LA MATTINA IN CUI SI SUICIDÒ IL GRANDE FRED

Ci scrive Sergio Gilles Lacavalla: “Il 3 febbraio del 1960 moriva Fred Buscaglione. Ho scritto un atto unico rappresentato solo due volte in forma di lettura scenica con musiche di Macelleria Mobile di Mezzanotte. Che ne dite se lo mandiamo online proprio il 3 febbraio? In memoria.”
Il dramma si intitola La mattina in cui si suicidò il grande Fred.
Illustrazione di Inchiostro Lisergico (Tre).

La scena è l’interno di un night club. In un angolo c’è una macchina schiantata sotto la luce nebbiosa di un lampione. Luci soffuse nel locale. Fred Buscaglione è seduto a un tavolino. Un bicchiere davanti a sé. Un posacenere e una sigaretta accesa da fumare. A volte va a sedersi (o poggiarsi) al bancone del bar. Qui c’è una barista in abiti succinti. C’è anche un microfono con l’asta, nell’angolo opposto a dove sta Buscaglione, in fondo. Un microfono stile anni Cinquanta-Sessanta. Il microfono è tenuto al buio e apparirà, illuminato da una forte luce, solo quando Fred Buscaglione accenna le sue canzoni. La luce allora illumina un altro Fred Buscaglione che, con il suo gruppo, gli Asternovas, qui interpretati dalla band Macelleria Mobile di Mezzanotte, completa le canzoni iniziate dal Fred Buscaglione recitante (questo però non accadrà sempre, a volte i brani rimangono solo come frammenti del Fred attore). Le canzoni assumono carattere noir jazz. Esclusi i pezzi di Buscaglione, il resto della musica, che fa da sottofondo all’intera pièce, è originale di Macelleria Mobile di Mezzanotte. Il Fred Buscaglione cantante è il crooner della band, Adriano Vincenti, in arte Dwight Holly. Un altro riflettore si accenderà quando Fred Buscaglione parlerà di sua moglie, che apparirà in numeri di contorsionismo e altre abilità circensi. Quando l’ultima notte di Fred è in forma di cronaca giornalistica, Buscaglione leggerà delle sue ultime ore sulle pagine di un quotidiano. Il Buscaglione cantante e la sua band, la barista e la moglie di Buscaglione, Fatima Ben Embarek, in arte Fatima Robin’s, sono fantasmi, proiezioni mentali di Fred Buscaglione, che così come appaiono, finito il loro momento, spariscono.

