STAGE DIVING

Stage Diving, tuffarsi da un palco sulla folla sottostante: Gianluca Garrapa lo fa una volta al mese qui dal parterre di Verde. “Non importa sapere altro, se vi va, potete comunque immaginare altro, ma per questa storia basta considerare la finestra panoramica infrangibile che si può aprire, e lo specchio e il punto di vista extrasensoriale.”
Illustrazione di
DeadTamag0tchi (Amoilsabato).

Si azzima i polsini. E guarda per l’ultima volta la sua immagine. La sua immagine. Quando inizi a farci caso, alla tua immagine, significa che qualcosa è cambiato. Fissare un muro e accorgersi che un calcinaccio sta venendo via. Il riflesso si è staccato. Non appartiene a lui più di quanto questo corpo appartenga al grembo di sua madre. Sta pensando. Sta fissando il riflesso dietro lo specchio. Sullo specchio. Lui non lo sa che sarà l’ultima volta.

L’ultima volta che ho parlato con mia madre era quasi un’altra epoca. Se penso all’amore traboccante che costringeva a mandar giù quasi che oltre a lei nessun’altra avrebbe potuto imboccarmi, d’amore.

Certo che lei se lo toglieva di bocca il cibo per passarlo a me, vomitava nella mia bocca tutto il suo desiderio di amarmi, desiderio che era soltanto suo, io non desideravo amare, né essere amato. Riflette il suo passato, racconta un sé già avvenuto. Noi ce ne rendiamo conto, lui no.

Lui non si è mai accorto di nulla. Perfino ora, che lo stiamo osservando. Che siamo presenze extracorporee. A volte ho l’impressione di essere un fantasma, voi no? Non vi è mai capitato di sentirvi invisibili e presenti? Non parlo di malesseri psichici, ma di fenomeni extracorporei. Suvvia, sarà capitato anche a voi di ritrovarvi, magari durante un sogno, o durante un coma, in un luogo senza il vostro corpo, come autentiche essenze sensoriali. Non vi è mai successo? Comunque, immaginate che vi stia capitando ora. Però immaginatelo sul serio, lasciate cadere le vostre barriere. Sì, lo so, le storielle paranormali non impressionano nessuno, e il tempo di sospendere la credulità ormai è un trapassato super remoto. Allora, se proprio non volete lasciarvi andare e fingere di essere delle presenze extracorporee, lasciate stare che è meglio, interrompete la lettura, e finita lì, perché il sugo della storia è riuscire a entrare nello stato d’animo, pardon, nello stato di coscienza adatto per comprendere la verità di questo uomo che si-azzima-i-polsini.

Torniamo a lui, dunque

Qui c’è troppa luce. Troppo bianco → il doppio vetro dietro cui la città freme di luci e trema di movimenti anabbaglianti e posizionali, un macchinario perfetto di scatole sicure e confortevoli, gli edifici costruiti in un presepio elettrogeno su un pianeta il giorno infinito di un Natale. Il senza nome azzimante-i-polsini preme contro il doppiovetro le mani aperte e curve a coppa sugli occhi poggiando la fronte sul vetro solo perché l’ha visto fare nei film e lo ha letto la sera prima in un romanzo, nemmeno tanto entusiasmante, se non fosse, appunto, per questa scena in cui il protagonista avvicina la fronte alla portavetro e pone le mani a coppa sugli occhi. A coppa. Sugli occhi. La moquette attutisce, ammorbidisce, distende feroci passi. La polizia. Capito? S’immagina la polizia entrare. Senza fare alcun rumore. La scientifica. Come nei film americani. Non fare alcun rumore. La moquette è scura, io, però, la immagino bianca. Macchie più scure risaltano. Esatto. Il rumore attutito ma il colore esaltato. Un bel rosso sangue. Un rosso di qualsiasi cosa esalterebbe comunque. È praticamente impossibile che qualcuno abbia visto. All’ultimo piano. Sotto, la città. Serpenti di occhi rossi bianchi. Lucciole blu. Intermittenze. Luci. Nessun rumore. Il vetro doppio è una moquette trasparente, fredda, verticale, nitida. Il vapore resta per un attimo quando l’azzimante-i-polsini si allontana, resta il fiato come l’impronta calda.

Cattura

Entra o non entra? Non lo sappiamo. Assistiamo alla scena. Non sappiamo se sia reale o frutto della sua fantasia, intendo l’entrata della polizia e il cadavere della donna sulla moquette e il sangue e tutto il resto. Perché? Perché noi che stiamo leggendo, e io che ne sto scrivendo, siamo della stessa stoffa di cui è fatta la sua fantasia, che ci ha creati.

Intanto, però, vediamo cosa c’è di reale: siamo in questa stanza. È un soggiorno. È un soggiorno? Non saprei. C’è uno specchio. Non che il tizio azzimante-i-polsini sia uno ordinario. Potrebbero esserci degli specchi anche in cucina. Il tizio indossa un completo elegante: Toh, un fotomodello! diresti se lo incontrassi per strada. Ma per strada non potremmo mai incontrarlo. Noi, io e voi, siamo i reclusi. Qui, cioè lì. Nella stanza di questo racconto. Nel soggiorno. Invisibili. Extracorporei. Mentre l’azzimante-i-polsini rimugina. Sua madre. Quel cadavere? Sua madre?

