NEL MODO GIUSTO

Nato il 14/12/1969 a Poggibonsi (Siena), Stefano Solventi è un impiegato col pallino del rock e la voglia di scriverne. Dal 2001 inizia a collaborare con la rivista Mucchio Selvaggio e con la webzine Sentireascoltare, per le quali scrive recensioni di dischi, articoli monografici e rubriche di approfondimento. Nel novembre 2009 pubblica il volume PJ Harvey – Musiche, maschere, vita (Odoya), biografia critica della cantautrice inglese Polly Jean Harvey. Nel giugno 2015 esordisce nella narrativa col romanzo La meccanica delle ombre (Cicorivolta; qui un estratto).
Con Nel modo giusto è per la prima volta su Verde.
Illustrazione di Inchiostro Lisergico (Tributo).

Lo raggiunge sull’argine. Lo trova accucciato, col giaccone rosso, i soliti pantaloni di velluto a coste. I lembi di una camicia a quadri che sporgono fin quasi a sfiorare l’erba. Sta guardando il fiume, le mani intrecciate sotto il mento. Loris non può fare a meno di pensare che gli sembra un musicista grunge appena uscito da un rehab, dopo una lunga, macchinosa, inutile lotta contro una dipendenza accanita, una qualsiasi. Lo pensa spesso, quando gli capita di vedere Marcello. Lo pensa perché un po’ gli piacerebbe se fosse così. Perché sa, lo sa che non beve e non si droga da almeno, diciamo, vent’anni.
Gli si fa accanto tenendo le mani in tasca, come per abbozzare un improbabile distacco.

«Ehi, Marcello».
Il vecchio amico non si muove, piega soltanto un po’ la testa.
«Ciao Loris».
Uno guarda l’altro, l’altro continua a guardare il fiume. Entrambi restano quei pochi secondi in silenzio che servono a preparare qualcosa da dire. Marcello finisce di impastare un pensiero, poi respira a fondo. Sembra volersi tenere dentro molto di quello che spinge per uscire.
«Ce ne hai messo ad arrivare».
Loris sbuffa. Si gratta il naso.
«Ho una vita. Non è che se mi telefoni io mollo tutto e sono da te. Non funziona così».
«Mi dispiace se ti ho…»
Marcello non finisce la frase. Abbassa lo sguardo. Loris fa di no con la testa. Mentre lo fa, capisce che è un gesto inutile perché l’amico non lo sta guardando, continua a non guardarlo.
«E allora, perché mi hai chiamato?»
Marcello non reagisce per qualche istante, assorbe quelle parole così attese. Poi sobbalza appena, come se una forma irregolare gli si fosse sistemata dentro. Esita. Infine alza una mano e punta l’indice davanti a sé.
«Guarda, Loris. Guarda».

Loris segue la traiettoria fragile di quell’indice puntato nell’aria fredda e azzurrina del pomeriggio autunnale. Non vede niente. A parte il fiume. Fruga con lo sguardo lungo le sponde, tra i canneti sparsi. Prosegue tra i fusti grigi dei pioppi e l’intrico di qualche siepe spontanea. Niente. Non vede niente. Neanche una nutria. Loris sospira.
«Cosa dovrei vedere?»
L’indice di Marcello rimane sollevato, aumentando di poco l’intensità del tremore.
«L’acqua. Guarda l’acqua».
Loris guarda l’acqua. Solo adesso gli sembra di sentirne il rumore, come in conseguenza di una duplice messa a fuoco, ottica e acustica. È un fruscio a onde, con rari schiamazzi, senza un ritmo preciso. Ne avverte la lontananza di accadimento naturale, malgrado tutto quello scorrere in mezzo alla trama della città, quello sfiorare periferie sorde, quel ricevere livido gli effluvi tossici delle aree industriali, quel gorgogliare mimetico accanto al viale e sotto al ponte metallico verde smeraldo. Loris guarda, ma vede solo acqua di fiume.

