CASUAL FRIDAY #29: FUGAZI

Through The End Of Space And Times

Inchiostro Lisergico, Through the end of Space and Time

Casual Friday (qui e su Facebook) è la rubrica di Verde nata per promuovere un nuovo reading code. Ogni settimana un racconto inedito di un autore diverso che cercherà di farvi ridere, divertirvi o semplicemente imbarazzarvi. Alessio Posar ha scoperto che per rimorchiare nei bar non basta ascoltare i Fugazi se poi decidi di insultare Bob Dylan: questo è il suo resoconto. È venerdì, rilassati!
Illustrazione di Inchiostro Lisergico (Through the end of Space and Time).

È che lei è di là, sul mio divano gonfiabile comprato dai cinesi, e io sono qui, nella penombra a risparmio energetico del mio bagno, e penso che ci sto davvero da troppo tempo e la cosa non è eccitante. Mi lavo le mani e, mentre prendo l’asciugamano giallo dal termosifone, abbasso lo sguardo sui miei piedi.

Quando entro in casa, devo togliermi le scarpe. È un’abitudine, una monomania, non riesco a tenere le scarpe in casa, così come non sopporto chi si siede sul letto, sul lenzuolo, con i pantaloni con cui magari si è seduto in autobus.
Il calzino destro è bucato e spunta l’unghia dell’alluce.
La canzone, di là, è finita. La canzone con cui sono riuscito a farla salire da me. Prendo un respiro profondo, appoggiato al lavandino, lo sguardo un po’ allucinato nello specchio, la faccia gonfia. Aspetto ancora, giusto per sentire se inizi un nuovo pezzo o se voglia cambiare disco. Silenzio. Sta cambiando disco. Oltre il cartongesso ci sono i rumori della birra appoggiata sul pavimento, dei vinili che vengono spostati, un tonfo che spero tu non abbia rovinato qualcosa, ma tanto dirò che fa lo stesso perché non capita tutte le sere di far salire una ragazza per ascoltare i Fugazi. Per ascoltare i Fugazi. Ammicco nello specchio.

Ero sceso al bar con l’idea di bere una birra, magari incontrare qualcuno dei vecchi amici che invece non ho incontrato, e sono finito a mangiare noccioline e a guardare il bersaglio delle freccette e a pensare che in effetti non faccio molto nella mia vita, se non bere birra e mangiare e guardare bersagli.
Lei era lì.
Seduta a un tavolo, una birra davanti, mentre la musica era alta e lei guardava me e la mia maglia dei Leftover Crack. Per un attimo, ho voluto alzare il bicchiere verso di lei. Non l’ho fatto. Lei ha continuato a guardarmi, ho abbassato lo sguardo sulle noccioline, ne ho presa una, l’ho tenuta tra le dita, a mezz’aria. Poi l’ho rimessa nella ciotola.
Lei, la ragazza, si è alzata, è venuta verso di me e si è seduta.

«Bella maglietta», ha detto.
«Già».
«Però preferisco i Choking Victim».
In quel momento mi sono innamorato. «I Choking Victim?» ho detto. «Davvero?»
«Davvero».
«Ma i Leftover Crack hanno Nazi White Trash».
«Sì, ma vuoi mettere con un disco come No Gods No Managers
Sono rimasto in silenzio.
«Anche se preferisco roba un po’ meno crust».
Ecco. «Green Day? Blink? Posso accettare anche Bob Dylan». Doveva essere una battuta, suonava disperata.
«No».
Bene.
«Rites of Spring, Bauhaus…» Diceva i nomi lentamente, con gli occhi verso il soffitto e la testa che ondeggia un poco.
«Fugazi?»
«Fugazi!»

Io già mi vedevo ai concerti con lei e il suo piercing al labbro e la sua frangia corta e la maglia dei Dead Kennedys con le maniche tagliate e i buchi che si allungavano fin sotto le costole e la vedevo persa nel pogo, per poi riemergere e sorridere mentre le porgevo una lattina di birra.
«Io adoro Thirteen Songs», mi ha detto.
«Ce l’ho».
«Scaricato?»
«Vinile».
«Vinile?» A bocca aperta si è portata le mani alle guance e ho riso. Ha finito la birra, poi ha preso la mia e se l’è avvicinata.
«Se vuoi», ho cercato di mascherare il respiro profondo, «se vuoi andiamo da me ad ascoltarlo».
Ha abbassato il mento, con gli occhi cerchiati nero nei miei. Ha tirato indietro un poco il labbro, come dubbiosa.
«Stai qui vicino?»
«Qui dietro».
«Okay».
«Davvero?»
«Davvero».
Ho ricominciato a pensare ai concerti mentre pagavo per entrambi.

Rampe di scale in silenzio, facendo attenzione a non inciampare uno sull’altra quando si passa sui pianerottoli, davanti alla porta, mentre cercavo le chiavi, si è appoggiata contro lo stipite, mi ha sfiorato la mano, l’ho fissata, si è sporta verso di me. Le ho messo una mano sul fianco, le chiavi sono quasi cadute.

In bagno. Ormai sono qui e lei è di là. Faccio scorrere l’acqua, poco sapone, mi sciacquo il viso. Prendo un sorso di collutorio, non ho tempo di lavarmi i denti. Respiro col naso. Mentre sputo nel lavandino, la porta d’ingresso si chiude.
Il rumore è quello.
Spalanco la porta, la saliva che ancora penzola dal labbro.
«Aspetta», biascico.
No. Se n’è andata. L’ho fatta aspettare troppo. Avrei dovuto sbattermene, nemmeno pensare ai dischi, farla sdraiare sul letto. Mi siedo sul divano gonfiabile cinese, i gomiti sulle ginocchia e la faccia pulita tra le mani.
Guardo verso il giradischi.

Che non c’è.
E non c’è nemmeno Thirteen Songs.

Alessio Posar

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