Ci vediamo al fondo di un bicchiere, illusione che non so dimenticar. Ogni notte ti devo ritrovare, nel mio cielo popolato di bar”.
Che cosa assurda un locale vuoto”… che cosa assurda questa strada vuota… la luna tra un istante se ne andrà. Che impresa quella dei sovietici: Luna 1, a 120.000 km da Terra, se ne sta lì, a girare inutilmente dopo aver mancato il satellite. La luna, lei non ci vede neanche: la luna se ne frega di noi. La notte se ne sta andando, eppure, a me, sembra di vederla, la sonda a 120.000 km da Terra intorno alla luna. Forse è solo un lampione. I lampioni ancora accesi cercano di trattenerla. Ancora un po’. Ancora un po’ di luna. Ma il mio istante arriverà prima che si spengano le luci. Prima che la luna scompaia, anche per oggi. Prima che l’uomo metta piede sulla luna: molto prima. Prima che la Luna sparisca per sempre dalla mia vista, dai miei pensieri. Dall’ultima canzone – comunque da lì non se ne andrà mai. Rimarrà solo nelle canzoni. Mi restano solo quelle. “Guarda che luna, guarda che mare, da questa notte senza te dovrò restare”. Anche tu te ne sei andata. A luci spente. Mentre si accendevano quelle della televisione. Non ti ho neanche chiesto di venire con me. Per questo mi hai lasciato. Sapete, lei se l’aspettava, ci contava che la portassi a quel programma tv, a Serata d’Onore, invece dei soliti night. Non aspettarmi alzata. Tanto tu non mi aspetti più. Frasi d’abitudine. Ecco, avrei voluto solo un po’ d’abitudine. Sono stanco di tutti questi locali. Tra due anni Fred Buscaglione tornerà Ferdinando Buscaglione. Solo due anni. Prima che il pubblico mi volti le spalle, io me ne andrò. Allora perché voglio farla finita adesso, stanotte, stamattina? Non lo so. “Ci vediamo al fondo di un bicchiere, dolci labbra che non posso più baciar”. Dolci di whisky, le labbra della morte. Forse, chissà. Avvocato, segnala per la prossima canzone. Non è una bella strofa? Anche le tue labbra erano dolci d’alcol. In fondo, io non ho mai bevuto tanto. Il personaggio, solo il personaggio: lui beveva per me. Fred dal whisky facile. All’ultimo mi mettevano il tè nel bicchiere. Per via dell’acidità di stomaco. Non potevo più bere. L’acidità è la malattia di chi è malinconico. Anche l’alcol, certo: ma, sapete, non sono proprio Fred dal whisky facile. Non lo sono mai stato. Il personaggio, dicevamo. Eri tu quella che beveva. Fatima, una bottiglia a sera. Fatima, smettila di bere. E tu smettila di stare dietro a tutte. Va bene, ne butto giù un po’ anch’io. Solo per farti compagnia. E per le tue labbra sul collo della bottiglia.

«Quella notte Fred non aveva bevuto», ricordò Mario Pogliotti, l’amico giornalista che era stato con lui per buona parte della notte tra il 2 e il 3 febbraio 1960. Poche ore prima, al cinema Fiamma, avevano dato l’anteprima di gala de La Dolce Vita. La notte era sfavillante di flash e riflettori. A lui, Federico Fellini non aveva pensato per il suo film. Con Anita Ekberg avevano girato una réclame della birra. Ma niente Dolce Vita. Lei si toglieva le scarpe e si bagnava i piedi nella fontana. Mastroianni la guardava. Anche Fred la desiderava, secondo Fatima, che gli avrebbe sparato, lei sì, come Teresa. Invece si arrese e lo lasciò; la sua araba gelosia. Ma Fred non la guardava più di tanto la bionda svedese, mentre giravano la pubblicità per la dolce vita a cui si apprestava l’Italia. Per Fred la vita era diventata agra, come la scorsa di limone nel Martini Dry. «Non aveva bevuto, era un po’ triste, per via di Fatima che l’aveva lasciato, ma niente alcol». Cenò alla Taverna degli Artisti di via Margutta col suo amico, l’attrice danese Hanna Rasmussen, il principe Caracciolo e qualche paparazzo. Neanche un bicchiere di vino. Non mangiò quasi niente. Non fece il cascamorto con la bella attrice nordica. L’acidità. L’acidità e il pensiero di Fatima lo estraniavano. Erano la stessa cosa. Il successivo incontro con il direttore del Jicky Club di via Veneto era andato bene: una serie di serate da lì a breve. Due chiacchiere col maestro Paolo Zavallone a ricordare quando si esibivano insieme, Paolo Zavallone al piano e ora a suonare nel night club capitolino. Intanto, Fatima cantava allo Chez Moi di Firenze con l’orchestra di Bruno Quirinetta, dopo una bottiglia di whisky che le gonfiva il suo bel viso marocchino. I fianchi erano già larghi di loro. A Fred piacevano così. Lei beveva, ma nella dolce Roma Fred non bevve niente quella notte, nemmeno quando con Zavallone e i suoi musicisti andò al Terminal dell’Aeritalia a via Giolitti per la solita cena del doposerata. Guardava gli altri mangiare e bere. Parlava sempre meno. Fino alla mutezza. Alle 6 salutò tutti e di corsa sulla sua automobile verso il Rivoli, l’hotel dove abitava nelle sue vacanze romane. Ormai la sua casa ai Parioli.

