CASUAL FRIDAY #30: PANNA

The X-Zone Of The Universe

Inchiostro Lisergico, The X-Zone of the Universe

Casual Friday (qui e su Facebook) è la rubrica di Verde nata per promuovere un nuovo reading code. Ogni settimana un racconto inedito di un autore diverso che cercherà di farvi ridere, divertirvi o semplicemente imbarazzarvi. Il miglior Casual di Paolo Gamerro (secondo l’ormai ex-redattore e collaboratore di Verde, Luca Carelli) ha finalmente un seguito, Pongo numero 2, anche noto come Panna.  È venerdì, rilassati!
Illustrazione di Inchiostro Lisergico (The X-Zone of the Universe).

Dodi
Tra una comanda e l’altra, io mi prendo del tempo per me e penso alle malattie. I miei amici più cari mi chiamano Dodi. Il mio vero nome è Cesare Pezzana, ma per gli amici più cari sono sempre Dodi. No: non Dudu, Dodi. D-O-D-I. Con la o.
Mi definisco una persona tonda con la quale poter conversare: ⃝
Lavoro in una steak house significativa nel panorama mondiale delle steak house, e griglio la carne con solerzia e zelo. C’è chi la vuole al sangue, chi invece preferisce gustarla ben cotta, io so cucinarla a dovere a seconda dei gusti dei clienti della steak house.
Nel weekend sono pressato dalle comande, ma in settimana nel ristorante affluiscono meno clienti, quindi tra un ordine e l’altro ho del tempo libero e mi metto a pensare alle malattie. Nella vita io infatti coltivo tante passioni, ma la mia favorita è sicuramente quella delle malattie.

Tra tutti i miei colleghi, quello con cui mi trovo meglio a lavorare è Enzo. Enzo è di fianco a me adesso, lui è un androide costituito da acciaio e fili elettrici e quindi non ha un’anima. Io sì. Sono esistenziale, penso alle malattie e alla morte. Poi mi metto a friggere la carne che sfrigola sulla griglia, ed è tutto uno sfrigolio di pensieri che girano nel mio cervello come io giro le bistecche!

Ci sono diverse malattie di cui si può morire, ho scoperto negli anni: il tumore ascellare, il tumore all’intestino, il tumore al cervello, la sclerosi, l’aids, la leucemia. Mi rimetto a girare la carne e a renderla croccante, il capo ogni tanto entra e ci fa un culo così, ci dice oh cazzo muovetevi, che cazzo fate oh!, siete qui a rubare lo stipendio, bastardi, cosa cazzo vi credete, che vi regalo i soldi? Muovetevi, oh! Quando invece è di buon umore ci parla di donne; una volta ha chiesto se sapevamo o no cosa fosse il timone olandese e io gli ho risposto di no e lui mi ha detto che è quando ti fai una sega e la tipa ti tiene il braccio che fa su e giù, poi ha bestemmiato e ha fatto un verso con il naso.

Carne di animali morti. Siamo io, gli animali morti, al mio fianco Enzo l’androide e nel mio cervello: le malattie.

Non penso soltanto alle malattie, sia chiaro. Quando la sera sono al Bar Desideri con il mio amico Fulvio, noi conversiamo anche di telefonini. Mi piace conversare.
Fulvio ha un Motorola che ha comprato usato a centodieci euro, io devo cambiare il Samsung. Andiamo a vedere nella rete le offerte mentre stiamo al bancone a guardare i tipi che entrano a comprare le sigarette o quelli con il demone delle macchinette da gioco o la barista.
Fulvio è uno che in generale ha capito come funzionano i rapporti di compra-vendita, soprattutto sul versante delle offerte dei telefonini su internet, conosce i siti, beve una Ceres dietro l’altra e poi mi dice andiamo fuori un attimo che mi fumo una sizza mentre smanetta con il telefono e mi illustra con fare divulgativo i prezzi più significativi che fanno i siti e si sistema il cappellino e sputa. Fulvio ha un brutto neo sul collo, lo fisso di continuo e credo che possa diventare un melanoma, ma non glielo dico mica!