«Cosa dovrei vedere?»
Marcello alza la testa, la bocca socchiusa, quasi fosse stupito da quella mancanza di accortezza, di sensibilità. L’indice sempre puntato, ma con meno forza, scosso da un tremito lieve.
«Cazzo, Loris. Guarda bene».
Loris prende un respiro profondo, preparandosi a dire qualcosa che sperava, inutilmente, di non dover dire. Torna a guardare il fiume, senza pensare all’acqua né al fiume. Pensa all’amico, a come prenderlo, a cosa fare per abbreviarne la resistenza, per non doverlo lasciare lì incastrato in quell’incomprensibile fissazione. D’improvviso, ha un sussulto. Come se lo colpisse un sassolino lanciato da qualcuno nell’ombra. Si allunga in avanti, separa le labbra, scolpisce sul viso un’espressione spaurita. Ruota la testa a destra e a sinistra. Infine si volta verso l’amico, di scatto.
«L’acqua scorre nel senso contrario!»
Marcello sorride. È un sorriso congelato, rappreso.
«Sì. Scorre come non dovrebbe», sussurra. «Deve essersi rovesciato qualcosa, da qualche parte».
Loris scuote la testa, lentamente.
« È assurdo. Non può essere».

Marcello intreccia di nuovo le mani, fa spallucce, torna a guardare il fiume. Accovacciato sull’argine, sembra un grosso uccello malato. Ha la bocca socchiusa, come se le parole stessero per uscirgli ma senza abbastanza forza, morendo prima di affacciarsi alle labbra.
Loris è impallidito, si muove con gesti lenti e pesanti, quasi si divincolasse in un sogno. Guarda oltre il fiume, verso le palazzine lustrate da un tramonto sorprendentemente chiaro. Guarda verso la strada, il carosello cupo di furgoni e vetture, le scie tremolanti dei fari.
«Nessuno si accorge di niente».
Loris si raddrizza. Afferra il telefono, apre il browser, esplora i siti di notizie locali. Marcello piega la testa e ghigna con una specie di malizia fragile.
«Non dicono niente, vero?»
Loris insiste. Controlla facebook, twitter. Si arrende.
«Non è possibile che ce ne siamo accorti soltanto noi due, Marcello. Non è possibile».
Marcello annuisce con l’espressione neutra, sterile. Di colpo, sembra essersi spento. Poi si alza, lo fa allineando tre movimenti rigidi, offuscati. Ritrova la sua statura, adesso incongrua, disallineata rispetto alla gravità, alla quiete simmetrica della ragione. Cento piccoli elementi di squilibrio in un corpo che ha perso progressivamente solidità, dettagli di scollamento in una figura alla deriva nel proprio stesso contorno.
«È per noi, Loris. È un segno rivolto a noi».

Quelle parole scavano un silenzio. Loris lo teme, ne è inorridito ad un livello cosciente, ma ne è incoscientemente attratto. Sente di starci bene. Ci si rifugia. È da lì che riemerge, pochi secondi più tardi, sforzandosi di mantenere durezza nel tono, l’affilatura dello sguardo.
«E secondo te cosa vorrebbe dirci, questo segno?»
Marcello non cambia espressione. Il volto sembra schiacciato da una pesantezza che prima, accucciato, non sentiva.
«Bisogna avvertirli. Bisogna far scavare».
Loris sbotta.
«Lo sapevo. Lo sapevo che finiva così».
«Non possiamo più tirarci indietro, Loris».
Loris fissa il vecchio amico. Tenta di mettere più determinazione che può nella voce, malgrado quella sensazione come di cartilagine rotta nel petto.
«È passato così tanto tempo che nessuno, nessuno sente più dolore. Perché adesso vuoi… Perché riaprire quella ferita? Meglio di no, Marcello. Meglio per tutti».
«Ma io non resisto più».
Queste parole sono un interruttore, un rubinetto, una deviazione. Un dislivello, una superficie scivolosa, un cartello che annuncia la fine. L’inizio di un’altra strada. Marcello crolla restando in piedi. Si abbassano le spalle, le braccia cedono sui fianchi, la mascella cala di un centimetro, due. La pelle trema, di un tremore immobile. Gli occhi sono soli, abbandonati da tutto, in quell’impasto di volto. Loris ne è assieme commosso e infastidito.

