LA SCIMMIA (3/2)

Terrorismo, vivisezione e post-11 settembre: sono i temi de La scimmia, il romanzo di fantascienza ucronica (definizione dell’autore) che Francesco Cortonesi sta scrivendo per Verde. Proseguiamo la lettura con la seconda parte del terzo capitolo (primo qui, secondo qui).
Illustrazione di
Silvia Priska Benedetti (Diciassette).

Hai lasciato la superfice.
Adesso sei seduto sulla panchina rossa, davanti al recinto degli elefanti. Sfogli il depliant che ti hanno consegnato all’ingresso. Quasi trecento animali, distribuiti in circa cento gabbie, sparse nel primo piano del seminterrato. Esamini attentamente le fotografie in alta definizione. Gli animali sembrano galleggiare nelle pagine blu cobalto come a bordo di zattere alla deriva. A ogni naufrago è affidata una descrizione sommaria che riporta razza, età, peso e abitudini. Ma non il nome.

Trecento animali sconosciuti pulsano di vita a pochi metri di cemento armato sotto la hall. Senti la pressione di tutta la violenza delle Torri, una violenza che sembra sul punto di schiacciare gli elefanti come scarafaggi. Una violenza che sembra sputata fuori da un compressore connesso direttamente ai cervelli degli abitanti delle Torri. Violenza pressurizzata che spinge le persone a cercare una via per la decompressione. Prima di quanto tu possa immaginare le Torri finiranno fuori controllo. La violenza sta filtrando. Contagiosa come un virus.
Una donna è alle tue spalle, ti giri per guardarla, cerchi di capire a cosa sta pensando mentre a grandi passi si dirige verso la vasca degli ippopotami. Si ferma, scatta una fotografia e prosegue come se avesse effettuato una sosta di servizio. Tutti i visitatori hanno questo atteggiamento, l’idea che il tempo sia più facilmente gestibile velocizzando le tappe e non il viaggio.

La riduzione del tempo impiegato a compiere qualsiasi attività. Il nuovo modus vivendi. Ogni azione prescinde dal piacere e dall’efficienza.

Ti accorgi che l’agente di sicurezza che piantona gli elefanti ti osserva. Sembra studiarti nei particolari. Valutare le tue potenzialità distruttive. Ti chiedi se ti ha riconosciuto. Se ha in qualche modo ricollegato il tuo viso a quello dell’agente che ha ucciso un innocente qualche anno fa. Ma gli agenti di sicurezza dell’underground non salgono mai sopra il piano zero. Sono addestrati a sorvegliare il cuore di tenebra, lo spicchio di finta giungla incastonato nell’armatura di cemento. Sono pagati per agire senza dover prendere in considerazione il ruolo sociale del bersaglio. L’agente ti osserva come osserverebbe chiunque. Per questi tutori della sicurezza ogni abitante delle Torri ha lo stesso valore. Il valore di un pappagallo di questo zoo. Un pappagallo immediatamente sostituibile con un altro.

Applewhite e Clara sono dall’altra parte del recinto. Le luci artificiali, il cielo dipinto sul soffitto, le palme di plastica intorno a te, improvvisamente tutto ti appare per ciò che è. Perfette menzogne invisibili al servizio della distorsione percettiva. La musica che esce dagli altoparlanti nascosti nelle palme di plastica è fredda e ripetitiva, un campionamento in loop che vorrebbe trasmettere l’atmosfera della giungla. È difficile rompere un’idea distorta ben congeniata. Per questo la musica avvolge l’aria come un sudario e ripropone il barrito degli elefanti, il ruggito della tigre, l’uluato del lupo, in una traccia subliminale che non disturba ma si lascia percepire e apprezzare.

CONTINUA (primo capitolo qui; il secondo qui)

Francesco Cortonesi

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