PAVLOV EFFECT

#5

Verde 5, ottobre 2012

Max Cabrerana ha scritto racconti e sceneggiature di fumetti che sono stati pubblicati su siti letterari, riviste e antologie (tra le altre Underground Press, Toilet, BooksBrothers). Nel 2010 è uscita per Cut-Up Edizioni la sua raccolta di racconti Brasarsi. Un suo racconto è presente nella antologia Porn to be alive (80144 edizioni, 2015).
Pavlov Effect è stato pubblicato per la prima volta nel numero 5 del nostro cartaceo (ottobre 2012). Scrivevano con Max Ottavia Spisni, Pierluca D’Antuono, Alda Teodorani, S.H. Palmer, Deny Everything Distro 2.0, Federica Lemme, Sergio Gilles Lacavalla.

Finora Cassio ha sparato solo a sagome umane disegnate sui muri. Ha sparato a manichini senza braccia, a barattoli senza tappo. Ha sparato a tutto tranne che cose vive. Ora è arrivato il momento di una cosa viva. Gimmy Tenaglia dice a Cassio che conta fino a cinque. Se non si decide a sparare gli dà un calcio nelle palle.
«Uno, due, tre, quatt…»
Cassio ci tiene alle palle. «E che fretta c’hai d’ammazzarlo?»
«E che io, secondo te, c’avrei tutto il giorno da perdere?»
Cassio solleva la pistola e grida: «BANG! BANG!» Si fa cadere le braccia come se la pistola pesasse cento chili, tira indietro la testa. Abbaia, ride, ulula. E menomale che ha pippato solo mezzo grammo da stamattina.
A questo punto Gimmy Tenaglia si rende conto di aver fatto una minchiata a portarlo nella vecchia fonderia, a vedere se oltre ad ammazzare rifiuti è capace di premere il grilletto contro una cosa che respira.
Si inizia con i cani, poi le gambe di chi non paga regolare il pizzo, poi la faccia di chi ti vuol fottere il business. Questo è l’iter, nella banda.

«E vaffanculo», fa Gimmy Tenaglia e molla a Cassio una tale sberla sulla capoccia che ora sì che gli parte un colpo. Il proiettile colpisce la catena, la spezza. Scintille, fischi, pezzi di ferro schizzano in ogni dove. Il frastuono dello sparo. Dopo, tutto quello che si sente è un respiro catarroso e asmatico.
Gimmy e Cassio sbiancano come fantasmi vittoriani.
Un American Pitbull più una cagna di Mastino Napoletano più un Rottweiler uguale un Bandog.
Un Bandog non è un cane, è un cinghiale che abbaia.
Questo Bandog di 90 kg si dà una sgroppata come se uscisse da un bagno. Un bagno di ferro e fuoco. Pellaccia nera, cicatrici di morsi, punti di sutura, linee viola melanzana e giallo vaniglia che sembra disegnato da Pollock.
Le orecchie, la coda, mozzate a due mesi per non farle diventare una presa facile nei combattimenti con gli altri cani. Labbra cadenti, rosa a pois, bavose, imbrattate di terriccio. La lingua che penzola fuori e gronda saliva. Il muso schiacciato. Gli occhi umidi che scrutano ovunque.

Dice Gimmy Tenaglia: «Ora… ora fai il bravo. Volevamo solo giocare. Noi due, A.Mi.Ci.».
E Cassio: «Ah sì, deve chiamarsi Lucifero».
Ora che è più vicino, riesce a leggere un nome sul fianco destro, stampato in gotico, a fuoco. Marchiato come un vitello. LUCIFERO.
Cazzo di nome, pensa. Ammesso che LUCIFERO sia il nome e non lo sponsor.
Lucifero si dà una lappata al muso. Mugola. E non è un buon segno.
«Ti avevo detto di tenere la pistola stretta!» fa Gimmy.

