mai al mare perché ama l’inverno e la pelle candiiida sguazza felice nell’oscurità. Allora in questa storia Unika non c’entra, ma l’ho nominata lo stesso perché lei c’entra sempre, entra sempre. Mio programma virus insostituibile, downloadato ormai al 110%, anche se lei mi dice di non dire puttanate.

Qui vivo io e guardo il mare che mi bagna i piedi pallidi. È un mare-lago, ultimo pezzo dell’Adriatico, ultimo pezzo che per me è il primo. È piatto come una tavola, in mezzo campeggia una petroliera, a lato una miriade di vele e barche di canottieri, moscerini che corrono corrono e stanno sempre fermi. Dietro ferma come un miraggio sta l’Istria, che ormai è un miraggio per gli istriani italiani scappati scappati poveri noi come siamo sciagurati. Abbiamo rotto il cazzo a sloveni e croati per secoli e anni fascisti, noi siamo i migliori loro non hanno Dante Alighieri, la Fiat e la Juve, si sono incazzati e adesso l’Istria sta lì sloveno-croata e i vecchi fascisti sospirano mesti dal mare triestino verso la costa istriana i beni perduti chi ha avuto ha avuto e rimani cornuto.
Fermo, il mare a Trieste è fermo ed eterno, non è il mare dei pedalò, è lì, surreale.

Sulla spiaggia surreale staziono io, a disagio, troppo caldo mi brucia la pelle, infide gocce di sudore-pus scivolano lungo la schiena arrossata. Da dietro gli occhiali da sole vedo le signore che giocano a carte, i bambini talmente abituati al mare che a momenti ci camminano sopra, i venditori senegalesi che parlano in dialetto, di nuovo le signore che succhierebbero volentieri i loro cazzi neri e probabilmente lo fanno, in allegria. E poi dappertutto i simboli dell’estate: ghiaccioli ghiaccioli ghiaccioli, alla menta al limone alla coca. E le signore che giocano a carte, i signori che buttano sassi al posto delle bocce, uno che al chiosco proclama: “un vero triestin ga el bulbo”, e si indica la pancia prominente bevendo uno spritz (vino bianco+acqua minerale Radenska). La petroliera sta ferma al suo posto, non si muoverà più, l’ha messa li tanti anni fa Giorgio de Chirico.
E poi tette dappertutto, ma non per fare chissà che, soltanto per stare comode, perché queste xe mule de Trieste. Chissà che pensieri gà le mule de Trieste, perché dentro ‘ste nostre teste passa tutti ‘sti sangui mis’ciai e le mule sogna come matte e metti in pratica come matte. Anche mi go pensieri, pensieri pensieri matti e ‘spetto che te rivi ti, anche se non te son Unika, ma te ciamerò Musetto, perché con quel musetto solo cussì te posso ciamar.

E Musetto arriva, con la pelle scuuuuuura perché lei ama il sole, perché lei vive per l’estate, per vivere tutti i gusti dell’estate. Mi vuole bene anche se sono così pallido e arrossato e ombroso e innamorato della bora. Appoggia accanto a me il suo piccolo frigo portatile, mi guarda curiosa, leccandosi le labbra. Io mi alzo di scatto e vado, vado dove devo andare, dribblo ghiaccioli alla menta, al limone, ghiaccioli a tre gusti, ghiaccioli al mandarino. Arrivo al chiosco con il tipo che esibisce il bulbo triestino, la madama tettona supernera campionessa di scopone e di abbronzaggio con grinze sulla pelle mi consegna la borsa che le avevo chiesto di tenermi al freddo nel freezer: il mio frigo portatile anni Settanta.

Musetto è in topless e in string, quasi nuda. Apriamo veloci i nostri frighi e ci scambiamo i contenuti: io le porgo un bel ghiacciolo bianco candido, lei uno giallo e morbido, dal delizioso aspetto di granita. Appoggiati fronte sulla fronte sorbiamo i sorbetti che abbiamo preparato ognuno a casa propria: io assaporo il delizioso sapore aspro e salato e dolce e inimitabile della sua pipì, lei succhia avida il ghiaccio levigato e salato al gusto del mio sperma. Nessuno può immaginare che quello è il sapore della nostra estate, il nostro amore deviato e normale. Ci baciamo e mescoliamo i sapori dei nostri succhi, un bambino ci guarda e non può immaginare. E poi a lui che gli frega, lui deve giocare. E Musetto e io finiamo in pace i nostri ghiaccioli. E stasera non faremo all’amore, perché il nostro amore sta sulle nostre lingue e quello è il sapore del nostro mare, della nostra estate.

Dietro di noi, sul Carso:
Kri kri
Kri kri
Kri kri
Kri kri
Kri kri
Kri kri
Kri kri
Kri kri
Kri kri

Gluck, slurp, glich…

Giovanni Pianigiani

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