LEI È CATTIVA

Valentina Maìni è nata a Bologna nel 1987. È dottoranda in Letterature Comparate, con un progetto sul romanzo europeo della guerra civile spagnola. Alcuni suoi racconti sono comparsi su Atti Impuri, TerraNullius, la rassegna stampa di Oblique, Effe. Nel 2016 ha pubblicato Casa Rotta (Arcipelago  Itaca), la sua prima raccolta di poesie.
Con Lei è cattiva è per la prima volta su Verde.
Illustrazione di DeadTamag0tchi (The Lizard).

Sapeva che era un sogno ma non la smetteva di cadere. Lui ripeteva le stesse cose. Una due tre volte, parole di condanna, sette, dieci, finirà prima o poi di sprofondare. Il buio non era nero, erano sbarre e ombre nei paraggi. C’erano tutti. Svanivano, quindici, sedici, tornava qualcuno scomparso molti anni prima. Oggi ho preso le medicine e sono andata in bagno due volte, sì. Ventuno, ventidue, adesso si alza e versa un bicchiere d’acqua, so che non mi ha ascoltato fino ad ora, lo capisco. Dev’essere molto stupido quello che dico, dottore.

L’acqua si versa nel bicchiere, appoggia i piedi sul tavolo di vetro, lei non lo vede ma lui fa sempre così, ficca le radici a terra mentre lei accetta di cadere. Questo è il gioco, l’unico equilibrio per esistere, un po’ di aria per una zolla di terra, i miei ricordi per le tue medicine. C’è stato un tempo in cui i contorni potevano tagliarsi con l’accetta ma non adesso, questa poltrona è comoda, posso raccontarle tutto quello che so. L’acqua si versa nella gola, ascolto, dice. Settantadue, settantatré, la voce si è rintanata da qualche parte, le lancette sono come le tue diagnosi, dottore, misurano qualcosa che non esiste.