«A me non pensi, Marcello?»
«Sì, certo. Tu hai ancora una vita. Infatti ho pensato di assumermi tutta la responsabilità. Tutta. Però mi devi aiutare».
«Non sei in grado di assumerti nulla. Il mio nome verrà fuori».
Marcello inspira, espira.
«Non farò il tuo nome. Mai. Mai».
Loris sente in quel secondo “mai” una scossa profonda, una violenza appassita ma cruda, disperata.
«Cosa ti costa lasciare perdere? Lo hai fatto per quindici anni».
Marcello si volta e prova a sostenere lo sguardo di Loris. Ci prova. Non ci riesce.
«Sono morto mille volte, in questi quindici anni».
I due adesso si fronteggiano senza tensione. Tra di loro uno spazio di luce che svanisce, un silenzio stanco. La decisione è presa. Non c’è più margine di trattativa. Loris lo sente, lo sa. Piega la bocca in un mezzo sorriso.
«D’accordo. Se proprio vuoi, lo faremo».
Marcello si raddrizza, ma non c’è entusiasmo, non c’è forza nel suo affrontare quegli attimi.
«Decidi tu come è meglio fare, Loris. Io non lo so. Non ricordo neanche bene dove…»
«Non ti preoccupare. Io me lo ricordo bene».
«Spiegamelo, allora. Poi vado in questura e racconto tutto. E di te non dico niente».
Loris afferra il braccio di Marcello, appena sopra il gomito. Lo stringe appena.
«No. Niente questura». Gli pianta uno sguardo fermo negli occhi sbiaditi. «Scriveremo una lettera».
Marcello si lascia colpire da quella ipotesi, se la costruisce dentro. Lascia che prenda forma come una sagoma che emerge dalla nebbia.
«Una lettera…»
«Sì. La scriviamo insieme. E la spediamo. Anonima. Così andranno a cercarla. Vedrai, lo faranno. E la troveranno. Finalmente potrà avere pace. E questo ci basterà».
I due uomini avvolgono il silenzio di respiri densi come vapore.

***

Loris cammina verso casa. Ogni tanto rallenta per farsi raggiungere da Marcello che continua a restare indietro di un passo, due. Attraversano i quartieri intorpiditi dal freddo improvviso della sera. Si fanno illuminare dal cono di luce arancione dei lampioni. Calpestano l’asfalto male in arnese dei marciapiedi. Gettano sguardi rapidi sulle vetrine dei negozi e dei bar, come per assicurarsi di passare ignorati, comparse di pochi istanti senza alcun significato. Quando Loris fa tintinnare le chiavi fuori dalla tasca, Marcello alza la testa e riconosce il quartiere, il palazzo. Loris apre il portone e s’infila nel buio, aspetta che anche l’amico sia entrato prima di premere l’interruttore della luce.
I due rimangono a fronteggiarsi per qualche istante, poi Loris fa un cenno verso le scale.
«Sono due piani, ricordi? Ce la fai o preferisci l’ascensore?»
«E tu, che l’ascensore non lo prendo, che mi fa paura, te lo ricordi?»

Loris non ribatte. S’incammina e affronta le scale con calma, voltandosi ogni tre o quattro gradini. Marcello lo segue aggrappato al corrimano, ricambiando ogni volta lo sguardo dell’amico. Loris aumenta il passo a metà dell’ultima rampa, raggiunge la porta, l’apre e si mette di lato all’entrata ad aspettare l’amico, gettando rapide occhiate intorno. Ci sono soltanto i rumori di loro due, il loro rimbombare debole, l’aria che si muove carezzando le pareti scoscese.
Finalmente entrano, si chiudono la porta alle spalle. Esitano un attimo, offuscati dallo stesso turbamento. Poi Loris getta le chiavi sul tavolinetto dell’ingresso e si avvia verso la cucina.
«Hai mangiato?»
Marcello lo segue con le mani nella tasca del giaccone.
«Oggi, a pranzo».
«Cos’hai mangiato?»
Marcello non risponde. Si guarda intorno. Valuta presenze e assenze sul calibro della propria memoria. Loris non ci fa caso, sembra muoversi in un’improvvisa urgenza di azione.
«Ho un minestrone di quelli surgelati, ci vuole un quarto d’ora a prepararlo. Basta per tutti e due».
«Non c’è bisogno, Loris. Scriviamo questa lettera».
«C’è bisogno, invece. Oggi ho pranzato con un panino al volo. Prima mangio, poi scriviamo la lettera. Se vuoi farmi compagnia, mi fai piacere».
Marcello inspira, lo sguardo perso. Annuisce con pesantezza, le mani sempre in tasca.