Anche la sifilide può portare alla morte, ti smangia via pezzi di cervello, poco a poco, la prendi se vai con certe ragazze, quelle con cui va Fulvio, me ne racconta proprio di belle ogni tanto!

Dopo il lavoro, sulla strada verso casa, guido la mia Opel e penso alle malattie, questa sera per esempio sono in fissa con l’epatite mentre la radio passa All that she wants degli Ace of Base, che era una vera hit degli anni Novanta, una di quelle hit da Festivalbar. Io non lo guardavo mai il Festivalbar, di solito stavo sul divano a pensare alle malattie.
Domani ho il doppio turno, tutti vogliono lavorare con il Dodi, perché io sono uno che parla poco e lavora tanto, non mi lamento, vado poco in bagno, sto concentrato. Ritengo di essere una persona che svolge il proprio lavoro con estrema meticolosità, mi piace pensare che gli animali morti che friggo, un tempo erano vivi e avevano una personalità e correvano.
Poi sono morti. Le malattie. Mentre sono lì con la carne sul fuoco mi piace fare questo gioco che ho inventato e che faccio tra me e me mentalmente: si tratta di indovinare di che malattie moriranno le persone che conosco, è il mio passatempo.

Noi umani certe volte non moriamo di malattie, ci accasciamo e spiriamo. Semplicemente. Però così non hai il tempo di realizzare. Cioè non esiste che un secondo prima sei lì a friggere il manzo sulla piastra e un attimo dopo sei a terra stroncato da una esplosione nel cervello.

Stavamo bene, poi è arrivata l’informazione
Stavamo bene, poi è arrivata l’informazione. L’informazione è un blob grumoso e rosa che esce dalla televisione, dalla radio e dal computer e entra in tutti i buchi del tuo corpo, arriva al cervello e ti distorce i pensieri, deformandoti, spossessandoti.
L’informazione ha invaso le nostre vite anche irradiandosi dagli altoparlanti del centro che trasmettono musica, sgusciando dai tombini, schizzando dal telefono sul più bello. Entra nelle orecchie e si smangia il cervello. Stavamo bene, poi è arrivata l’informazione. Io mi sono barricato nel mio appartamento a Sesto San Giovanni e tengo la televisione spenta, il computer spento, il telefono staccato, ma ho paura che l’informazione coli dal soffitto, i vicini del piano di sopra ne fanno un largo uso e lei, l’informazione, straripa.

Quando esco a fare la spesa sto attento agli informati, che mi vogliono mangiare il cervello e mi si attaccano addosso. Faccio strade alternative per arrivare al supermercato vicino alle carceri, e anche lì mi nascondo tra le corsie, tento di andare a comprare il pane e il pollo e mi tengo le orecchie tappate per non far arrivare l’informazione ai miei timpani. Stavamo bene, poi è arrivata l’informazione, il più grande virus mondiale che si propaga nell’etere e genera morte.

Corro sotto il cielo lattiginoso che si abbassa e mi schiaccia, tossisco, una tosse fitta, sono uno dei pochi superstiti del pianeta terra che non è ancora stato contagiato. Sulla metro mi rannicchio, ho il cuore in gola, conto i secondi che mancano per arrivare a casa. Gli informati si aggirano nei vagoni, gli occhi bovini sul device elettronico, l’andamento robotico, la testa itterica piena di informazione che cola gialla come muco dal naso e lacrime dagli occhi.
Il centro città è ricoperto di morti. Pile di cadaveri. Spolpati. Deformi. Sotto le squallide luminarie natalizie spente e decadenti. Si sentono spesso le urla di chi viene dilaniato da questo male terribile, l’odore nell’aria è quello ferroso del sangue, il centro commerciale è invaso dai topi che si mangiano i cadaveri, ammassati, scomposti, carne marcia putrefatta.

