DUE RACCONTI SPLATTER

La giornata di Sorin, corriere SDA e La mungitura sono i titoli dei Due racconti splatter che pubblichiamo oggi di Simone Lisi. “Fin qui è storia. Storia splatter, ma storia. Il resto è fantascienza”.
Illustrazione di Dead Tamag0tchi (stoopid things).

La giornata di Sorin, corriere SDA

Sorin si alza alle quattro del mattino dal lunedì al venerdì, e anche di sabato perché ormai ha preso il ritmo. Lui è originario della Romania e dopo alcuni anni vissuti a Napoli (è questo il motivo per cui tifa Napoli, essendo il primo posto in cui ha vissuto in Italia è come se a Napoli fosse stato bambino e le squadre calcistiche si scelgono così, nei primi anni di vita, e dopo non si può più cambiare, anche se ci si trasferisce in un’altra città e non si torna mai più a vivere in quel posto originario, e neanche ci si torna mai in vacanza, e neanche vi si è lasciato un amico, o un amore).

Suona la sveglia del cellulare enorme super tecnologico di Sorin pagato settecento euro in offerta da Euronics. Suona la sveglia e in quel momento, alle quattro e dieci di mattina, che il cellulare costi tanto a Sorin non importa, non in quel momento per lo meno. Il telefono suona netto, una musica che è stranamente calma, seppur perentoria. Può esistere qualcosa che è allo stesso tempo calmo e perentorio? Sorin non lo sa e non ci pensa. Quel suono può ricordare (ed è per questo che l’ha scelto tra i milioni di suonerie disponibili) il rumore netto che fa il vento, qualcosa di impalpabile, negli alberi quando soffia forte a novembre in certe zone collinari della Romania, zone di campagna dove adesso sta arrivando il turismo, zone da cui proviene Sorin e di cui quelli che vivono in Italia non hanno mai sentito parlare, neanche nominare, ma sono bei posti. Sorin non tornerebbe indietro – c’entra qualcosa quella musica in questa sua scelta? – eppure le cose adesso in Romania vanno meglio, le cose adesso sembrano mettersi bene, ci sono soldi, ci sono aziende, c’è anche un po’ di turismo, c’è la televisione con programmi decenti, non come undici anni fa, quando lui ha conosciuto la miseria, quando era un bambino e poi partì per Napoli. Sorin ha conosciuto la miseria, l’ha conosciuta.

La giornata di Sorin, corriere SDA, è iniziata e non c’è tempo di pensieri nostalgici. Mette fuori i piedi, mette il suo corpo davanti ai pensieri, mette una sotto maglietta termica celeste e sopra indossa la sua divisa a strisce bianche e blu modello campo di sterminio, ma a strisce bianche e blu (si intona con la sottomaglia). I pantaloni aziendali blu, le scarpe anti-infortunistiche nere, e scende per strada nel freddo delle quattro e venti del mattino con in testa un cappello blu da corriere SDA e un mezzo sorrisetto in faccia come se la vita fosse tutta davanti, o come se il pensiero non fosse davvero importante, come se niente lo fosse, se niente lo seguisse, se niente cosa? Niente niente, solo andare per strada con una chiave in mano che apre un furgone e salire sul furgone e poi guidare dalla periferia di Prato fino all’Osmannoro.

Al centro di smistamento Bartolini lavorano quasi ed esclusivamente ragazzi neri. Del Senegal e del Benin. C’è il capo che è un nero più vecchio degli altri, e urla, ma è buono. Lavorano tutto il tempo, lavorano fortissimo, parlano una lingua africana e ci sono tra loro alcuni lavoratori dell’est Europa che hanno imparato l’africano, io suppongo – mentre a SDA ci sono lavoratori di tutte le razze e per questo funziona meno bene e si parla la lingua italiana (da SDA tutto quanto funziona meno bene e i lavoratori hanno se possibile ancora meno diritti di quelli di Bartolini. È una bella sfida, in effetti).

È uno splatter la condizione dei lavoratori e dei corrieri in particolare, sangue e budella ovunque, sui muri, sulle loro divise, sulle strade, sulle ammaccature che hanno sui furgoni, è là che vi si può scorgere la loro stanchezza, i loro orari durissimi, sui loro specchietti rotti, sulle loro sigarette fumate coi denti mentre guidano, sul loro modo di camminare curvo, sul loro mal di schiena cronico, seconda natura. Sulle loro sigarette, torno a ripetere.

Siano Bartolini (BRTLINI) o siano SDA, i corrieri del mattino si vedono assegnare un elenco di consegne da fare, poi caricano il furgone e quando sorge il sole sono già partiti. Zone ben definite, porti sicuri e mari aperti, posti dove non è buono consegnare, dove non c’è mai nessuno, dove fanno storie, dove è impossibile parcheggiare. Questa molteplicità di luoghi e di facce è già tutto implicito in un foglio. Un foglio con un elenco di barcode dove dovranno fare firmare. È come un enorme albero di quercia, quel foglio e quei barcode. In nuce. Sorin riceve il suo giro, fa una faccia come a scrutare e capire i segreti di quel suo giro, lui vede in quei barcode le sue ore future, legge il futuro in un geroglifico che è un barcode, e tra quei luoghi e consegne c’è anche l’ufficio dove lavoro io.