*

Di me è rimasto il corpo e questa cartella piena di disegni, di lei quasi tutto aleggia nella stanza. Se è capace di vedere, le spiegherò come mi abbiano ucciso, e perché. Come abbiano cercato di uccidermi se quella che parla sono ancora io. Camminava molto meglio di me, con la testa alta e le mani nelle tasche, non rifugiate, ma come a spingere la sua scalata verso il cielo. Fumava tabacco e io restavo indietro. Sono morta o lei è morta o qualcuno è diventato pazzo, come dice. Vivevamo, vivevano, perché a quel punto io non esistevo ancora. Vivevano in una casa grande, quattro, cinque stanze almeno. Non prendevano mai i mezzi in città, preferivano l’aria addosso, respirare. In quella casa abitava molta gente, anche lui, ma in quei giorni se ne sarebbe andato. C’era odore di erba tagliata, di cavalli, di merda impastata nel fieno e lui era una persona silenziosa, una persona buona. Chi era non importa, in ogni caso non ricordo. Questa è casa vostra, aveva detto, da oggi fino a domenica, torno presto, divertitevi. Bambina mia. Le aveva fatto una carezza sulla testa come se avesse avuto nove anni. Ne aveva venti, ne avevamo. Forse era mio padre, gli somigliava. Forse era uno dei tanti uomini che stavano in casa, ogni santo giorno, a discutere, parlare. C’erano anche molte donne. Parlavo anch’io, anche lei. La porta aveva sbattuto piano, lei aveva acceso la televisione, io mi ero infilata sotto il letto, forse. Ero sempre a fianco a lei in continuazione. Sparivo. Loro in qualche modo erano fuggiti, lo capii poi. Ci chiamavano allo stesso modo, rispondevamo insieme. Eravamo uguali, credo. Lo eravamo. Poi qualcuno aveva sfondato la porta, quella che papà apriva con la chiave. Urla, soltanto, la stanza dipinta di rosso, sembrava. Il polso faceva male, stretto nelle mani di quelli che erano entrati, anche le parole facevano male, chiedevano nome, e cognome, tu sei figlia di. Sono figlia di Yera Moraza, diceva lei. Era fiera, sapevo che aveva bisogno di fumare. Sono la figlia di Yera Moraza, Moraza è il mio nome. Non so dove fossi in quel momento, probabilmente lì, ma nessuno mi vedeva. Io, invece, vedevo tutto. Trasparente e minuscola, come gli insetti e le molecole di rame, come i vermi della campagna intorno piena di serpi nascoste. Mi portarono via, all’interrogatorio. Sfilarono una sedia, dove ci sedemmo insieme, una sopra l’altra, una dentro l’altra. Combaciavamo perfettamente. Non erano domande, sapevano già tutto, tutto quello che volevano sapere. Tua madre è una troia basca. Moraza, non so dove si trovi adesso, aveva detto lei. Una troia basca. Io avevo ripetuto la stessa cosa, ma la mia voce non usciva. Sottovoce, sopra la sua, ogni parola esatta, come se volessi fare finta di doppiarla, prenderla in giro, come se volessi fare finta di essere lei. La figlia di Yera Moraza. Cerchiamo tua madre da molto tempo, dicci dov’è, si è nascosta con tutti gli altri figli di puttana, li prenderemo, tanto vale che parli, sei giovane, quand’è l’ultima volta che l’hai vista, tuo padre dove è andato, perché non era in casa, tu sai di che organizzazione fanno parte, hai idea di cosa sono accusati i tuoi genitori, parla spagnolo, spagnolo, non azzardarti a dire una parola nella tua merdosa lingua del cazzo. Mi uscivano solo parole in basco. Parlavo solo il mio merdoso basco. Ogni cosa che vedevo, in quel momento, il tavolo bianco con i fogli, una guardia civil in piedi che rideva, la camicia sudata, a righe verticali, sottilissime, del tizio che mi stava interrogando, il neon che a volte si offuscava, poi tornava più bianco di prima, da far venir male alla testa, le mie ginocchia unite, strette come se mi scappasse da pisciare, e invece era solo la paura, il freddo che accompagna la paura che accompagna le urla della guardia civil che accompagna la sua mano verso la mia guancia destra, forte, schiaffeggia, fosse solo questo, fosse stato solo uno schiaffo, un altro, la sua bocca che continuava a sputarmi contro, tutto questo schifo, io, lo vedevo in basco. Non riuscivo a vedere niente in spagnolo. Lo spagnolo era diventato come il tedesco, il francese, l’italiano, un alfabeto astratto, muto, scarafaggi neri a forma di y, e, r, amoraza, mi sembrava non significasse niente. Suoni, a caso, sparsi nell’aria, nella stanza bianca, chiusa. Cercavo il vocabolario, la lezione. Non trovavo niente. Lui interrogava. Io, lei, non ero lì.

*

Perché parlo di lei, bevo sì l’acqua. Parlo di lei perché è solo colpa sua. Io non c’ero, credo, non esattamente. Io ero come senza peso. In via di formazione. Come quando si addormenta una mano, ero il formicolio che immobilizza la mano mentre dormi, ero il formicolio che lentamente svanisce prima che si ricomponga la mano uccisa dal formicolio, lui, ed ero anche, dopo, quella nuova mano uscita dalla morte, quella nuova mano ricomposta dopo la morte attraverso l’intorpidimento, grazie all’intorpidimento, ero l’intorpidimento e anche quella nuova mano dopo l’altra mano, ero tutte e due le mani, la prima mano, la mano rinata dalla mano morta, io, lei, la stessa mano.

