SENZA TITOLO

#19 Rocco Lombardi

Verde 19, dicembre 2013 (in copertina: Rocco Lombardi, Una piccola bestia in una pozzanghera d’acqua)

Ancora dal numero 19 del nostro cartaceo, rileggiamo oggi un bel racconto Senza Titolo di S.H. Palmer (dicembre 2013, copertina e illustrazioni di Rocco Lombardi, contributi di Luca Piccolino, Alda Teodorani, S.H. Palmer, Vinicio Motta, Francesco Cortonesi, Simone Lucciola, Jesus Adentro, Luca Carelli).

Sono socialmente accettato perché nessuno sa cosa contiene la bibita che mi porto sempre dietro. Di solito, dopo il lavoro, compro una bottiglia da mezzo litro di CLUB MATE – coca cola per hipster, lo so – e dopo un paio di sorsi ci butto dentro un bicchiere di vodka secca. Se la gente sapesse cosa sorseggio con naturalezza mentre cammino verso la fermata del treno di Schönauser Allee mi riterrebbe un uomo indecente. O forse no. Non a Berlino, anche se di solito lo faccio alle due e mezza, alla stessa ora in cui mia sorella – in Italia – dorme di gusto. Specialmente d’estate. O fine estate.

Qui è già quasi inverno. Lo penso ogni volta che correggo la bottiglia di energetico analcolico. Cerco scuse, di tanto in tanto, per giustificare comportamenti pressoché normali. Sto smaltendo lentamente le mie abitudini italiane, sebbene mi senta un po’ più barbaro rispetto al mio arrivo in Germania. Sono passati già otto mesi. Cassandra al quinto mese di convivenza è diventata quasi normale. O forse la lontananza da casa mi sta rendendo più consapevole.

Sono socialmente accettato non solo perché la gente non sa che bevo. Lo sono anche perché, direbbe mia zia, sono un trentenne piacente. Non ho difficoltà a socializzare, almeno non come i miei conterranei.
Qui ho conosciuto alcune ragazze, me ne sono fatte un paio, forse quattro contando anche le sconosciute – quelle di cui neanche mi ricordo il nome. Alcune di loro, però, mi piacevano sul serio. Come persone intendo, non come giocattoli. Una volta ho incontrato una ragazza davvero giovane per i miei standard, praticamente una bambina (aveva 26 anni). Il suo sorriso mi rallegra ancora a pensarci. Quando mi scrive, di tanto in tanto, e ci incontriamo in giro per locali, mi si riempie il cuore di quel nulla tanto piacevole quanto tenero. Credo che a oggi sia la persona più onesta che conosco, qui a Berlino.

C’è un’altra ragazza che mi piace davvero. Non sono un uomo compiuto. Sto cercando di chiudere il cerchio con il mio passato, ma non credo di potercela fare.
L’avvicino, l’allontano. A volte credo che la freddezza del Nord sia la cura migliore per il mio cuore malandato. Quando ho fame penso a lei. Nelle notti di luna piena la evito, ma con una scusa o un’altra rimaniamo in contatto tutti i giorni. Ora che è via per lavoro a volte non ricordo il suo nome, ma il suo volto è sempre presente, impresso sul plesso solare che accarezzo prima di addormentarmi, in uno strano rituale.

Il vuoto lasciatomi dall’ultima luna piena mi ha reso vulnerabile e incontrollabile.
Quando un’altra ragazza bionda mi ha sorriso, ho visto il sangue fluire dalle arterie principali del suo corpo. L’ho visto inondare l’intorno, in una strana gradazione di rosso tendente al magenta. I suoi occhi, blu intenso poco gradevole, mi hanno lasciato interdetto. Sembrava che avessi di fronte – di nuovo – Cassandra, la sera che stava per morire. Ho impiegato quasi dieci anni per dimenticare la forma di un ago, e lei mi ha fatto un gran brutto scherzo, il mese scorso. Era così bella mentre stava per morire. L’ho amata per qualche minuto, il tempo che impiegano le palpebre per aprirsi e chiudere, e non cedere alla compassione del momento. Ho inghiottito questo boccone amaro con forza, il giorno del mio compleanno, il 27 di agosto.

Dovrei scrivere una lettera a mia sorella. Quando mi ha fatto gli auguri mi sono sentito davvero una merda. Avevo dimenticato di dover compiere gli anni. Voglio dimenticare che diventerò vecchio. Memento mori, sempre attivo da qualche parte nel mio corpo. Più nelle gambe però, che nel cuore.

Una sera i nostri genitori erano fuori a cena. Io e mia sorella eravamo seduti in camera e io allora le ho domandato perché lo facevamo. Lei non ha risposto. Mi ha dato un bacio e si è accesa una sigaretta. Poi l’ho accesa anche io, e questa specie di rito è durato per anni. Almeno un paio, credo. Domanda. Nessuna risposta. Bacio. Sigaretta.

Non dimenticherò mai invece il momento in cui una risposta me l’ha data, stendendomi di colpo. Da quel momento mi sono reso conto di poter amare davvero solo lei, e poco dopo, sono scappato lontano.
«Sai che amo gli uomini. Probabilmente sono la persona, tra quelle che conosco, che ama di più il genere maschile. Siete incompleti, immaturi e infantili. E io vi amo tutti. Tutti. Hai capito?»

Ho sentito qualcosa dentro di me mentre pronunciava lentamente quelle parole.
Non so riconoscere la sensazione, neanche oggi. Mi sono sentito lusingato, certo, non posso negarlo, ma anche profondamente in colpa. Non credo di essere mai stato portato per l’incesto intellettuale, ma quella stronza di mia sorella mi ha fatto vacillare. Tanto da costringermi a fuggire lontano. D’accordo, non sono realmente scappato. Volevo farlo, dovevo farlo, ma lei mi ha donato le ultime gocce di coraggio che mi servivano per non farlo.

Mi manca mia sorella. Anche se qui sto bene, anche se qui le cicatrici si vedono di meno, a parte quando c’è il sole, come quella volta al lago, quando in mezz’ora la mia pelle è diventata color ambra. Allora le cicatrici sono apparse, ma nessuno, per decenza, ha detto nulla. È per questo che preferisco rimanere all’ombra e uscire solo dopo il tramonto. Quando le ombre non esistono, e non spaventano. Non spaventano più.

S.H. Palmer

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