LA SCIMMIA (2/7)

multiversi siamesi

Inchiostro Lisergico, Multiversi siamesi

Terrorismo, vivisezione e post-11 settembre: sono i temi de La scimmia, il romanzo di fantascienza ucronica (definizione dell’autore) che Francesco Cortonesi sta scrivendo per Verde. Proseguiamo con la settima parte del secondo capitolo (il primo capitolo è qui).
Illustrazione di
Inchiostro Lisergico (Multiversi siamesi).

Sogni.
Vedi la scimmia.
La scimmia ti racconta.

Sai, se non avessi avuto la possibilità di raccontare questa storia, probabilmente mi sarei uccisa. Certo, non avrei mai immaginato di raccontarla proprio a te, ma ora che finalmente ho l’occasione di guardarti negli occhi e di poterti dire ciò che penso, mi sento più forte di quanto avrei mai immaginato. La ragione per cui ho imparato a parlare e a scrivere questa lingua è perché volevo raccontare la mia storia e le storie di tutti quelli che ho conosciuto, volevo che qualcun altro immaginasse come ci si sente. Che sciocchezza! Che poi, in verità, non c’è nulla di straordinario in queste storie. Si tratta di normalità. E a chi interessano le storie che non hanno qualcosa di speciale? Se dei morti non importa nulla a nessuno, figuriamoci dei vivi o dei semivivi. Figuriamoci poi se a raccontare queste storie è una come me, una scimmia che a mala pena sa parlare.
Ma nel frattempo, dimmi, tu come stai?

Ti senti solo? Una volta ti ho visto piangere e mi è sembrato di sentire il tuo dolore sai? Avrei voluto parlarti, dirti che conosco poco la vita, certamente meno di te, ma conosco abbastanza la morte e quindi so quanto ci si sente soli. Se non ti ho parlato prima è perché ancora non conoscevo la tua lingua, non perché ti odiavo. Non so dirti bene perché. A dire il vero ho provato comunque a dirti qualcosa, qualcosa che forse avresti potuto comprendere se solo avessi fatto un po’ di attenzione, ma tu mi hai guardato e poi te ne sei andato. In fondo come potevi capire che ce l’avevo con te? Proprio con te? Quelle come me non dicono mai niente, non hanno nulla da dire, cosa vuoi che ne sappiano di come ci si sente quando tutto si è perso? Vorrei essere così brava da sapere esattamente come fare a dirti cosa penso, da conoscere tutte le parole per poter usare quelle giuste, ma non ho questo talento, del resto il nostro mondo è sepolto da tante stupide parole, e forse dovremmo solo tacere.
Sono contenta di vederti.
Non pensavo saresti tornato.

Quando te ne sei andato, ero convinta che non ti avrei mai più rivisto. Ho creduto che mi avresti abbandonata qui, che te ne saresti andato per sempre, magati in cerca di una nuova vita, di una nuova donna, o forse in cerca di niente, ti saresti messo a camminare senza meta fino alla fine dei tuoi giorni. A dire il vero ho temuto anche di vederti tornare con il fucile in mano e di dover assistere al momento in cui ti saresti ficcato la canna in bocca per farti saltare le cervella, oppure di non vedere più nulla perché magari prima avresti sparato a me. Morire da soli deve essere tremendo, io a dire il vero non me ne sono mai preoccupata troppo. Di solito queste cose non capitano alle persone come me. Eppure ho sentito storie terribili, di gente morta, completamente abbandonata, nel silenzio di una stanza. Invece eccoti qui. Seduto davanti a me.

C’è il sole fuori?
Fa caldo lungo il muro?
Sarà una bella giornata, o ci sono nuvole nere all’orizzonte?
Sai, questa notte ho fatto un sogno e c’eri anche tu.

Venivi qui e mi chiamavi per nome, un nome che non avevo mai sentito, poi ti inginocchiavi e mi chiedevi perdono. Improvvisamente la tua casa prendeva fuoco, le fiamme avvolgevano le pareti e allora ti alzavi e correvi urlando disperato. Io mi affacciavo e sentivo degli spari, ma non riuscivo a vedere da dove venivano. Poi ti vedevo schizzare fuori dalle fiamme stringendo un fagotto in mano. Era tuo figlio. Non so dirti come facevo a saperlo, nei sogni queste cose si sanno e basta. Tu non hai mai avuto un figlio. Su questo adesso siamo simili. Sai, dei miei figli non resta nulla, sono scomparsi e non torneranno mai più. Saperlo e doverlo accettare non è forse come non avere figli? In effetti non ho mai pensato che fossero miei. Ho sempre pensato che fossero di qualcun altro, che fosse in qualche modo lecito prenderli. Penso spesso ai miei figli rubati. Portati via e fatti sparire, come se fosse normale, come se ognuno di noi fosse abituato a prendere i figli degli altri, con la scusa che presto, molto presto sarà tutto dimenticato.

Vuoi sapere una cosa? Una volta sono stata sul punto di scappare. Forse ti sembrerà strano perché quelle come me di solito non scappano, aspettano la morte attaccandosi alla speranza che questa volta sarà diverso, che ce la caveremo. Che vivremo. E che vivranno anche i figli nostri senza diventare i figli degli altri.
Oggi posso dirti però che la verità è che neppure io so perché non ci ribelliamo mai, se non in punto di morte.
Ma non fanno così tutti i deboli, i sottomessi, gli schiavi?
È una colpa?

A proposito di colpa.
Tu hai mai fatto qualcosa che ti ha poi lasciato addosso quell’orribile sensazione capace di avvolgerti come uno straccio bagnato? Sai, io ricordo ancora mia madre. Noi femmine a volte siamo più fortunate. Almeno in questo. Mia madre mi ha insegnato tutto quello che oggi conosco, tranne parlare naturalmente. No, lei non sapeva parlare, almeno non la tua lingua. Ma sapeva raccontare storie bellissime, le prendeva dai sogni, a volte invece erano storie vere, come quella di Camilla che riuscì a fuggire il giorno della sua esecuzione o quella di Berto che scese fino a valle la sera di Natale. Tu conosci queste storie? Vuoi che te le racconti?

Ne conosco molte sai?
Sono storie segrete.
Storie segrete delle Torri.

CONTINUA (primo capitolo qui; il secondo qui)

Francesco Cortonesi

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