Mezz’ora più tardi, Loris mette il suo piatto nel lavandino e tenta di non far trasparire quanto la lentezza di Marcello lo esasperi. Osserva l’amico, l’avambraccio sinistro disteso accanto al piatto come una barriera. Accoglie con un sospiro la regolarità del rintocco sordo del cucchiaio sul fondo del piatto, quel pescare con un’accuratezza pensosa, quasi a comporre porzioni di ingredienti in equilibrio. Poi la semicurva della mano che porta il cucchiaio alla bocca, quel masticare sconcertato, con gli occhi a vagare sul tavolo, nel niente tra il cartone di vino e il bicchiere. Loris si rende conto solo adesso che Marcello non si è tolto il giaccone.
«Non hai caldo?»
Marcello fa di no con la testa, continuando a masticare.
«Sono lento, lo so. Tu puoi cominciare a scrivere se vuoi».
«D’accordo, prendo carta e penna».
Marcello guarda l’amico sparire nel corridoio, sente il rumore di un cassetto che si apre, poi vede tornare Loris con in una mano dei fogli e nell’altra due penne. Sussulta, l’espressione sbigottita.
«Loris, Loris, cazzo!»
Loris si blocca.
«Cosa c’è?»
Marcello lascia cadere il cucchiaio nel piatto.
«Le impronte! Sulla carta!»
Loris guarda i fogli, guarda l’amico. Annuisce.
«Adesso scriviamo una bozza. Poi la ricopio al computer e la stampo. Ho anche le buste, ancora dentro il cellophane. Mi metto i guanti di pelle. Nessuna impronta».
Marcello respira a fondo. Ondeggia appena la testa come se fosse il riflesso di parole che non riesce a dire. Annuisce. Torna a prendere il cucchiaio. Ricomincia il lento rito del minestrone.
Loris si siede, allontana la bottiglia dell’acqua, stende i fogli. Fa un respiro scenografico, lasciando vagare gli occhi sul soffitto. Inizia a scrivere.
Marcello accende una luce più intensa nello sguardo.

«Non mi dici cosa scrivi?»
«Ho messo la data, per ora».
«Ah».
«Ok, ecco. Inizierei così: Signor commissario. La polizia va bene, no?»
«Sì, sì. La polizia».
«Ok. Allora. Signor commissario, non le dico chi sono, non è importante. Le scrivo per riferirle di un fatto accaduto quindici anni fa, nel novembre dell’anno duemila».
«L’undici di novembre».
Loris alza la testa. Osserva l’amico, come a valutarne quello sbuffo d’improvvisa lucidità.
«Sì».
«Era sabato. C’era la luna piena».
Loris annuisce. Scrive.
«Per motivi che non posso spiegarle, mi trovavo sul sentiero che costeggia il fiume, proprio tra il cavalcavia dello svincolo autostradale ed il ponte della strada per la Badia. Erano le 21».
Marcello posa lentamente il cucchiaio. Le sue mani si aggrappano al bordo del tavolo, la fronte si abbassa.
«Scrivi che eravamo in due».
«Perché?»
«Altrimenti non torna. Come avresti fatto poi a scavare da solo?»
«Ci ho messo il doppio di tempo. Va bene?»
Marcello non alza neppure lo sguardo. Il cenno d’assenso è impercettibile come il fremito di un cane che dorme. Loris se lo fa bastare. Prosegue.
«Mi sono accorto di un corpo, sull’argine del fiume. Era una donna. Giovane. Forse venticinque anni. Aveva i vestiti strappati. Mi sono accorto subito che non respirava. Quando le ho messo una mano sul collo, ho sentito che era calda. Il battito però non c’era. Ho pensato…»
Il sussulto di Marcello attira l’attenzione di Loris.
«Scrivi dei segni. Delle ferite».
«Adesso ci arrivo. Ho pensato che fosse caduta dal ponte, che qualcuno l’avesse fatta cadere. Aveva dei segni sul volto, sulla testa, sulle spalle. Aveva anche dei tagli. C’era del sangue. Purtroppo era buio e non abbiamo… Non ho potuto vedere bene».
Loris prende un respiro profondo, si raddrizza sulla sedia. Guarda Marcello. Cerca un cenno d’intesa, ma l’amico non alza gli occhi. Sembra imprigionato alla sua ombra sul tavolo, le mani immobili, le spalle che sembrano comprimere una tensione esausta.
Loris sospira.
«Ho avuto paura, sono salito in auto e sono scappato. Una volta a casa, mi sono fatto prendere dal senso di colpa. Così ho preso un badile e sono tornato…»
«No!»
Loris alza lo sguardo. Non sembra sorpreso dall’esclamazione di Marcello. Lascia passare qualche secondo di niente.
«Cosa c’è che non va?»
«Non può crederci, così. Perché tornare? Devi scriverlo. Devi scrivere tutto».
Marcello non ce l’ha fatta ad alzare il volto. Ha detto tutto così, con un tono vuoto, come se fossero le ultime parole prima di consegnarsi al buio, al sonno. Adesso lascia andare le mani, che si fermano sulle gambe. Tira su col naso.
Loris non ha cambiato espressione.
«D’accordo. Scrivo tutto. Quando sono uscito dal sentiero, mi hanno visto. Conoscenti. Mi hanno visto nel momento esatto in cui uscivo dal sentiero. Hanno riconosciuto me o la mia auto. Ho tirato dritto e sono andato a casa, però era chiaro, era chiarissimo che mi trovavo nei guai. Allora ho deciso di tornare. Di seppellire il corpo. Ho aspettato un’ora. Poi ho preso un badile e sono tornato».

