CASUAL FRIDAY #34: RIZOMA

Casual Friday (qui e su Facebook) è la rubrica di Verde nata per promuovere un nuovo reading code. Ogni settimana un racconto inedito di un autore diverso che cercherà di farvi ridere, divertirvi o semplicemente imbarazzarvi.
Rizoma è la tetralogia degli elementi di Flavio Ignelzi. È venerdì, rilassati!
Illustrazione di
Silvia Priska Benedetti (Ventuno).

1. Aria
L’urlo disumano fece voltare tutti i codici verdi in sala d’attesa. Sembrava un effetto sonoro di un film di fantascienza. Il verso di una creatura spaziale. Arnaldo era intento a lavorarsi Gaia, la nuova infermiera che in quel momento era di turno alla reception del pronto soccorso; pareva essere sul punto di farsi dare il numero di telefono, ma fu costretto a scattare come un centometrista in Dr Scholl.
Era il vecchio arrivato la sera prima, l’urlatore, che aveva bisogno della bombola d’ossigeno.
L’infermiere spinse le porte del corridoio come un cowboy quelle del saloon, oltrepassò il breve corridoio e sbucò in camera. Il vecchio era seduto nel letto, boccheggiante, e indicava il televisore. Il telegiornale regionale stava trasmettendo il servizio sull’incendio e lui s’era impressionato nel riconoscere il suo appartamento annerito, il portone di casa sfondato dai vigili del fuoco, la finestra della sua cucina carbonizzata. Fissava lo schermo come si fa con un fazzoletto subito dopo essersi soffiati il naso.
Arnaldo guizzò verso di lui e gli infilò il muso nella mascherina. Gli mormorò di respirare a fondo. Gli intimò con fermezza e dolcezza di inspirare.
Il vecchio socchiuse gli occhi e obbedì. Era abituato alla mascherina e alla bombola, le aveva anche a casa. Era malato di BPCO, broncopneumopatia cronica ostruttiva. I fumi avevano rischiato di ammazzarlo.
Arnaldo gli tenne la testa ferma e sollevata e lo sentì calmarsi, mentre il servizio giornalistico informava che il responsabile dell’incendio era stato individuato e assicurato al carcere cittadino.
Chi poteva voler male ad un povero pensionato nullatenente?

2. Acqua
Gaia doveva contare fino a cinque e poi immergersi. Facile. Per la maggior parte delle persone.
Poteva turarsi il naso con le dita, se le andava, così l’aveva incoraggiata l’istruttore di nuoto. Lei non pensava che questo la potesse aiutare.
Cinque.
La cosa che le dava fastidio più di ogni altra era Biagio che la fissava, dall’altra sponda della piscina. Ci aveva provato con lei, tutti ci provavano con lei perché lei era una biondina attraente. Lei era stata titubante e scostante, con Biagio come con gli altri. Lui se l’era presa e dalla lezione successiva non le aveva più rivolto la parola.
Quattro.
Però continuava a fissarla. Forse imbronciato, forse incantato. E a lei dava un tale fastidio. Le scappava anche la pipì. Una giorno un amico del liceo le aveva detto che se avesse fatto pipì in piscina, l’urina avrebbe innescato una reazione chimica con le sostanze sciolte nell’acqua e si sarebbe trasformata in acido. Era una fesseria ma lei ci credette, al tempo, e ancora oggi ci pensa ogni volta che le scappa in piscina.
Tre.
L’esercizio serviva ad abituarla all’acqua sul viso, per lei che aveva sempre provato un senso di soffocamento, anche a casa con il semplice getto della doccia. Idrofobia, più o meno.
Due.
Ora deve concentrarsi soltanto su di lei. Sta per chinarsi. L’acqua della piscina è un liquido innocuo. L’istruttore è a due metri.
Uno.
Chiude gli occhi. Li serra. Chiude la bocca. La serra. Chiude il naso. Ma prima esegue un bel respiro profondo. Apnea. Riesce a trattenere il fiato per una trentina di secondi. Il record è di diciassette minuti e quattro secondi. Ma come si fa?
Zero.

