REVOLVER

34DEF

Anita Pankoff, Ragazza in grigio

Guido Zanetti nasce a Genova in un freddo novembre. Da allora si sposta di continuo tra nord Italia ed Europa, fino alle coste antartiche. Tra un viaggio e l’altro, prende una laurea in filosofia e la sensazione di non avere una casa. Ha tante voci in testa, ma non ha ancora deciso quale ascoltare. Con Revolver è per la prima volta su Verde.
Illustrazione di Anita Pankoff (Ragazza in grigio).

«Andiamo, amico. Non puoi dirmi di non pensarla come me. Non puoi dirmi che non lo vedi anche tu. È tutto una merda. Le persone sono merda e il mondo che abitano è ancora più una merda!»
Frank è agitato, come sempre. Cammina avanti e indietro per il salotto, dalla poltrona alla scrivania, dalla scrivania alla poltrona, avanti e indietro, tirando da una sigaretta spenta. Io lo guardo dalla poltrona, mentre lui continua nel suo monologo.

«Cazzo amico. Dopo tutto quello che abbiamo passato non puoi dirmi di no. Non puoi non vederlo, è così evidente! Gli esseri umani sono serpi, lupi, ragni velenosi. Io esco per le strade di questa città e sai che cosa vedo? Vedo ipocriti del cazzo, viscidi di merda che si portano avanti nella vita fottendo e facendosi fottere».
Continua il suo discorso seduto alla scrivania. Facendosi luce con la lampada, che è anche l’unica luce di quell’appartamento, comincia a stendersi una riga di anfetamina. Non smette di mormorare un attimo; parla più a se stesso che con me.
Si arrotola un pezzo di carta e sniffa. Si alza in piedi e tira su col naso un paio di volte. Poi afferra di scatto un bicchiere e lo tira contro il muro, frantumandolo in tante schegge che si spargono a terra, rimettendosi a urlare.

«Cazzo, ma tanto non durerà! Un giorno li tireremo giù tutti, giusto amico? Giusto? Giusto, cazzo! Tutta quella merda che avvelenano il mondo! Tutti quei cani che non hanno capito una sega della vita! Noi gliela sbatteremo in faccia la vita, dura come un mattone! È da tanto che ci pensiamo, ma uno di questi giorni, te lo dico io, passiamo dalle parole ai fatti! Dalle parole ai fatti!»
Ha gli occhi a palla e due occhiaie così profonde e livide che sembra sia stato appena pestato. Non dorme da giorni. Gli ho chiesto se non pensasse di doversi riposare un po’ e mi ha risposto che dormire è una perdita di tempo. Un lusso che chi vuole stravolgere le cose non può permettersi.

Non è che questo tempo guadagnato lo impegni in chissà che. L’appartamento è un macello. Sono stato via una settimana, a trovare mio padre alla casa di riposo. Ho ancora i suoi occhi vuoti stampati nella mente, la sua espressione apatica immersa nello squallore di tante stanze tutte uguali, piene di vecchi abbandonati a vivere i loro ultimi giorni. Mi ricordò tanto una discarica. Le prime due notti le avevo passate in una pensione anonima lungo una strada sperduta tra campi e boschi, solo un lampione a illuminare il casolare e poi buio profondo. Finiti i soldi, mi arrangiai nella minuscola stazione a un kilometro da lì.
Una settimana, neanche il tempo di riprendermi e guarda che cazzo mi ritrovo. La nostra casa non è mai stata un esempio di ordine, ma con Frank da solo il caos raggiungeva livelli inesplorati dall’uomo comune: sacchi di immondizia ammucchiati sul balcone, lavello riempito di piatti sporchi, il cesso otturato di merda. Saggi sul nichilismo e sul nazismo tirati qua e là e alla scrivania Frank che pippa anfetamina da giorni, con solo le mutande luride e gialle indosso, nonostante sia gennaio.

«Ehi, ma da quanto non pulisci casa? E te, puzzi da far schifo».
«Ecco ci risiamo! Igiene, igiene, igiene… è una stronzata da borghesi, un falso ideologico per venderti il deodorante!»
Scatta di nuovo in piedi mentre urla. «Ma cazzo, lo vedi? Te ne vai una settimana e torni con queste stronzate in testa! A te fa male andare a trovare il tuo vecchio, te lo dico io! A te fa male tornare in quel buco, cazzo! Torni sempre con quelle idee ammuffite da provinciale! Ma qui facciamo la storia bello, la storia!»
La storia. La tira sempre in mezzo la storia. Almeno lo fa quando legge libri a riguardo. Butto l’occhio sui volumetti poggiati sul bracciolo della poltrona lacera. Storia del fascismo, comunismo, nazismo, anarchismo. Libri sui complotti del Nuovo Ordine Mondiale e sulla lobby sionista.
Butto giù quei cosi sul pavimento, mentre Frank mi viene incontro, punzecchiandomi.
«Ma dì, mi sa che a te non te ne frega molto di farla. Mi sa che tu in fondo ci vorresti tornare a quella vita, eh? Ma sai che non puoi, tu non sai come viverci là. Tu devi stare con me, fratello! Penso a tutto io, metterò a posto questo mondo! E inizieremo domani! Guarda qua!»