La pistola, nel rinculo, è volata via da qualche parte nel buio, tra le carcasse di motorini rubati, elettrodomestici ridotti a colabrodo, manichini con le tette e la faccia spappolata. Riviste porno ungheresi. Tra i vecchi macchinari arrugginiti di quella fonderia abbandonata dagli anni Ottanta, che alle pareti ora sono disegnate figure umane bucherellate dai colpi di proiettile. Croci celtiche cazzi vari. Graffiti tipo: Poliziotti brucierete!
Lucifero è abituato al buio. Passa giorni, che dico, settimane, nella completa oscurità. Senza cibo, senza acqua. Poi, all’improvviso lo mettono in una stanza con una luce fortissima sparata in testa. Tipo terzo grado. Gli fanno trovare una gallina che schiamazza. Un gatto appeso al soffitto per la coda.

Pavlov Effect
Un Pavlov Effect è un riflesso in risposta a uno stimolo costante.
Tipo: luce uguale roba da azzannare. Da fare a pezzi. Carne e ossa da stritolare.
La stessa luce sparata sul muso, Lucifero se la trova nell’arena, nei combattimenti con i cani. A quel punto, tutto quello che Lucifero si trova davanti è spezzatino.
Ora, in quel buco di merda che la banda usa come poligono di tiro, tutto quello che si riesce a vedere, è all’interno del perimetro illuminato da una lampada al neon. Questa della luce al neon è uno dei motivi per cui Lucifero è veramente incazzato. Un altro, è che sono tre giorni che non mangia.
Gimmy con la coda dell’occhio ha visto la pistola dietro di sé, a un paio di metri. Lucifero guarda Cassio, poi Gimmy, poi Cassio, poi abbassa il muso, solleva la schiena. Il moncherino della coda è come in erezione.

«Non fare scherzi, cuccia!» dice Gimmy che è sempre più vicino alla pistola. Cassio è un bagno di sudore, fa qualche passo indietro in direzione dell’uscita. Giura sul dio dei cani che se esce di lì, si iscrive a una qualsiasi associazione cinofila.
Lucifero inizia a latrare, il fiato sbuffa come il vapore da una locomotiva canina. Se avesse un qualche pensiero traducibile in parole, non vorreste saperlo.
Adesso Gimmy è vicino alla pistola, con il braccio destro stirato all’inverosimile dietro la schiena, sente l’acciaio con la punta dell’indice. Si alza in piedi e Lucifero è come se avesse le ali.
Un urlo che non si capisce se umano o animale o cosa.
Gimmy di riflesso spara.

Se esco vivo di qui, San Francesco in confronto è un bracconiere, prega Cassio quando il proiettile calibro 22 gli frulla il ginocchio destro nella consistenza di in un budino.

Cassio lascia strisce rosse di sé sul pavimento di cemento grezzo continuando a strisciare verso l’uscita. Gimmy, gli occhi sbarrati, la testa mezza staccata dal collo, è bello che morto. Pace all’animaccia sua.
Cassio con le mani tremanti arpiona il terreno, si trascina. Dietro di sé sente biascicare, sbuffare, chock chock di ossa sgranocchiate.
Se solo potessi farmi una tiratina di bamba, pensa. Adesso, qui, ora.

Un’altra cosa che Lucifero non fa da chissà quanto è scopare. Ai tempi d’oro, un altro dei momenti in cui usciva dal box era per creare altri piccoli Luciferi per l’arena. Quando lo mettevano insieme ad una cagna, le luci erano sempre tenute basse. E non per creare atmosfera, ma perché Lucifero, invece di scoparsela la cagna, se la mangiava.

Cassio è fuori. Sente un peso sopra di lui. Una cosa che sbava e ansima. Zampe che lo stringono ai fianchi, dei colpi sulla schiena ripetuti a mille all’ora, tipo coniglio, tipo mandrillo, tipo riccio. Tipo, avete capito.
Gesù, Maria, prega Cassio. San Francesco. Oddio.
Lucifero ci mette neanche un minuto.
Cassio trattiene il respiro. Gli occhi semichiusi. Vede Lucifero passargli sopra. Lucifero solleva una zampa e marca il territorio. Sbadiglia. Poi scompare verso i campi della periferia.
Lucifero che quello che succede non importa.
Ma quella cazzo di luce del primo pomeriggio, quella palla infuocata lassù nel cielo, lo manda maledettamente in bestia.

Max Cabrerana

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