3. Terra
Biagio e Mino scavavano una buca. Avevano soltanto una pala, quindi facevano un po’ per uno.
Mino aveva otto anni, il terreno era duro e non riusciva infilare la pala in profondità. Il fratello gli aveva suggerito di aiutarsi con un piede, ma lui non ci riusciva neanche in quel modo. Rimuoveva qualche zolla e qualche ciuffo d’erba, nient’altro. Il lavoro grosso lo faceva il fratellone, che aveva dodici anni più di lui.
Avevano scelto il posto più riparato, nel giardino dietro casa, sotto il tiglio, lontano dalla strada. La buca doveva essere profonda una cinquantina di centimetri, larga abbastanza da contenere una scatola di scarpe.
Vito si affacciò alla finestra. Era il vicino di casa e la sua abitazione distava pochi metri in linea d’aria dall’albero e dalla buca.
Biagio se ne accorse, si fermò e gli sorrise, asciugandosi la fronte col maglione e facendogli segno con la mano. Vito si limitò a sparire dietro le tende. Non era un tipo da gesti affettuosi.
Appena le dimensioni lo concessero, Mino depose con delicatezza la scatola nella buca. Quindi iniziò a ricoprirla con la terra e le lacrime che gli scivolavano dalle guance. Ma il bambino non frignava. La scritta Reebok fosforescente attese un po’ prima di essere nascosta.
Biagio colmò la buca con qualche badilata vera e il fratellino piantò due legnetti al limitare del lato corto a formare una croce sbilenca tenuta assieme dal ferro filato.
Il bambino guardò il lavoro finito e sembrò soddisfatto e un po’ meno triste. Biagio gli chiese se volesse dire qualche parola di commiato, ma il bambino declinò imbarazzato. Allora gli suggerì di andare a fare merenda. Sarebbe potuto tornare lì ogni volta che voleva.

4. Fuoco
Nessuno sa risalire con precisione a quando Vito bruciò un cassonetto per la prima volta.
Aveva iniziato da piccolo, con le tendine di casa. Gli piaceva guardare le fiamme che divoravano il tessuto, che disegnavano contorni neri. Le spegneva in tempo. Riusciva a bruciare solo i bordi, senza che sua madre se ne accorgesse. Un giorno la distrazione e l’acrilico furono fatali.
Della sua stanzetta non si salvò nulla.
I cassonetti in strada, invece, bruciavano fino alla fine. Nessuno si accorgeva delle fiamme fino a quando non guizzavano fuori. Minuti importanti per dileguarsi.
Quattro settimane prima il fuoco aveva divorato la Lancia Ypsilon parcheggiata di fianco al cassonetto, ma non era esplosa come succede nei film.
Oggi invece il fuoco si era arrampicato fino alla finestra del primo piano, e dalla finestra era entrato in casa.
L’anziano che abitava lì soffriva di BPCO. Se l’ambulanza non fosse arrivata insieme ai pompieri, non si sarebbe salvato. C’era mancato un soffio.
Vito stava scrutando le operazioni di spegnimento dall’altro lato della strada, insieme ad alcuni curiosi del quartiere. Fu avvicinato da due tizi. Gli intimarono di seguirlo in questura. Si presentarono come poliziotti in borghese.
Nella gazzella a sirene spiegate gli rivelarono che era sotto osservazione da un po’. Era stato incastrato da un video di una telecamera stradale. Tentato omicidio, roba tosta. Se fosse stato collaborativo e avesse deciso di farsi curare, avrebbe potuto risparmiarsi un po’ di gabbio.
E al gabbio, ridacchiarono i due, lo avrebbero tenuto lontano dalle cucine e dai fuochi.

Flavio Ignelzi

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