Corre verso la cassettiera e inizia a frugare, lanciando vestiti e stracci per tutta la stanza. Poi tira fuori tutto il cassetto, lo ribalta in terra e finalmente trova quello che cercava. «Toh, guarda qua!»
Mi tira un pesante pezzo di ferro in grembo. Canna lunga, calcio in legno, tamburo da sei colpi.
Ho un revolver scintillante tra le mani, carico.
«Visto che roba? L’ho preso da un amico, quattrocento euro usato. Con questo si inizia. Tutto parte da una pistola. Una delle poche meraviglie del progresso, l’arma da fuoco semiautomatica, il più grande strumento a portata del proletariato».
Non ho mai tenuto in mano un’arma da fuoco, non avevo mai considerato che potesse essere così pesante. Frank me l’ha tirata come se niente fosse, sullo stomaco e ora ho una sensazione livida proprio dove quell’arnese è andato a colpire. Sento la carne pulsare e gonfiarsi, uno strano formicolio nella zona addominale. L’impugnatura è studiata, ergonomica, calcolata alla perfezione per stare in un pugno, ma continuo a sentire disagio nei tendini delle dita. L’indice ha degli spasmi e scopro di avere paura che possa scivolare sul grilletto. L’agitazione diventa insopportabile, porgo quell’affare a Frank, che lo prende e lo impugna con un’inquietante naturalezza, guardandolo con occhi accesi e umidi mentre ne tesse le lodi.

«Con questo cominciò sempre tutto: Bresci, la Comune, Hitler, Mussolini, Stalin e le Brigate Rosse, Ordine Nuovo e qualsiasi guerrigliero moderno. Hanno tutti iniziato con quello. Non guarda alle bandiere, la pistola. Non guarda ai simboli né alle ideologie, guarda alla decisione. Alla decisione di chi la impugna».
Tace un istante e resta a guardarmi, gli occhi di fuori e i denti digrignati. Mi guarda aspettando un commento, poi riprende a parlare come se niente fosse.
«È perfetta per noi. È perfetta per chi non ha bandiera, ma solo decisione. Con questo partirà il caos nelle strade, lo porteremo noi. Domani il mercatino sotto casa, un giorno il parlamento, il vaticano, le scuole, le prigioni! Ripuliremo tutto!»
«Il mercatino? Il pakistano all’angolo? Quello? E quanto può avere in cassa? Dovrebbe finanziare una specie di rivoluzione?»
«Quel cazzo di arabo, sì!», grida tirandomi nuovamente la pistola. Colpisce nello stesso punto, persino con più forza di prima, ma chissà perché stavolta non la sento più così pesante. Cade pure con una certa delicatezza, come se si posasse gentilmente e di sua volontà.
«Lui sarà il primo! Ne verranno altri e molti seguiranno! Ogni viaggio inizia sempre con un piccolo passo, no? Lui sarà il primo! Lo stronzo negro che non fa credito, che ci manda via dal negozio e chiama gli sbirri se faccio casino! Vedrà!»
In tutto questo, Frank si accorge che la sua sigaretta è spenta da un pezzo. Se la riaccende, così nervoso da far tremare la fiamma dell’accendino, e torna a sedersi. Con la tessera sanitaria, comincia a preparare un’altra riga di anfetamina.

Il parlamento? Le scuole? Il pakistano sotto casa? Mi chiedo che cazzo ci faccio qui, in uno squat decrepito, arredato con mobili abbandonati per strada, con i fili degli allacciamenti scoperti e i lucchetti alle porte, a pianificare di fare un bordello con uno strafatto delirante in mutande. E mi chiedo se questo pazzo abbia mai pensato che è pieno di svalvolati che già fanno quello che lui vorrebbe fare, tutti convinti e certi di farlo per una giusta causa e tutti inconsapevoli di correre all’impazzata su un binario morto.
Devo alzarmi, fare qualcosa, perché la voce di Frank non si vuole fermare. Non vuole smettere di parlare e comincio a non poterne più. Poso quel maledetto pezzo di ferro e legno sul tavolo e vado da Frank, togliendogli la banconota dalle mani.
«Questa è per me».
Inspiro con forza. La pastosa polvere, con quell’odore di plastica e petrolio, si impiastra nel mio naso. Le pareti della narice pizzicano, sento la mucosa sfrigolare e al centro della mia fronte, dalla base del setto fin giù nella gola sento un formicolio strano, come se delle termiti mi stessero invadendo o come se del muschio stesse crescendo a una velocità incredibile, premendo per scavarsi uno spazio. Tutto si illumina, le orecchie fischiano. Devo pisciare.

