FICTIOTEQUE #5: WITH INA

p.1 VERDE 8

Verde 8, gennaio 2013 (In copertina: Simone Lucciola ritratto da Enrica De Nicola)

Quinta puntata di Fictioteque – Boutique di cronache cineletterarie, la rubrica che Federica Lemme ha ideato e curato su Verde dal luglio 2012 all’aprile 2013. With Ina è apparsa per la prima volta nel numero 8 del nostro cartaceo (gennaio 2013).

TAMPAX e DTT
KANDEGGINA GANGBANG
Sturm & Drunk Edizioni, 2012, pp.129, 9,90€

TAMPAX e DDT firmano manifesti poetici, videoclip e racconti degeneranti. Hanno un’identità che cambia di giorno in giorno perché neppure loro sanno dirvi chi sono e da dove vengono. Sospesi vivono senza direzione teologica e offrono a questa rubrica il loro primo capitolo letterario:

«Una sensazione di, una dizione imperfetta dall’impianto in distorsione per abuso, il pacchetto aperto in bilico per cadere, e. Una paranoia. C’è stato qualcuno durante la mia assenza? Una strana dizione dalle casse può passare ma quelle mutandine non sono le mie, di certo non le indosso. Mai. La cenere ruggisce un fantasma che attaccandosi alla saliva cerco di deglutire. Impiccato nella gola rifiuta la discesa. Beat incastrato nega la sinterizzazione. L’apparato digerente contorce i nodi in cui rantola il ricordo legato male. Benedetto sia quel ventre in grado di vomitare. La mancanza di professionalità negli eventi può generare complicanze. Non ci si deve fidare del male fatto gratis, bisogna rivolgersi alla persona sbagliata sempre gentilmente, altrimenti si è fuori dal via, senza i venti, quelli che tirano da questi parti con le narici del cielo tra le nuvole e l’ossido di demenza pronto, partenza, via, andiamo, è ora. Primo stop. Il semaforo lampeggia e ne approfittiamo per tornare vivi. Sorridenti. Il semaforo non lampeggia più ma i neon illuminano un macellaio che seziona corpi con la falsità di uno splatter di serie Z in stile Misfits. Il sangue cola da anime in materiale riciclabile. In tangenziale identiche sere si rivendono sulle cosce come qualcosa di diverso. Nei motel polsi legati dalla biodegradabilità di sacchetti in plastica brillano sugli sguardi lucidati dal monossido di carbonio. Indistinti colori riflettono paesaggi sbiaditi. Troppe lenti tra i canti del mattino con l’aspirapolvere e il rosario da snocciolare, non si sa mai si svegli la santissima influenza della scena di Detroit sempre pronta a invadere con l’ecstasy da filosofo del non detto. L’esistenzialismo è una rottura di coglioni. Come la pipa sporca di Sartre. Magritte aveva presagito che non essere sarebbe stato molto più appariscente di quel gran gangbang poco erotico tra come andiamo e dove andiamo così eretti dentro questo mondo di ubriachi in cui l’unico sobrio ha spento l’ultima danza decente per far posto al rocker pronto a vendersi e svendersi. Gli organi tumefatti dell’Halleluja giacciono nell’ennesimo remake di Cohen in cui soffiano incensi scaduti. Intingo le dita in un’acquasantiera piena di kandeggina. Intanto che batto. A macchina. Lungo questa statale senza direzione. Senza mutandine di (ma)donne fantasma. Non hai mai creduto nei santi, anche perché se lo avessi fatto mi avresti bruciata. Dopo Giordano e Giovanna, in ordine alfabetico sarebbe toccato a me: Jo Squillo».

 

 

Federica Lemme

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