CASUAL FRIDAY #26: IL VICINO DI CASA

Casual Friday (qui e su Facebook) è la rubrica di Verde nata per promuovere un nuovo reading code. Ogni settimana un racconto inedito di un autore diverso che cercherà di farvi ridere, divertirvi o semplicemente imbarazzarvi.
Il vicino di casa è un racconto di Paolo Gamerro. È venerdì, rilassati!
Illustrazione di
DeadTamag0tchi, al suo ultimo giorno con noi (ciao Elisa, grazie di tutto!).

Niente da fare, anche questa notte non riesco a dormire, ho preso camomilla e valeriana e Lendormin ma sono completamente sveglio, stravaccato sul divano, la televisione accesa passa una fiction con Manuela Arcuri, i miei occhi pesti, lo sguardo svuotato da coma catatonico rivolto verso il teleschermo, mi sdraio e sfoglio qualche pagina di Film Tv e poi mi rimetto seduto, cambio canale e becco un vecchio film fantasy, a me dei fantasy non me ne frega un cazzo, quindi spengo, nervoso, controllo l’ora sul telefono, la una e mezza, sbircio facebook, mi balena in testa l’idea di farmi una sega giusto per stancarmi un po’, il discorso delle endorfine magari funziona anche soltanto con la masturbazione, certo, una scopata o un pompino sarebbero meglio, mi andrebbe bene anche del sexting, ma alla una e mezza di lunedì notte quasi tutto il mondo dorme, tranne quella testa di cazzo del mio vicino di casa che continua a trapanare e martellare, è un’ora che fa baccano, ma come diavolo si fa a non capire che di notte la gente vuole essere lasciata in pace?

Bizzarro il mio nuovo vicino di casa, e bislacca la sua famiglia, trasferitasi in questo condominio alla fine della scorsa estate: l’insopportabile bambino di quattro anni che urla sempre, la ragazzina tamarra che canta stonata e ascolta rap italiano squallido a tutto volume, la moglie cicciona isterica e il cagnetto che abbaia come un ossesso. Lui, un ometto sulla cinquantina: piccolo, tarchiato, monocigliato, esoftalmico, educato, di pochissime parole quando lo incontro sulle scale o in ascensore. Poveraccio, mi fa quasi pena.
Però potrebbero anche evitare di usare il martello in piena notte.

«Volete fare un po’ di silenzio?» grido invano, poi comincio a gironzolare per casa meditabondo, mi apro un coca senza caffeina e comincio a parlare tra me e me, aiuta a rilassarmi, lo faccio spesso.
Scompongo i problemi. Riduco l’ansia. Cammino avanti e indietro, faccio finta di essere un attore di teatro su un palcoscenico, recito Il mercante di Venezia di Shakespeare, facendo finta che di fronte a me ci sia un grande pubblico intento a osservarmi e ascoltarmi (in realtà sono davanti al divano e il mio grande pubblico è composto da una coperta scozzese e quattro cuscini blu). Ho sempre amato quel testo che studiai e ristudiai e imparai quasi a memoria all’università per l’esame di letteratura inglese del secondo anno. Quindi mi metto gli occhiali, mi schiarisco la voce e in men che non si dica sono Antonio, che parla a Salerio e Solanio nel fulcro del primo atto, e siamo a Venezia, in un colonnato, una situazione aperta e chiusa, come del resto l’anima di Antonio, triste ma senza sapere il perché.

In verità non so perché sono così triste;
mi stanca e voi dite che vi stanca;
ma come l’abbia presa, dove l’ho trovata,
o me la sono procurata, di che sostanza è fatta,
da dove è nata devo capirlo:
e così ottuso mi rende la tristezz

Pam! Pam! Pam! Il vicino di casa continua imperterrito con quel cavolo di martello, quindi mi infilo i Levi’s, una felpa nera e un paio di Vans e vado al piano di sopra a dirgliene quattro. Mano a mano che faccio le scale i colpi diventano sempre più forti, Pam! Pam! Pam!, io ho già il fiatone dopo una decina di gradini, arrivo davanti alla porta del suo appartamento e suono il campanello con insistenza, a questo punto sveglierò tutto il condominio ma chi se ne frega.
L’ometto mi viene ad aprire madido di sudore, spettinato, il pigiama bianco lordo di sangue, un pestacarne nella mano destra, un’accetta nella sinistra.