I miei amici: tutti morti di informazione, gli è scoppiata la testa. La mia ragazza: morta di informazione su un social network, boom. Il blob rosa e grumoso che ti spossessa. Mio cugino: deformato dall’informazione. Mio padre: squassato dall’informazione radiofonica.
E pensare che prima si stava bene. Mi passava, andavo a giocare a calcetto.

Questione complessa
«Mi dispiace che insomma… sì, insomma, ci siamo capiti, non volevo, mai e poi mai, non avrei voluto un finale del genere, davvero, tu e tuo figlio, stavate davvero bene insieme, davvero, il fatto è che mi pulsava nella tempia, capito? Era lei, la mangrovia (essa rilascia nel mio cervello quel liquido nero che intacca e contagia i miei pensieri), ti ricordi della mangrovia? Quando parlavo della mangrovia nel mio cervello? Sempre lei, lei che mi coordina, mi ha cooptato, plagiato, capisci amore mio? Quando ti vedevo in foto, tu e tuo figlio, mi pulsavano le tempie da scoppiare. Io non lo avrei mai fatto senza di lei, la voce nel cervello, mi scoppiavano le tempie davvero. Non avrei mai voluto, mai e poi mai, farti del male, tu e tuo figlio, siete bellissimi nelle foto ma quelle foto, loro, mi facevano pulsare le tempie, me le sentivo scoppiare, io ti amo lo sai, mai avrei voluto arrivare a … hai capito, ma insomma la mangrovia (essa rilascia nel mio cervello quel liquido nero che intacca e contagia i miei pensieri), mi ha costretto, altrimenti sarei morto io e non me lo sarei potuto permettere, proprio ora che sto ricominciando a vivere, ho ricominciato tutto daccapo, ho ricominciato a stare bene amore, poi però sei rispuntata fuori dal nulla, come una troia che rispunta fuori dal nulla con quella faccia, quella faccia da sporca (ma bellissima amore, amore sei un angelo, mai avrei voluto dire una cosa brutta), e la mangrovia (essa rilascia nel mio cervello quel liquido nero che intacca e contagia i miei pensieri), è tornata e insomma sono stato costretto a seguirvi, ma mai, mai, ti giuro, mai avrei pensato di farti del male, tu sei bellissima, te lo dico davvero con il cuore (il mio cuore che ha sempre e soltanto vissuto per te), anche adesso con quel viso blu e la tua faccia. Tu e il tuo pachiderma, vi amavo in foto, potevamo essere un tutt’uno, una unica cosa, hai rovinato quella triade bellissima che potevamo essere noi, amore mio, noi, il punto è che ancora un po’ e mi sarebbero scoppiate le tempie, non sai il male, le fitte che mi creavano le tue foto, le vostre foto, come sono entrate violentemente nella mia vita, nel mio cervello dove abita la mangrovia grassa (essa rilascia nel mio cervello quel liquido nero che intacca e contagia i miei pensieri), mi dispiace tantissimo amore, ti amo, bellissima con la tua faccia blu e il corpo ora sgonfio.

Un’altra questione
Da quando Eleonora Ferrarese Montalto si è capottata con il motorino e si è sfasciata la testa, vive in un Mondo-Panna dove le case sono fatte di panna e tutti si spostano nuotando nella panna. Quando piove, dal cielo scende la panna dolce e quando si va al mare o in piscina ci si tuffa nella panna fresca. Si mangia panna tre volte al giorno e si va a letto in un letto bianco fatto di panna. Nel Mondo-Panna le case sono fatte di panna e dai comignoli dei tetti cola fuori un fumo bianco e schiumoso composto prevalentemente di panna. Non esistono sentimenti brutti come la paura o l’ansia, perché anche i sentimenti sono fatti di panna, e quindi sono tutti buoni, come l’allegria e la spensieratezza. Per gioco, ogni tanto, si prova a dare un colore ai sentimenti, e senza farlo apposta, viene sempre fuori che sono bianchi, come la panna.

Si sta sulle giostre di panna, si guidano macchine fatte di panna, non si muore mai e al posto del sangue, nelle vene circola la panna.

CONTINUA?

Paolo Gamerro

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