ROCK CRIMINAL #7: LEE MORGAN

Rock Criminal è la rubrica di Sergio Gilles Lacavalla dedicata alle storie nere del rock e dintorni.  Il protagonista della settima puntata è Lee Morgan, il grande trombettista allievo di Dizzy Gillespie, ucciso dalla moglie con un colpo di pistola al termine di un concerto, il 19 febbraio 1972.
Illustrazione di
DeadTamag0tchi (All velociraptor wanted was just to sing Nirvana songs till death).

Deve essere stato per via della neve. Tutto quel bianco: fu come essere avvolti in un sogno gelido. Lui l’aveva presa per un braccio e buttata in strada. Senza cappotto. Il freddo la travolse. Era sporco e umido come quella neve. Come quel sogno in cui lui dormiva su una panchina fuori dal Birdland. E poi, via via, dopo la chiusura del locale al 1678 di Broadway, sui marciapiedi davanti ai club dove sperava ancora di suonare. Il vestito leggero in pieno inverno. Il cappotto e il flicorno impegnati per comprarsi l’eroina. Senza denti a causa della droga – e perché qualche spacciatore glieli aveva spaccati per i suoi debiti. Aveva perso la dentiera. Aveva rubato un televisore da un hotel. Ci aveva fatto pochi dollari. Era tornato a dormire per strada. Le scarpe erano rotte. L’astinenza insopportabile.

Adesso non c’era più neanche Art Blakey a rifornirlo di roba buona in cambio della sua tromba in un disco o per una serata. Lei gli aveva riscattato il paltò e lo strumento. Gli aveva comprato una dentiera nuova. Gli aveva passato il metadone. Gli aveva dato una residenza. Gli aveva procurato scritture in tutti i jazz club che conosceva. E adesso eccola là, al 242 East nella Terza Strada in mezzo a tutta quella neve. Lui era tornato dentro per il set successivo. Dalla sua puttana. Lei era sola nel suo sogno invernale.

Due giorni prima. Forse tre. O chissà quanti, lo aveva supplicato di non andarsene un’altra volta. Lui non rincasava per giorni. Lei non lo cercava. Sapeva dov’era. Con chi stava. Quella sera però provò a trattenerlo. Non capiva bene nemmeno lei perché. Si era decisa a lasciarlo e tornare a Wilmington, nel North Carolina da sua madre. Ma qualcosa glielo impediva. Forse l’amore. Più probabilmente la paura di restare di nuovo sola. Una vedova con due figli grandi, il primo avuto a quattordici anni, che non vedeva da quando, quindicenne, li aveva abbandonati ai nonni. Una donna che si diceva spacciasse droga a Harlem prima di incontrarlo e avesse ucciso suo marito, dato per morto annegato, con una coltellata. Amica di tutti i jazzisti tossici e in difficoltà di New York e amata da nessuno.

«Lasciami stare», le disse lui scostandosi bruscamente.
«Ti prego, rimani», insistette lei, pur sapendo quanto la sua richiesta fosse inutile. La mano protesa verso di lui.
«Non lo capisci che non ne posso più? Non ne posso più della tua gelosia. Di te. Lasciami vivere».
«Se sei ancora vivo lo devi a me!» Replicò lei, ora con rabbia. «Senza di me tu…»
«Io cosa? Ma smettila con questa storia».
«Ti ho rimesso nel giro. Non ti faceva suonare più nessuno».
«Ma certo. No cara, io ho sempre suonato in ogni club, con i migliori musicisti in circolazione». Prese un disco vicino al giradischi. Lo girò e rigirò tra le mani, glielo mostrò. «Guarda!» Fece lo stesso con un altro long playing. E un altro. Le copertine con la grafica in stile Blue Note. Incisi senza l’intervento di lei. Glielo ricordava, sbattendole in faccia quei 33 giri.