Loris smette di scrivere e parlare. Posa la penna accanto al foglio. Si alza.
«Lo vuoi un caffè?»
Marcello sembra riemergere da una pozza grigia. Con lentezza.
«Sì. Lo fai solubile?»
«Come vuoi».
«Solubile, sì».
Loris prende un pentolino, versa l’acqua da una bottiglia, accende il fornello. Si volta verso l’amico. Appoggiato al ripiano della cucina, tiene le braccia incrociate.
«Credi che possa bastare?»
«Scriviamo la profondità. Il tempo che ci abbiamo messo».
«Sì».
Loris torna al tavolo.

«Ho scavato per circa mezz’ora, furiosamente. Il terreno era morbido, non era mancata la pioggia, in quei giorni. La fatica e la paura mi hanno fatto fermare ad una profondità di un metro e mezzo circa. Ci ho fatto scivolare il corpo della ragazza, dopo averla avvolta in un lenzuolo che avevo portato con me. Era un lenzuolo arancione. Poi ho ricoperto con cura. Dal sentiero la terra smossa non si poteva vedere, avevo scelto una parte di terreno digradante verso il fiume. C’era molta vegetazione, e c’è ancora. Difficile che si notasse qualcosa anche dall’altra riva. Infatti, nessuno si è mai accorto di niente».
Marcello alza lo sguardo, con una febbre cruda negli occhi.
«Niente».
Loris si alza. Spegne il fornello. Prende due tazze, il caffè solubile, lo zucchero. Versa l’acqua bollente. Lascia che i rumori della normalità si mescolino con il subbuglio emotivo. Appoggia una delle due tazze sul tavolo davanti a Marcello. L’altra la tiene in mano. Si siede.
«Nei giorni successivi,» dice, senza scrivere, «nessuno ha denunciato la scomparsa di una ragazza. Niente. Niente neanche sui giornali. È scomparsa. Sprofondata. Non c’è stato più nulla di lei, né un’immagine, né una parola».
Loris si porta la tazza alla bocca, gli occhi fissi su Marcello. Gli occhi fissi su Marcello che all’improvviso alza il suo dito indice, sempre con quel tremore che sembra morirgli dentro, tra le ossa e la pelle.
«Scrivilo, questo».
«Adesso lo scrivo».
«E andiamo a spedirla».
«Sì. E tu bevilo, quel caffè».

Hanno stampato la lettera e sono usciti, lasciando le tazze sul tavolo, i piatti nel lavello. Camminano senza parlare. Si guardano l’un l’altro, l’uno l’ombra dell’altro. Attraversano il buio e le folate plastiche di luce dei lampioni, quel silenzio quasi solido, una scultura di silenzio coi contorni smerigliati dal brusio delle poche auto, da televisori e chiacchiere chiusi dietro vetri e persiane. A Loris viene in mente una canzone che da ragazzino aveva amato per un po’, poi aveva finito per odiare. Scuote la testa. Marcello non ci fa caso. Marcello non sta vedendo altro che il mezzo metro di asfalto che scorre sotto il suo sguardo abbattuto.

Adesso escono dallo schieramento di palazzi, la strada si distende oltre la rotonda, biforcandosi in direzioni quasi del tutto contrarie. Da una parte la zona nuova, con gli uffici, le banche, il ristorante self-service, l’enorme zattera di cemento e insegne del centro commerciale. Dall’altra, il fiume. Oltre il fiume, l’autostrada.
L’aria è più umida, perciò sembra più fredda. Odora di marciume e fuochi spenti. I due amici costeggiano la rotonda, bagnati dal bagliore arancione degli ultimi lampioni. Piegano a destra, dove il marciapiede si avvalla favorendo l’imbocco del lungofiume a ciclisti e pedoni. Da qualche anno il sentiero sterrato, con la mezzeria di erba alta che ti frusciava sotto la scocca, è stato sostituito da una pista di asfalto dipinta di un color giallo sabbia, illuminata dai led di lampioni bassi e radi. Fanno quel poco di luce, quel poco che d’estate basta. Marcello alza appena la testa, si guarda attorno, poi guarda Loris.
«Non c’è nessuno».
Loris accenna un sorriso stanco, alza le spalle.
«Non stiamo facendo nulla di male».