La voce di quel maledetto mi segue, mi parla di case bruciate e divise esposte nelle piazze, chiazzate di sangue da far seccare al sole. Come una lingua di serpe, sento il solletico sul lobo del mio orecchio, lo sento infilarsi sempre più dentro. Mi dice che nulla ha senso, che niente è sbagliato. Fa ciò che vuoi. Niente è sbagliato. Fa ciò che vuoi.
Tiro fuori il cazzo, rattrappito dal veleno, e inizio a pisciare. Ma per tutto quello che butto fuori, altro sporco torna dentro e il cuore comincia a picchiare sulle costole con violenza.
La sottile lingua di rettile diventa un bastone e il mio timpano la pelle del suo tamburo. Serro le mascelle per soffocare un urlo, che diventa un verso gutturale che si agita ruvido nella gola.
Frank è ancora lì, chino a picchiettare la superficie della scrivania per dare forma alla striscia bianchiccia. Non ha mai smesso di parlare. Forse non smetterà mai, forse non può smettere.
«Che poi fai quello che vuoi, stronzo. Io lo farò comunque, lo sveglierò io il mondo! Riuscirò dove ha fallito Manson, vedrai se non lo faccio, sveglierò questo mondo di merda!»

Cammino lentamente verso di lui. Non si gira nemmeno, continua a parlare strisciando la scheda. La scatola cranica romba, un rumore di fondo la disturba con un forte sibilo, come una teiera impazzita, pronta ad esplodere. Sento le crepe che iniziano ad aprirsi nell’osso, sotto la pressione di parole inarrestabili che cominciano a prendere corpo, prendere corpo, finché non ho più pensieri miei ma solo un cervello che si dibatte contro i pensieri di un altro, prendere corpo, come una reazione allergica. Tutto perde senso, tutto perde volume e concretezza, tutto tranne il calcio della pistola che scopro di aver ripreso in mano senza accorgermene nemmeno.
«E scoprirò l’illusione di quei pezzenti, il loro mondo di bugie e finto ordine gli crollerà davanti! Fidati, riunirò il caos dalla mia, scatenerò l’inferno in mezzo alle strade e prima o dopo si piegheranno a me! Sarò un santo, un messia! Anche se morirò, chi dovrà capire capirà e seguirà la mia cazzo di strada!»

Sono dietro di lui, quando si china e tira rumorosamente la speed. Tira su la testa e la sua nuca sbatte contro la canna del revolver. Un solo colpo inonda la scrivania di liquido rosso e polpa grigiastra. Il dito, questa volta, non ha tremato.

Frank lo conobbi all’università. Zero esami, zero voti. Fermo al punto di partenza e felice di esserlo. Odiava il mondo accademico, i voti, gli esami. Era solo lì per la biblioteca, come me. Da lì cominciò tutto.
Senza che me ne accorgessi una sera io avevo svuotato il conto per l’università e Frank aveva rubato l’auto del padre. Da lì, per un po’ facemmo perdere le nostre tracce, guidando nella notte su strade provinciali immerse nel buio, illuminate solo dai fanali.
Provo a cercare del rimorso e non ne trovo neanche un po’. Non so perché l’ho fatto. Cammino lungo il fiume che attraversa la città, a notte fonda. Cerco una risposta sensata, ma non la trovo. So solo che adesso c’è silenzio, finalmente. Tengo la pistola tra le mani, la pulisco con giacca, la lancio nel fiume e torno sui miei passi. Accendo l’ultima sigaretta del pacchetto di Frank e soffio una nuvola bianca verso il cielo nero. Riesco a vedere il palazzo dove vivevamo da qui. La luce è ancora accesa e mi sembra di poter vedere dentro la finestra. Mi sembra di vedere il mio amico, la testa bucata e le braccia a penzoloni, gli occhi sbarrati e le labbra che si bagnano nel suo sangue. Un pazzo scatenato che lentamente ha gettato la sua vita nella ricerca sistematica del caos. Un uomo che aveva raggiunto il limite da un bel pezzo, che aspettava solo la spinta finale per precipitare nel vuoto.

Per Frank, in cinque anni di vita disordinata, morire è stato il primo vero cambiamento, la prima svolta in una esistenza che non voleva andare da nessuna parte. Per un attimo penso di essere stato un vero amico a fare quello che ho fatto.
La città è un freddo ghiacciaio di luci e cemento. Non mi resta che trovare un posto dove dormire.

Guido Zanetti

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