Fin qui è storia.
Storia splatter, ma storia.
Il resto è fantascienza.

Perché c’è un pacco di Amazon quel giorno da portare in quell’ufficio-porto-sicuro dove lavoro io, è un pacco di libri per me, che scrivo questo racconto, e allora vedendo quel pacco Sorin sorriderà brevemente perché sa come sarò felice io a vederlo arrivare.

È un lieto fine questo? Non direi. È solo un mezzo sorriso invisibile di Sorin, nell’enorme deposito di smistamento dell’Osmannoro, dove centinaia di uomini con magliette a righe bianche e blu si muovono in un brusio di lingue e suoni, perché partire?, una musica come un paese di sottofondo, in una angolo remoto del cervello di Sorin, una sveglia nel cellulare costoso che suona.

La mungitura

Lavoro alla centrale del latte già da due anni. Dico due anni, ma non ho una percezione chiara, del tempo, neanche lontanamente chiara. Ci penso solo quando mi domandano: quant’è che lavori alla centrale del latte? Allora rispondo in automatico che saranno due annetti, ma ora che ci penso un attimo è da più tempo che ci lavoro. Saranno quasi tre. Il tempo là dentro non passa, gocciola.

Lavoro in ufficio, alla parte amministrativa, anche se questa dicitura del mio lavoro è eufemistica per non dire fasulla. Perché io non amministro nulla, semmai sto al computer e vado dietro ai numeri che aumentano e decrescono (sono poi le medie di latte prodotto e una serie di dati correlati, tipo quanto ne vendiamo a chi, parlo alla prima plurale, io sono l’azienda). Per il resto rispondo. Rispondo sarebbe la risposta corretta (sic), quando mi chiedono di cosa mi occupo. Rispondo a stimoli, a mail, a telefonate. Una risposta deve durare massimo un minuto, per essere buona, penso una volta finito di rispondere e controllando il display.

Il mio ufficio è una stanza dai soffitti alti, una ex fabbrica di bottoni riconvertita in ufficio, in un angolo c’è una scultura di una mucca, giusto in un angolo e ci sovrasta. La scultura rappresenta la classica mucca da latte maculata bianca e nera, solo che è alta circa tre metri. È fatta di vetro resina e noi in ufficio la chiamiamo confidenzialmente La Vach. Come sta oggi La Vach? Sta da lunedì, rispondiamo il lunedì.

Il lavoro non mi pesa, o non troppo, rispondo a chi mi chiede com’è il lavoro d’ufficio. Scendo al mattino dall’inizio di viale Corsica, poi al semaforo con Piazza della Costituzione devo solo attraversare e sono arrivato. È comodo, rispondo a chi mi chiede del mio lavoro, vicino a casa, la paga nella norma. C’è qualcosa di particolare nel tuo lavoro?, mi chiedono a volte. Sì, rispondo, la cosa più strana del mio lavoro è che in ufficio sono il solo uomo presente. Ovvio che all’interno della Centrale del Latte ci sono altri uomini, dei tecnici e degli ingegneri che si occupano della manutenzione delle vasche in cemento e di quelle in acciaio o della revisione dei macchinari, uomini che sono incaricati di entrare con delle tute da palombaro dentro le enormi cisterne, che stanno giusto a fianco dell’ufficio. Ma, ecco il punto, nessuno uomo lavora dentro al mio ufficio, che è poi anche l’unico ufficio.

Non so esattamente quante sono le mie colleghe, ma se qualcuno me lo dovesse chiedere ci potrei pensare perché conosco i nomi di tutte, quindi vediamo: vicino a me ci sono Barbara, Alessandra e Michela. Poco più in là: Vanessa, Francesca, Stefania, Sara, Serena, Ilaria e Debora. Infine un’altra Barbara che va e viene soltanto in certi giorni. In totale fanno undici, undici donne in totale.

Lavorare con tutte queste donne è qualcosa al contempo di piacevole e di spiacevole, perché vivere in un ambiente iper femminilizzato non è sempre facile. Le donne hanno oramai il ciclo tutte nello stesso periodo (proprio come succede con le mucche, mi hanno spiegato), quindi ci sono dei periodi in cui l’ufficio è un luogo letteralmente impossibile.

