TI AMO

Solita tensione alle stelle ed ennesima spaccatura all’interno della redazione di Verde. Qualcuno se ne è uscito con la proposta di scrivere un noiosissimo post di bilanci o di auguri (sì, figuriamoci) di fine anno, ma per fortuna abbiamo immediatamente realizzato che non avevamo nulla da dire e oltretutto siamo online da sette mesi scarsi, dunque non è neanche un anno in senso stretto, ma d’altra parte questo è l’ultimo post del 2015 e oggi è pure l’ultimo dell’anno e io sono qui a rispondere a email di sconosciuti, a programmare i racconti di febbraio e a lurkare il seguitissimo (inspiegabilmente) profilo facebook di Alessio Posar e qualcosa da scrivere, mi dico, bisognerà pure trovarla e allora sì, domani per il Casual Friday #25 daremo finalmente un taglio all’ignobile farsa della sparizione di Andrea Frau, la settimana prossima verrà aperta da un inedito di Valentina Maìni (prima volta con noi e sarà un bel giorno per Verde), ogni martedì continueremo a leggere La Scimmia di Francesco Cortonesi, il mercoledì e il giovedì andremo avanti con le ristampe digitali dal cartaceo, venerdì 8 ci sarà Paolo Gamerro e saluteremo DeadTamag0tchi, più avanti leggeremo Luca Marinelli e la quinta puntata di Verde Matematico, Sergio Gilles Lacavalla e la Rock Criminal #8, e poi in ordine sparso Filippo Santaniello, Francesco Quaranta, Alessio Posar, Gianluca Garrapa, Simone Lisi, Flavio Ignelzi, Franco Sardo, torneranno Luca Piccolino (che intanto con Progetto Ianua sta producendo la web-serie La bussola di pietra, questo è il trailer, secondo noi merita, provate anche voi a dargli una possibilità), Vinicio Motta (che sta scrivendo la terza parte della sua trilogia fecale), Luca Carelli (che non sta preparando nulla di nuovo ma ci tiene a farsi rivedere), ci saranno nuovi nomi, faremo una manciata di reading e torneremo a stampare su carta.
Il blog è in salute, la redazione pure, grazie a chi ci ha seguiti finora e a chi continuerà a leggerci: auguri a tutt, il nostro auspicio per l’anno nuovo è il solito.

Ti amo è un racconto di Pierluca D’Antuono.
Illustrazione di DeadTamag0tchi (Mors tua vita mea).

So che il primo buco lo ha fatto a 13 anni. Ad Annio ha raccontato che i primi giorni ha fatto di tutto per nasconderlo, ma poi lo hanno scoperto. Il padre voleva cacciarlo di casa, la madre era sconvolta. Era tanto tempo fa, da allora ne ha fatti altri, di buchi. È bellissimo, ogni volta che lo vedo divento rossa e non riesco a parlare o dico cretinate o mi perdo tra ehm e cioè. Ogni mattina passa davanti casa per andare a lavorare. Dalla finestra della mia camera lo seguo con lo sguardo sperando ogni volta che si volti verso di me, nascosta dietro queste tende bianche traforate che mi schermano. Ma non succede mai.
Allora aspetto che torni la sera.

Io e Annio ci conosciamo da sempre. Siamo vicini di casa e compagni di scuola. Annio è il mio unico amico maschio, e da più di un anno il mio unico amico. Le amiche con cui stavo l’anno scorso non le vedo più. Con loro mi annoio perché fanno sempre le stesse cose, tutto il giorno nel cortile di casa a truccare bambole o a oscillare attorno a hula hoop sfondati.

La prima volta che l’ho visto ero dentro un hula hoop. Lui mi ha guardata e si è messo a ridere. Ci sono rimasta male perché mi sentivo stupida. Ma poi ho pensato che comunque ha guardato me, non Rosaria o Alda, neanche Lucia e Linda che sono le più grandi e per tutte le più belle perché hanno già le forme.

Io e Annio stiamo sempre insieme, anche senza fare niente. Con lui sto bene perché è molto silenzioso e non è come tutti gli altri maschi. Non mi prende mai in giro, non è prepotente e non dice cretinate. Ora tutti dicono che io e Annio ci siamo fidanzati. Ma a me lui come fidanzato non mi piace, anche se ha due anni più di me.

A me piace Giuseppe, suo fratello grande.

Mia mamma si è sposata a 15 anni, poco prima che nascessi io. Mio padre aveva 30 anni. Giuseppe ha 31 anni. Tra me e lui c’è quasi la stessa differenza che c’era tra mia madre e mio padre quando si sono sposati, nel 1969, l’anno in cui sono nata io. Io ho quasi 13 anni, quindi sono 18 anni di differenza. 18 o 15 per me sono uguali, anche se io questo alla mamma non l’ho mai detto, e neanche di Giuseppe.

E comunque i miei genitori si vogliono bene, litigano solo quando mio padre torna a casa tardi ed è stanco che infatti non si regge in piedi e cade a destra e cade a sinistra e mia madre dice che puzza in bocca che ha bevuto qualcosa e allora mio padre si arrabbia e le dà qualche schiaffo e pugno e calcio e sputo ma poi la bacia e la tocca e la spoglia e l’accarezza dappertutto e mia mamma grida e piange e poi torna il silenzio e allora penso che significa che fanno la pace.