«Guarda! Tutti volevano Lee Morgan! E mi hanno sempre pagato bene; per me, per la mia tromba».
«Pagato, già, a eroina».
«Meglio del tuo metadone. Ma cosa vuoi, eh? Mi hai preso la gioventù, ti sei tenuta i miei guadagni. Cos’altro vuoi? Lasciami andare».
«Ma sì vai, vai dalla tua amichetta», disse lei con un sorriso di scherno.
«La mia amichetta. Be’ io sono ancora giovane, Helen. Tu sei vecchia!» le urlò Lee uscendo di casa con la sua tromba, pieno di odio.
«Quando tornerai, non sperare di trovarmi», gli gridò lei per le scale.

Invece, il sabato sera seguente lo andò a cercare allo Slug’s Saloon, dove Lee Morgan aveva un contratto per una settimana con il suo quintetto.
Helen aveva una pistola.
«Tieni, prendila. Questo è un quartiere pericoloso. Potrebbe servirti quando non ci sono», le disse Lee il giorno che le regalò l’arma.
Da circa un anno, il più talentuoso trombettista della scena hard bop si stava allontanando dalla sua amante e protettrice. Lei si era messa il suo cognome come una moglie. Lui aveva conosciuto un’altra donna. Più bella. Più giovane di Helen, ormai sfiorita a quasi cinquant’anni. Lui ne aveva poco più di trenta. Con la sua nuova ragazza divideva la cocaina e le notti nei locali. Il letto di lei.

Rientrava nel soffocante appartamento del Bronx solo quando gli serviva la sua mammina per organizzargli qualche serata, che riscuoteva e garantiva per lui.
Molti continuavano a considerarlo inaffidabile per via della sua tossicodipendenza. Lei sapeva tenerlo in riga. Ma lui era stufo di vederla seduta a un tavolo a controllare ogni sua mossa. Ogni brano che eseguiva. Ogni nota.
Lo teneva lontano dalla droga e dalle altre donne. Le disse che non la voleva più ai suoi concerti. Così, come in un languido standard jazz che va a morire, lei perse il controllo su di lui. Tentò il suicidio con il veleno. Lui pensò che fosse un patetico tentativo per tenerlo con sé. Ne rise.

La notte del 19 febbraio 1972 il sorriso beffardo di Lee si era però spento davanti al cattivo auspicio della neve. Verso l’incrocio tra l’Avenue B e la C, la sua automobile sbandò su una lastra di ghiaccio andandosi a schiantare su un marciapiede. Lee Morgan, arrivato a piedi al locale, tremava e si mise a ricordare la morte di Clifford Brown, avvenuta quindici anni prima in un incidente lungo la Lincoln Highway tra Philadelphia e Chicago. Per Lee, Brown era stato un maestro e con i Jazz Messengers, in un certo senso, aveva preso il suo posto al fianco di Art Blakey.

Tremava e si commuoveva al pensiero di quell’uomo scomparso a soli venticinque anni e per la cui memoria aveva suonato I Remember Clifford: struggente, un sommesso pianto alla tromba per non dimenticare la grazia della sua musica e la mala sorte che può ucciderti in qualunque tratto di strada, in tutte le stagioni, prima o dopo qualsiasi serata. Aveva paura Lee. Lo confidò ai suoi musicisti prima di andare in scena. Lo disse al suo nuovo amore, che l’aveva accompagnato anche quella sera. La neve gli avrebbe portato male. Se lo sentiva.

Helen entrò nel locale e si avvicinò al suo tavolo. Lee ebbe uno scatto. «Chi è questa donna?» Gli chiese la sua ragazza. «È una troia che non vuole lasciarmi in pace», rispose lui, afferrando Helen per trascinarla verso l’uscita in fondo allo stretto corridoio dello Slug. Lei non fece in tempo neanche a ritirare il soprabito consegnato al guardaroba. La neve del Lower East Side la strinse nel sogno di quando, nel 1967, salvò il suo uomo. Faceva troppo freddo in quel sogno bianco per restare su una strada di Manhattan. Troppo freddo per non cercare un po’ di caldo dentro il locale. Calore di musica, gente, chiacchiere, divertimento, fumo, whisky, amore. «Vieni, ti asciugo il sudore». Helen gli passò il fazzoletto sulla fronte. Sotto il naso. Gli tamponò il mento. Vicino alla bocca. La pistola le cadde dalla borsetta. Nella neve. La guardò. La raccolse e rientrò.