La testa di Marcello è tornata nella posizione di prima. Il suo passo non è cambiato. Loris lo aspetta rallentando, con morbidezza stavolta, come una specie di risoluta rassegnazione. Si lasciano alle spalle la rotonda, la strada. Dal silenzio emerge il rumore dei loro passi, come se galleggiasse sulla presenza dell’acqua, su quello scorrere sempre più percepibile. Camminano ancora per qualche minuto.

«Siamo quasi arrivati», dice Loris. Marcello resta zitto, non fa neppure un cenno.
«Ecco», dice Loris, indicando la sagoma del cavalcavia sulla sinistra, poi spostando l’indice a destra, verso la chioma bruna di un pioppo immobile che spezza il trapezio nero del ponte. I due rallentano, sembrano quasi fermarsi, gli occhi che vagano misurando a fatica il buio.
«Ci siamo, Marcello. Dobbiamo farlo qui. Più avanti è troppo ripido».
Marcello ansima come dopo una salita. Si schiarisce la gola, concludendo l’operazione con un guaito fioco. Si volta di scatto a guardare Loris.
«Vado io».
Loris scuote la testa.
«Andiamo insieme».
Escono dalla ciclabile, calandosi a passi lenti lungo il leggero declivio dell’argine. Dopo due metri l’erba si fa alta, selvatica, il terreno cedevole. Loris ridacchia.
«Attento alle merde. Ci portano i cani, da queste parti».
Marcello mugugna appena. Ha ripreso ad ansimare. Avvertono entrambi il sudore della tensione, il freddo incongruo sul collo e sui fianchi, il pulsare delle tempie. L’acqua adesso è vicina, di colpo il rumore arriva più chiaro, assieme al suo odore di fresca putredine.
«Fermiamoci qui», fa Loris. Si infila un guanto, passa l’altro a Marcello con un’espressione che l’amico non vede. Prende la busta dalla tasca interna del giubbotto. La mostra all’amico.
«Si è un po’ sgualcita».
«Non fa niente».
«Vuoi farlo tu?»
Marcello indossa il guanto. Alza per un istante lo sguardo, piantandolo in quello di Loris.
«Sì, lo faccio io».

Prende la busta con la mano guantata. Fa un mezzo passo in avanti, un altro più intero. Si accuccia, la busta irrigidita nella presa tenace, tesa di fronte al volto. Chiude gli occhi. Sussurra qualcosa di incomprensibile. Loris alza la testa, come a frapporre millimetri di distanza in un moto di discrezione simbolica.
Il momento che precede il gesto è identico a quello successivo, ma incomprensibilmente più vuoto. La busta si stacca dalla mano di Marcello, balena un attimo in aria, come un fiocco di fumo. Si consegna piatta alla presa dell’acqua, aderisce al suo scorrere come una sentenza. Scompare alla vista, a quel poco che è concesso alla vista, in pochi istanti.
Marcello si alza. Loris gli si avvicina.
«È tutto a posto, ora».

Marcello non si muove. Guarda davanti a sé. Guarda nel balenìo nascosto, nella trama scura di riflessi rapidi, verso quella pancia liquida e il suo sussurro insidioso, che t’ingoia anche se ne resti fuori. Marcello ha un sussulto.
«E l’acqua? Come scorre? Non riesco a vederla».
Loris alza un braccio, esita un istante, poi lo posa sulle spalle dell’amico. Lascia che diventi una specie di abbraccio. Avverte il riflesso di una tenerezza sbiadita, una vibrazione di colpa e affetto, di ricordi sepolti. Ricordi che scorrono invisibili divorandosi la pelle degli anni. Loris conosce tutto quello che sente, sa da dove proviene e dove è andato a finire.
«Va tutto bene adesso. L’acqua scorre nel modo giusto.»

Marcello deglutisce. Il suo respiro è caldo, irregolare. Chiude gli occhi. Il braccio di Loris stringe un po’ di più, vincendo la distanza. La resistenza.

Stefano Solventi

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