Dunque la stanza: come ve la immaginate? Io me la figuro così: innanzitutto l’appartamento è al ventesimo piano di un edificio di trenta piani. La stanza ha la moquette bianca. Un caminetto a fuoco aperto. Gli alari della desolata distesa di cenere. E sulla parete inclinata del focolare è in bella vista un corno che gli regalò il nonno. Una grande finestra nella parete orientale. Lo specchio, lo specchio incorniciato nell’improbabile intreccio di steli e rose in ferro dorato, potrebbe stare accanto al caminetto, anche se non avrebbe molto senso, a destra.

A sinistra un grande tavolo di mogano intarsiato di volti e maschere alternati a fiori e animali, improbabili, che serve di volta in volta alla colazione o alla cena, vagamente vittoriano, nonostante gli intarsi ingombranti. La superficie della stanza dovrebbe essere spaventosa e liscia. Enorme.

C’è una seconda porta, frontale a quella d’ingresso. Evidentemente dietro questa seconda porta c’è il piccolo bagno privato. Anche questo non ha molto senso. A ben pensarci, il tavolo non serve per cenare o fare colazione. Il tavolo è una scrivania. Non c’è alcun caminetto. Lo specchio deve esserci per forza e dietro la scrivania, frontale alla finestra panoramica, c’è un letto. Dunque la finestra panoramica ha le tende e gli avvolgibili e il vetro è di quelli che dirige la luce a senso unico dall’esterno: l’esterno è oscurato, da fuori non si vede nulla. Sia come sia, nella stanza ci sono delle riviste di moda, poesia, tv e sciocchezze d’inchiostro odoroso, sistemante in un portariviste di metallo dorato vintage. Una piccola libreria di legno nero e vetrinette. Una bottiglia d’acqua naturale leggermente gasata e

non importa sapere altro, se vi va, potete comunque immaginare altro, ma per questa storia basta considerare la finestra panoramica infrangibile che si può aprire, e lo specchio e il punto di vista extrasensoriale. Che il cadavere ci sia, che la polizia sia entrata e che il tizio azzimante-i-polsini abbia ucciso sua madre, non importa: il tizio guarda per l’ultima volta lo specchio, pollice e indice a sistemare i gemelli, fissa la sua immagine con la stessa precisione con cui azzima i polsi della camicia, apre la finestra e come una rockstar si getta sull’improbabile pubblico.

Il tizio sta facendo un volo dal trentesimo piano. Dunque noi siamo rimasti in questa stanza, imprigionati, non sappiamo cosa sia reale e cosa sia pura immaginazione. E questo perché il tizio, prima di gettarsi nel vuoto, ci ha visualizzati in maniera imprecisa ma studiata per non darci modo di capire il perché di questo gesto plateale. Ha immaginato un pubblico di lettori e un uomo che avrebbe scritto dei suoi ultimi momenti di vita. Ma, ahimè, quell’uomo (che sarei io, credo) non è riuscito ad assumere un’esistenza autonoma, aldilà della morte del tizio, come un principe Myškin che continui a vivere anche ora che Dostoevskij è morto.

Dunque non posso nemmeno affermare con certezza che almeno la vostra presenza fisica, di voi probabili lettori dico, abbia letto, e dunque fatto sopravvivere, almeno in parte, questa storia dopo la morte del suo protagonista. Si trattava dunque di narrare l’antecedente che ha determinato il suicidio? Di cosa avrei dovuto scrivere? Del suo rapporto con la madre, o del suo rapporto con la propria immagine? Del suo narcisismo, come metafora del narcisismo di tutti quelli che si suicidano incapaci di affrontare la realtà debilitante? Tirare in ballo i sacrifici che le generazioni passate hanno affrontato subito dopo il secondo conflitto mondiale? Cose che nella mente del tizio si sono tracciate, come una serie di sensi di colpa, a giustificare ulteriormente il volo. O forse, è probabile, che il tizio si sia suicidato per il semplice gusto di provare qualcosa di diversamente estetico.

Insomma, adesso il tizio è spiaccicato al suolo in una pozza di sangue, le articolazioni storte, e il volto spalancato in un’imprecisa conformazione picassiana. E dunque non posso più continuare a scrivere. Non saprei cosa scrivere: non esisto più. E fra poco, anche voi, vi dissolverete. Voi come pubblico, se avete letto. Ci dissolveremo come i sogni o i fantasmi.

Ecco, sì, fantasmi soffiati via dal sole.

Gianluca Garrapa

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One thought on “STAGE DIVING

  1. Racconta de lo vissuto contraddizioni di un passato nella sua vita da dove c’era, a dov’è ci sta ora. Nella confusione ne dire come un gioco nella afare del suo pensiero, de lo che a lui e là scrittura della critica che lo transporta della misma.

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