*

A scuola non potevamo parlare la nostra lingua. Mia madre diceva che la nostra lingua era tutto quello che avevamo. In casa parlavamo solo basco. Regime capovolto, nuova dittatura. Se mi scappava qualcosa in spagnolo, mia madre prendeva dallo scaffale un libricino fatto di fogli stampati, rilegati male, con una copertina sottile, da poco. Mi diceva: leggi. Io leggevo. Ero ancora minorenne, la prima volta che lessi tutto quello che lei e i suoi amici si erano messi in testa. A volte ci credevo, altre volte. Altre volte non ci credevo per niente. Altre volte avrei voluto solo parlare spagnolo, essere spagnola, non ricordare nemmeno una parola della lingua in cui ero nata, avrei voluto essere nata da un’altra parte. In una terra di pace, in una terra che parlava una buona lingua, una lingua che non dava problemi. Quelle volte avevo paura. Non dicevo niente. Pensavo, mia madre. Mi uccide.

*

Lei continuava a dire che non sapeva niente. Resisteva. Non avevamo idea del tempo, sei ore, dieci. Giorni. Mi ricordo il bianco. Mi ricordo lei che a poco a poco cedeva. Mi ricordo che smettevano di urlarmi contro. Cominciavano quasi a sorridere. Come se mi portassero rispetto. Il bianco svaniva.

*

Il tavolo dell’interrogatorio, non ricordo. Forse contro il muro. Svariate posizioni, dicevano Adesso mettiti così. A volte facevano anche finta, sa, per farmi paura. Se fossi morta, sarebbe finita. Lei aveva più paura di me. Lei era terrorizzata. No, però potevo sentirlo, una sensazione. Anche per terra, sono state talmente tante volte. Dopo un po’, più niente. Sapevo che succedeva, lo raccontavano spesso i miei, i loro amici. Non sapevo che anche io, prima o poi. Non avevo idea sarebbe successo anche a lei. Lei era meno preparata in ogni caso, o forse provava solo più dolore. Uno strazio, nemmeno loro sopportavano. Quasi la smettevano, di ridere.

*

Lui avrebbe continuato ancora per molto a farle domande sui ricordi, sul divano così comodo, duemila duecento sessanta tre, sessantaquattro, non era difficile parlare di sé, ma preferiva parlare di lei. Era permesso parlare di lei, niente di male. Di sé non c’era molto. Lei mi ricorda qualcuno, dottore. Non eravamo proprio la stessa cosa, lei era lì, io sono venuta dopo. Le ho detto che non esistevo ancora. Lei ha detto tutto, ha raccontato. Non so come facesse a sapere quelle cose, i particolari. Aveva ascoltato bene ogni singola conversazione nella camera del soggiorno. A quanto pare, sapeva dove erano finiti i suoi genitori. I miei. Perché mi nascondo dietro lei, non mi nascondo, dottore. No, non ho nessuna sorella. Non ho mai detto, mai, di avere avuto una sorella, allora chi è lei, dice. Le ripeto, lei alla fine ha raccontato tutto, si è liberata. Lei è quella che si è liberata. Non le basta, allora, ho anche un fratello, è scappato a Parigi, a volte mi manda delle lettere, non ne ho aperta neanche una. Si è liberata, ho detto. Voleva farla finita con quelle storie sull’indipendenza, sulla libertà. Voleva farla finita con la lingua, la patria, i diversi modi di chiamare il mare. Avrebbe continuato ancora per molto a rispondere che non sapeva nulla, ma alla fine ha pensato, il mare è uno solo. Voleva un solo modo di chiamare il mare.

Valentina Maìni

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3 thoughts on “LEI È CATTIVA

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  3. L’ho letto due volte (a distanza di un giorno). Non tutto è chiaro ma c’è qualcosa di onirico che cattura. Ti dirò che lo stile mi ha fatto pensare a Herta Muller (quella che ha scritto “Il paese delle prugne verdi”). Ti sei ispirata al suo mondo? Se fosse così non c’è niente di male: rifarsi ai grandi (e la Muller, a mio parere, è grandissima) è una buona cosa. E poi nel tuo racconto molti significati nascosti emergono e scompaiono con maestria. Sì, la storia mi convince per la padronanza con la quale viene trattata (di banale non c’è neanche una virgola). Brava. Per me hai stoffa (ma non montarti la testa perché il mio parere non so quanto valga…sono solo un dilettante).

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