«Mi scusi…» mi sussurra a bassa voce, senza nemmeno lasciarmi il tempo di dire be’, si pulisce il sudore dalla fronte con un fazzolettino di stoffa lercio che estrae dalla tasca dei pantaloni del pigiama, «è che sto facendo a pezzi la mia famiglia. Sono dispiaciuto di averla disturbata, mi scuserò al più presto con tutto il vicinato appena ne avrò occasione, è che non ce la facevo davvero più, li odiavo tutti: i miei figli, mia moglie, il cane … posso offrirle un caffè?»
Trasalisco. Davanti a me c’è un uomo che ha appena massacrato la propria famiglia e adesso mi chiede se mi va un caffè.

«Se potessi avere una camomilla o una tisana sarebbe perfetto» rispondo, «ho smesso con la caffeina per via della mia insonnia» e mi fa entrare, tutto gentile, mi porta in salotto.
La moglie è sventrata, gli intestini fuori, carne frolla sparsa ovunque, odore di sangue, il bambino è ridotto a una poltiglia di visceri, sangue e merda, il cagnetto è diviso in diversi pezzi, mentre la ragazzina, l’unica viva in questo scenario, è legata alla sedia: sconvolta, svuotata, spossessata, disanimata, seminuda (che cazzo di fica senza senso ora che la guardo per bene), la bocca otturata da una sfera arancione, bloccata da un fazzoletto sporco di bava e muco.
Le pareti del salotto: imbrattate di interiora e frattaglie. Il salotto comunque, resti umani a parte, fa schifo: carta da parati giallastra, tappeti persiani sporchi, tende una volta bianche e ora lerce, quadri orribili. In tele: Manuela Arcuri a basso volume.

«Tisanina ai futti di bosco, va bene?» mi chiede l’omino dalla cucina.
«Perfetto, grazie!» gli faccio, «mi scusi se le sono piombato in casa nel cuore della notte ma vede, soffro di insonnia, sono sveglio e sentivo rumore, dunque ero innervosito e allora…»
«Non si preoccupi», mi sorride lui, «anche io soffro di insonnia, aspetti qui che le prendo qualcosa che può fare il caso suo…» e si allontana in direzione della camera da letto. Torna con una piccola confezione di cartone blu, «si chiama Dormorelaxo! Due pastiglie e se ne va giù come un gabbiano!» e ridacchia, i denti gialli, marci e storti, il viso butterato e seborroico, i capelli unti, il miasma dei corpi morti, la ragazzina si piscia e si caga addosso, una diarrea cremosa, di nuovo dettaglio sui dentoni gialli da orco.
Io ringrazio molto e tolgo il disturbo, domani ho la sveglia alle sette in punto e qualche ora di sonno me la vorrei fare. Una volta a casa, mi piglio due pastiglie di Dormorelaxo con una tazza di latte caldo e in tempo due minuti sto dormendo come un ghiro.

***

Mi sveglio sul divano alle sette in punto, fresco e riposato. Mi sembra di aver sognato tantissimo ieri notte, ma non riesco a mettere a fuoco nulla. Come se all’improvviso, mentre recitavo Shakespeare, fossi stato sommerso da una ondata di sonno caldo e narcotizzante.

Preparo il caffè, bevo il latte con i cereali e vado sotto la doccia. Dopodiché mi vesto e esco. Sulle scale becco il mio vicino di casa, un omino buffo, pacato, di poche parole, a differenza della sua chiassosa famiglia, composta da un insopportabile bambino di quattro anni che urla sempre, la ragazzina tamarra che canta stonata e ascolta rap italiano squallido a tutto volume, la moglie cicciona isterica e il cagnetto che abbaia come un ossesso. Lui, un ometto sulla cinquantina: piccolo, tarchiato, monocigliato, esoftalmico, educato, di pochissime parole. Poveraccio, mi fa quasi pena. Oggi è vestito di tutto punto e nelle mani tiene due sacchi del pattume neri.
Lo saluto e lui fa lo stesso. Sorridendomi, noto per la prima volta i suoi dentoni gialli e cariati, un ghigno inquietante, lugubre.