«Mi spiace signora, ma il signor Morgan non vuole che la faccia entrare», le disse l’addetto all’ingresso del club.
«Il mio cappotto», sussurrò lei.
Lee, rabbioso, incattivito, forse solo esausto, le veniva incontro. Il buttafuori non si accorse della pistola. Neppure Lee, che cadde a terra, colpito al petto da un proiettile. Helen lasciò andare la rivoltella e restò immobile a piangere. «Chiamate la polizia», disse tra le lacrime.

Per circa mezz’ora, Lee Morgan rimase sul pavimento ad aspettare l’ambulanza, tra la segatura e il pubblico che lasciava il locale. La città era bloccata dalla tempesta. Il sangue, lentamente, abbandonava il suo corpo. La segatura non bastava più. Dizzy Gillespie gli diceva di respirare e stare calmo. Anche John Coltrane lo rassicurava e gli recitò il salmo A Love Supreme. La sua voce si allontanava a poco a poco diventando un sussurro mentre Lee chiedeva aiuto ad Art Blakey: «Dammi un po’ della tua roba, Art, sto male». Ma Blakey non l’aveva con sé: «Mi dispiace, figliolo». La solita espressione sardonica del batterista era sparita dal suo volto. Anche Wayne Shorter e Hank Mobley, Curtis Fuller, Jimmy Smith, Larry Young e tutti gli altri con i quali aveva collaborato nel corso degli anni, gli si misero intorno. Non sapevano che fare. Gli sorridevano mesti. Qualcuno con gli occhi lucidi. Charles Earland gli diceva che dovevano continuare a esplorare tanta fusion insieme. Non aveva ascoltato il loro disco finito due giorni prima. «È venuto davvero bene, sai. Sei stato bravissimo».

Morgan l’aveva composta per lui. Poi si tolse il cappello. C’era anche la sua ex moglie, la modella e danzatrice Kiko Yamamoto. Lee si scusò con lei per averla lasciata troppo presto per amore dell’eroina. Alla fine arrivò Clifford Brown. Gli fecero spazio. Lee Morgan gli accennò un sorriso stanco e dolente e capì che era giunto il suo momento. Avrebbe voluto fare un’ultima volta il pezzo a lui dedicato. Ma proprio non ce la faceva. Il fiato non c’era più. «Non preoccuparti,» gli disse Clifford mettendogli un dito sulle labbra.
«Ora non parlare, so come ci si sente». Benny Golson, che aveva scritto quello strumentale, annuì. L’ambulanza avanzava a fatica nella neve.
«Quando arriva la polizia?» chiese Helen guardandosi attorno.
I compagni delle lotte per i diritti civili di Lee dissero che non fu un caso se i soccorsi ritardarono. Si trattava, in fondo, solo di un negro. Angela Davis gli carezzava i capelli pettinati bene, con la riga di lato. Lo ringraziava per quel brano intitolato con il suo nome e gli prometteva che presto sarebbe uscita dal carcere. Helen aveva smesso di piangere e mormorava qualcosa tra sé: «Ti amavo. Ma tu sei stato cattivo con me», sembrava dicesse. «Molto cattivo». Nessuno badava a lei.

Il suono stridente della sirena in lontananza. Poi la notte in bianco e nero fuori dal locale prese a lampeggiare. Quando i paramedici, accompagnati dal gelo e con gli scarponi imbiancati, si avvicinarono a Lee, la neve si sciolse nel suo sangue. E se lo portò via.

Sergio Gilles Lacavalla

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