Io e Annio stiamo quasi tutti i giorni ai Cerchi, dove stanno anche i grandi. I Cerchi è un posto un po’ fuori dal paese dove ci sono le piscine vuote e abbandonate. Doveva essere lo stadio del nuoto, ma non lo hanno finito di costruire. Le piscine sono quasi tutte rettangolari, ce n’è solo una a forma di cerchio, quella più nascosta, dove vanno tutti a stare. Il giorno della finale dell’Italia contro la Germania c’erano quasi tutti i grandi con le radioline ad ascoltare la partita e poi hanno festeggiato per tutta la notte. Era bello, anche se io sono andata via alle 8, il resto me l’ha raccontato Annio, che è rimasto perché c’era Giuseppe.

Giuseppe è tornato in paese da un anno. Annio mi ha raccontato che prima giocava a calcio ed era fortissimo. Ma poi è successo che si è ammalato, così dicono i suoi genitori e qui in paese. E allora ha dovuto smettere di giocare, quattro anni fa, nel 1978. C’è chi dice che l’hanno arrestato perché stava con quelli che avevano rapito il politico di Roma, ma Annio mi ha detto che non era lui, ma un suo compagno di squadra, anzi due. Di giorno giocavano a calcio, di notte facevano i rapimenti e ammazzavano la gente per colpa della politica.

Ma a Giuseppe della politica non gliene importa nulla. Lui non è stato arrestato per quello. Annio non mi dice molto, ma una volta ho sentito mio padre dire che Giuseppe si fuma le siringhe, per questo dicono che è malato.

Ma qui Giuseppe non è l’unico a essere malato. Ai Cerchi io e Annio ogni pomeriggio troviamo tutte le piscine piene di siringhe, e sono pure attaccate agli alberi, dalla parte dell’ago, infilzate, come dei frutti strani che pendono dai tronchi. Annio mi ha detto che conosce un sacco di persone così, anche alcuni che vanno in classe con lui e hanno la sua età. Ma quando gli chiedo di Giuseppe lui non dice niente.

Annio sa che mi piace Giuseppe, ma non ne parliamo mai.

Da quando non sto più con le mie vecchie amiche Giuseppe mi nota di più. Ogni volta che passa davanti casa mia, o quando sono in giro con Annio, lui mi sorride e saluta. Una volta mi ha detto che sono molto carina e mi ha accarezzato una guancia. Eravamo in piazza, seduti alla fontana, io e Annio.

Giuseppe ha attraversato la piazza la prima volta, andava molto di fretta, era tutto sudato e non ci ha visti. Correva quasi. Erano le quattro di pomeriggio.

Mi ricordo tutto di quel giorno.

Dopo tre ore è passato di nuovo. Erano le sette, c’era ancora il sole ed era caldo. Era molto più tranquillo, camminava piano, si fermava ad ogni passo, rimaneva immobile ad occhi chiusi, con la bocca aperta, oscillava un po’, poi come una scarica attraversava il suo corpo, riapriva gli occhi e camminava un poco.

Forse era molto stanco.

Appena Annio lo ha visto ha sbuffato, e ha guardato da un’altra parte, avanti a lui, oltre di me, e mi faceva segno di non guardare. Non voleva che si fermasse da noi.

Ci ha messo tanto per raggiungerci, sembrava mio padre che cerca di scendere dalla macchina quando torna a casa di notte tardi.
Ci ha messo davvero tanto.

«Ciao Anniooo!» ha detto allungando un sacco la o alla fine. Annio non ha risposto, ha continuato a guardare la strada, guardava il vuoto.
«Non ci senti?» ha chiesto dandogli uno schiaffo sulla nuca. Allora Annio lo ha guardato con uno sguardo cattivo. Prima di girarsi verso di lui ha cercato me con gli stessi occhi, ma io ero troppo persa a guardare Giuseppe che mi sembrava più bello del solito. Lui dev’essersene accorto, e mi ha sorriso.
«Ciao carina!» mi ha detto accarezzandomi il viso.

Stavo per morire, mi sentivo esplodere dentro.
Era tutto così bello che quasi mi sentivo male.

Annio sbuffava, si é subito alzato e si è allontanato da noi, ha preso a calci delle lattine vuote accartocciate per terra, poi ci ha guardati mentre Giuseppe mi diceva qualcosa.
«Lasciala in pace, è la mia fidanzata!»

Giuseppe si è voltato verso di lui e gli si è avvicinato sorpreso. Lo sovrastava in tutta la sua altezza – Annio non gli arriva al petto.

«La tua che?» Poi è scoppiato a ridere, e lo ha spinto forte. Annio prende il volo, ha una smorfia di dolore sbattendo la testa contro il cestino dell’immondizia poco lontano, ma mi guarda e si alza subito. A quel punto sono arrabbiata con lui, per quello che ha detto e perché ha sfidato Giuseppe.
Vorrei farglielo capire, ma lui scappa via.

Ora siamo soli. Giuseppe mi guarda.

«Sei carina!» mi dice di nuovo. Sono troppo felice, ma non capisco più niente. E non dico una parola.
«Andiamo ai Cerchi? Ti va?»
«Ssì…» riesco a rispondere io. Non credo a quello che sta succedendo. È il mio sogno, finalmente.
«Sei proprio carina, lo sai?»

Continuo a fissare il suo volto, i suoi occhi semichiusi, la sua bocca impastata ma così bella, e gli orecchini che luccicano alle sue orecchie, tre cerchietti a sinistra. L’ultimo, mi ha detto Annio, lo ha fatto la settimana scorsa. Il primo buco lo ha fatto a 13 anni, alla mia età.

«Ti fidi di me?» mi chiede sorridendo mentre mi prende per mano e ormai in strada mi lascio condurre verso i Cerchi.
«…ssi… sì».
«Hai paura?»
No. Mai. Ti amo, sussurro, ma non credo mi abbia sentito.

Pierluca D’Antuono

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