Di colpo ho un déjà vu, mi gira la testa e penso: cosa c’è dentro quei grandi sacchi del pattume neri?

Da questo momento il racconto diventa incomprensibile. Sono strafatto e sto scrivendo nella mia stanza da letto, verso le quattro del mattino, ho bevuto e ho mangiato acidi e preso mdma, non ho la più pallida idea di quello che sto digitando sulla tastiera del mio portatile, ho la tachicardia e ho paura di morire da un momento all’altro, il mio cuore sta scoppiando. Scrivo per avere la certezza di star ancora vivendo.

Ci penso tutto il giorno, e la sera, quando torno a casa dal lavoro, mi fermo davanti al cancello del condominio, dove, insieme a tutta la spazzatura dei vicini, ci sono anche quei due grandi sacchi del pattume, neri, lucidi. Sono enormi e sono davanti ai miei occhi, in strada ci sono soltanto io, sono le sette di sera e fa un freddo feroce, la nebbia densa e unta, devo controllare cosa c’è dentro quei sacchi, devo!

Probabilmente sto diventando pazzo, dormo troppo poco e sono paranoico, ma qualcosa mi spinge a squarciare quei sacchi con le chiavi di casa, li apro e dentro ci trovo gambe, braccia, una testa: sono pezzi di manichini. Continuo a ravanare: una parrucca, un busto maschile, uno femminile, un’altra testa, altre gambe, braccia. Quello strano ometto monocigliato teneva dei manichini in casa, manichini che ha fatto a pezzi e ha poi buttato nella spazzatura? Rabbrividisco. Se chiudo gli occhi vedo quei dentoni gialli da orco, quel ghigno inquietante, quel viso animalesco.

Tira un vento gelido che mi incendia le guance, mi paralizza. Dai tombini l’odore pestilenziale della fogna mi provoca un conato di vomito che trattengo nella gola, tossisco e mi allontano lentamente dai manichini mutilati, mi volto e me lo trovo davanti, lui, l’ometto, il mio vicino di casa, nel buio della numinosa notte invernale, il suo muso da antropoide leggermente illuminato dal lucore del lampione, mi fissa con sguardo bovino, spalanca la bocca, quelle fauci!

Nella mano destra tiene un pestacarne, nella sinistra una accetta, guardami negli occhi, guardami negli occhi sussurra sprigionando un alito mefitico, un gas verde, vaporoso, che inalo e dà alla testa, tutto comincia a girare come le sue pupille dalle quali sono ipnotizzato, girano, girano, girano, non riesco a distogliere lo sguardo da quell’inguardabile mostro, la sua ghigna insostenibile, il miasma asfissiante proveniente dalla sua bocca aperta e distorta, gli occhi quasi completamente fuori dalle orbite, la risatina diabolica e nera che mi inghiotte e mi trasporta in una altra dimensione lontanissima da qui, lontanissima da questo luogo, al di là di ogni immaginazione e di ogni universo possibile…

***

L’antropoide è di fronte a me, nudo, siamo in una caverna all’alba dei tempi, nel gelo. Non so cosa è successo, non so da quanto tempo sono qui, sono terrorizzato e mi sto per sbriciolare dal freddo siderale che non mi permette di respirare, il mio volto è contorto. Coperto da pelliccia animale, pitture rupestri terrificanti mi circondano, creature primordiali e animalesche nascoste nelle tenebre mi accerchiano, sento il loro odore mortifero, il loro ringhio, ululano, hanno fame di carne, vogliono sangue.

«Ci sono verità che non puoi conoscere, uomo. Ci sono spazi infiniti e oscuri che non devi raggiungere, invalicabili confini che non ti è dato superare, spazi nei quali la tua mente sarebbe orribilmente annientata da visioni infernali, terrorizzanti e squassanti apparizioni. Sei nel territorio dell’altrove, uomo! nel buio limbo dell’oltreumano. Chiudi gli occhi per sempre e prega il tuo Dio, spira, ricongiungiti con i tuoi antenati nell’etere della primigenia albedo!»

 

Paolo Gamerro

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