A chi mi domanda come ho fatto a ottenere il lavoro rispondo sinceramente: è stato grazie alla raccomandazione di un vecchio amico, che poi sarebbe il direttore della centrale del latte. Giusto, perché nell’ufficio un altro uomo c’è, a pensarci bene, oltre a me ed è il capo, ma siccome lui lavora in una stanza dentro la stanza, accanto alla mucca gigante, ha un suo ufficio-box, per questo tendo a non conteggiarlo, oltre al fatto che lui sta là dentro dalla mattina alla sera e in giro non si vede quasi mai. Oltre ad aver assunto me il capo ha assunto tutte le mie colleghe, è il suo lavoro assumere, oltre che eufemisticamente amministrare (fa molto di più).

Com’è il tuo capo? mi chiede a volte qualcuno che sa che eravamo vecchi amici, com’è il vostro rapporto ora che lui è il tuo capo? Beh, sono cambiate tante cose tra noi, questo è certo. È bravissimo nel suo lavoro, direi che è quasi un genio in quello che fa, nella capacità di assumere persone che lavorano bene tra loro, tutto è in armonia, ed è merito suo. Se poi confidenzialmente mi domandassero qualcosa, poco, pochissimo in più, direi che il capo è bravo, ma è un po’ fissato con le donne, che non assume lavoratrici, ma tutte queste donne fanno di questo posto un harem e io certi giorni mi sento uno di quegli eunuchi del gran visir, solo che io non sono un eunuco. Il capo è un uomo, ha un suo modo di lavorare e amministrare che ne fanno un uomo delle enormi capacità, ma è anche un po’ un maniaco. Guarda le segretarie, come le guardo anche io, ma lui da quel ruolo, allunga le mani, accarezza loro le braccia, se le ingrazia, in verità non allunga le mani, ma ci prova, ecco cos’è. Ci prova con il suo argomento, con il suo metodo, con le sue strategie di capo, così come io, con i miei silenzi e le mie mezze parole e il mio essere un po’ eunuco e un po’ guardiano, in quell’ufficio.

C’è di più? Mi potrebbe domandare qualcuno, ma nessuno me lo domanda mai. Sì. C’è di più. Una volta al mese il capo ci convoca nel suo ufficio e ci chiede come va, è solo un caffè, dura dieci minuti, ci chiede come va, cosa abbiamo migliorato nel mese trascorso del nostro lavoro e come potremmo migliorare. Una strategia aziendale. Se c’è qualcosa che non va lui ci propone delle strategie per migliorare e mi vengono le lacrime agli occhi per come è bravo.
Ma questo vale per me.

Le mie colleghe escono fuori dal box e io le guardo come per capire se c’è qualcosa in più che dovrei sapere, ma di questo con me loro non parlano. Il capo, si dice, ha questa fissazione dei seni, e chi del resto non ce l’ha, penso asciugandomi le lacrime agli occhi.

Le donne dell’ufficio, io lo so ma non oso dirmelo neanche in una parte inconscia del mio cervello, ecco cos’è, vengono attaccate a uno speciale mungitrice per il latte fatta apposta per le donne, simile a quelle per le mucche, ma per donne, e il capo sta là che le guarda e le costringe a fare questa cosina, una volta al mese, e loro dopo dieci minuti escono con ancora i capezzoli in tirare e spremuti e io le guardo, guardo le magliette delle mie colleghe e se per caso una di loro quel giorno non indossa il reggiseno, posso vedere le aureole e i piccoli capezzoli in risalto, lievemente umide in corrispondenza, io lo so che il capo costringe le mie colleghe alla mungitura, come ho fatto a capirlo non lo so, un giorno ho bussato alla porta per dire, lo so che non è il mio turno, e c’era l’enorme mucca che quasi mi guardava dai suoi tre metri di altezza, come a dirmi non farlo, non entrare e le colleghe ai loro tavoli si sono interrotte dal loro tasteggiare su tastiere e voltate queste davvero, come a dire non farlo, scoprirai se la mungitura vale solo per me o anche per le altre, lo sapevano già che valeva anche per le altre, e anche io sapevo già tutto da prima di entrare, che quella vita semplice aveva un prezzo altissimo, per me e per tutti là dentro, non solo per le mie colleghe e i loro seni che si intravedono dalla scollatura, ma anche per me, il testimone, l’ignaro, quello all’oscuro di tutto.

Sono già due anni e passa che lavoro alla centrale del latte, il lavoro non sarà il massimo della vita, le giornate si assomigliano tutte, il lavoro è vicino a casa e io non ho visto niente, ho bussato quel giorno al box, ho messo la testa dentro e ho visto semplicemente che la maglietta della mia collega era un po’ abbassata, magari le era solo scivolata una spallina, cose che a volte succedono, e il rumore che ho sentito di sottofondo poteva non essere il fremito della mungitrice, con i suoi strattoni, ma forse era il deumidificatore che il capo tiene in ufficio per proteggere i sigari. Quando ho richiuso la porta c’era ancora l’enorme mucca in vetro resina che mi guardava, dall’alto, come guarda sempre in una certa direzione, e sembrava voler dire: anche questo vuol dire lavoro.

Simone Lisi

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