Che cosa assurda una stanza d’hotel vuota. Non voglio rimettermi a dormire in quell’assurdità. Ma voi lo sapete quanto è triste l’alba? “E nell’alba disperata, sarà triste rincasare, per attendere la notte e poterti ritrovar, al fondo di un bicchiere, nel cielo dei bar”. Nel bicchiere non c’è più nessun cielo di bar. Più nessuna notte. Nessun bar. Questa mattina è l’ultima notte. L’ho sentito in un film, era una pellicola americana con Jimmy Stewart, forse era con Humphrey Bogart, Spencer Tracy, Ray Milland o Victor Mature – Victor Mature mi piaceva proprio, e anche John Garfield – diceva che nell’attimo della morte ti scorre la vita davanti. Come in un film. Diceva anche che era in bianco e nero. Sarà, ma a me vengono in mente solo pezzi di canzone, e poco più. Forse perché la morte ancora non è proprio arrivata. Dev’essere così. Mi vengono in mente frasi di canzoni. Io alla morte vado incontro con i miei pezzi di canzoni cantati nell’abitacolo che sa di fumo. Nessuno crederà al suicidio del Grande Fred. Perché mai avrebbe dovuto uccidersi il Grande Fred? Aveva tutto: donne, soldi e successo. Il Grande Fred: dieci film in un anno. Uno pure con Totò. Sei pronto per Hollywood, diceva Franco Bernabei, il mio manager. Correva come James Dean, diranno, lui con la sua Piccola Bastarda, io con la mia Criminalmente Bella. Anche Jimmy cercava la morte, come me. Nessuno ha pensato al suicidio di James Dean. Figuriamoci al mio. La notte in cui il rock morì: precisamente un anno fa, Buddy Holly, Big Bopper e Ritchie Valens precipitarono con un Beechcraft Bonanza andandosi a schiantare su una piantagione di granturco a Mason City. Il volo della mia Ford Thunderbird del ‘57 a 120 all’ora nel primo mattino con la luna sbiadita e solo per un attimo attenta alla mia sorte, ed ecco la notte in cui morì lo swing. A me neanche piaceva: me l’ha comprata Bernabei. Diceva che il Grande Fred doveva avere un’automobile all’altezza. «Ormai sei un divo del cinema», diceva lui. Un cassone lilla, ho pensato io. E lo penso ancora. Però… così lunga e affusolata, l’ideale per la notte che morì lo swing. Ma non credo che qualche giornale intitolerà così. Anche perché è già mattina. Però la notte finisce solo quando vai a dormire. La mattina è soltanto la notte con la luna sbiadita. La mattina è il pomeriggio quando ti svegli. “Folle d’amore, vorrei morire, mentre la luna di lassù mi sta a guardare”. Vedete, ancora questi pezzi di canzoni che mi perseguitano e non mi permettono di guardare il mio film. La colonna sonora senza il film. Non è inconcepibile? La luna non è mai interessata a noi, alle nostre storie di falliti, di perdenti che si danno un tono. Eh sì, perché anch’io, come tutti, sono un fallito – per gli americani suona meglio: loser dicono loro, se va bene sei un beautiful loser. Ma Luna 1 ci sta guardando a noi perdenti. Anche se hai mancato il satellite, magari per questo: sei una fallita anche tu, arrabattata sonda con le antenne. In fondo non c’è mai un motivo preciso per il suicidio. Non sono i grandi drammi a spingerti a morire. A spingerti il piede sull’acceleratore. 100, poi 110, 120 km orari. La strada è vuota. Dall’incrocio qualcuno spunterà. Tutt’al più ci sono sempre i pali. Quelli con la luna in equilibrio in cima. Vicino alla residenza dell’Ambasciatore d’America. Non sono le tragedie, ma solo la meschinità della vita. La sua banalità. Il baraccone dei bar, quando le luci si sono alzate e non c’è più nessuno. Che cosa assurda un bar vuoto. Come tutto appare misero. Come le chiacchiere fumose di musica di poche ore prima sono soltanto un triste ronzio. Il set di un film, di uno studio televisivo: tutto così finto, di poco valore. Scilla Gabel poi non era così bella vista da vicino. Ma come, il Grande Fred che vuole farla finita, così? Perché, così non è da Grande Fred? Su una velocissima macchina sportiva. Forse solo questo è davvero da Grande Fred. A quasi quarant’anni ti senti un clown a fare Fred dal whisky facile, con le pupe e le tue canzoni criminali, con il criminal swing da Chicago, dove non sono mai stato. Mai conosciuto un vero gangster. Gli hard boiled di Damon Runyon e Raymond Chandler li ha letti solo Leo. Io però ho visto Bulli & pupe. Kriminal tango: “Allacciamoci nel tango, bella pupa fior del fango, questo tango galeotto all’amor ci legherà. Un boccale di tequila fa bruciare la mia gola, ma le labbra tue procaci, fan bruciare molto più. Kriminal tango, peccaminoso”. Non ho mai commesso grandi peccati. Non sono mai stato un angelo dalla faccia sporca. A quasi quarant’anni, l’acidità di stomaco mi costringe al tè e a fingere. L’acidità ti viene perché sei infelice. Le sigarette, però, quelle non mancano mai. Come il residuo di una canzone. “Vedi si consuma, questa sigaretta, tu mi dirai di sì, o mi dirai di no, passano i minuti, forse troppo in fretta, io guardo gli occhi tuoi, fumando questa sigaretta”. Canti alla Luna avvolto dal fumo di una sigaretta, che immagine stereotipata, sperando di essere ascoltato dalla navicella che le gira intorno senza trovare più la strada. Ma è solo il lampione. Il lampione di luna. È luna fino a quando non si alza il sole. Dopo è solamente una lampada spenta. Addosso a un lampione di luna. Prima che arrivi il giorno. Se non arriva il destino all’incrocio, allora c’è la luna sul lampione. È proprio così, alla fine, niente della tua vita ti passa davanti, forse perché la tua vita, tutto sommato, non è stata niente. Qualche pezzo di canzone. Non è assurdo?

Quando, alle 6 e 15 circa della mattina, dall’incrocio tra via Paisiello e viale Rossini, fece il suo ingresso il camion modello Lancia Esatau carico di porfido, per Fred ormai era tardi per ogni ripensamento. La sua macchina targata TO 288788 si schiantò sul fianco del grosso veicolo guidato da Ferretti Bruno, di anni ventiquattro. Neanche in quel momento fatale il film venne proiettato. Neanche i titoli di testa. Niente. Solo ancora il pezzo di una canzone.

Ci vediamo al fondo di un bicchiere, illusione che non so dimenticar. Ogni notte ti devo ritrovare, nel mio cielo popolato di bar. Ci vediamo al fondo di un bicchiere, dolci labbra che non posso più baciar”. Vedete, ancora pochi metri e sarà finita. “Voglio perdermi e sognare, fino a quando può durare, tristemente l′orizzonte di ogni bar”. Mi hanno messo sul 99, su quest’autobus di linea, che confusione intorno nel silenzio dell’alba. Ma tanto non arriverò all’ospedale. Inutile che correte. Portatemi in un bar. Niente da fare: neanche adesso la mia vita mi passa davanti. Il film mentiva. C’è solo una canzone che dice: “Guarda come brucia questa sigaretta, potevi dire sì, e invece hai detto no. Muore un dolce sogno, nato troppo in fretta, io me ne vado amor, e spengo questa sigar!

Sergio Gilles Lacavalla

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