KHEPRI

#26 Officina Infernale

Verde 26, luglio 2014 (In copertina: Officina Infernale, Lady Doom)

Andrea Frau è scomparso. Non abbiamo più notizie di lui dal 16 ottobre scorso. Gli scissionisti del Casual Friday (buoni quelli) assicurano che tornerà con un inedito il primo gennaio 2016, per il venticinquesimo episodio della rubrica più amata dai nostri tre lettori. Sarà, ma qui c’è sotto qualcosa, è chiaro. Per questo abbiamo deciso di preparci al peggio e ricordare il nostro Tabagista rileggendo Khepri (il suo ultimo racconto pubblicato nell’ultimo numero del cartaceo), un affettuoso omaggio “alla Sassari che non si arrende, alla Sassari che funziona e che è orgogliosa di andare avanti. Avanti tutta!” (cfr. parole sue).

Il giorno era giunto. Il medico stava per togliergli la fasciatura allo zinco.
«Dottore, sento una sorta di formicolio da qualche giorno. Un formicolio troppo reale, però. Ho avuto una gran voglia di grattarmi ma ho resistito come mi ha consigliato».
«Ha fatto bene. Una volta soddisfatto un prurito è pronto a subentrarne uno nuovo fino all’esaurimento del corpo. Ora vediamo, salga sul lettino».
Il medico abbassò lentamente la fascia fino al polpaccio e rapidi uscirono cinque, sei, sette scarafaggi.
Il ragazzo urlò schifato, scese dal letto, agitò la gamba per scacciare le bestiole, ma la caviglia cedette e rovinò a terra. Gli scarafaggi uscirono rapidamente dalla fasciatura e zampettarono per la stanza andandosi a nascondere sotto l’armadio dei medicinali. Il giovane, terrorizzato, si strappò la fasciatura ignorando i rimproveri del medico.
«Stia calmo! Solo io posso toglierle la fasciatura!» Lo specialista lo aiutò ad alzarsi e a risiedersi sul lettino.
«Ma cosa mi frega? Ero invaso da quegli orribili insetti! Come è potuto accadere? Cosa avrei dovuto fare, chiedere gentilmente a quelle adorabili creaturine di dio di non scorrazzare sulla mia gamba? Chi sono, un santo entomologo che parla con gli insetti?»
«Va bene, si è sfogato. Ha eseguito la scena madre della commedia. Ammetto che è un evento alquanto insolito, ma non serve a nulla dare in escandescenza. Ora compiliamo i moduli e descriviamo l’accaduto».
«Oh, ma certo, apriamo pure le pratiche, si sa che le blatte non sopportano gli iter burocratici…»
«Dice bene giovine, in caso di guerra nucleare le blatte sarebbero gli unici esseri viventi a sopravvivere alle radiazioni. Al contrario, in caso di guerra mondiale combattuta da commercialisti, funzionari del ministero e avvocati a colpi di carte bollate, sentenze e ricorsi, sarebbero le prime a perire» rispose il dottore, non cogliendo l’ironia del paziente.
«A volte, caro mio luminare, il terrore è l’unica risposta razionale e accettabile. Il suo autocontrollo è spaventoso, completamente folle! Chi in una situazione del genere non si lascia prendere naturalmente dal panico non può che essere pericoloso. Oppure non è la prima volta che assiste a un caso simile».
«Scusi, non la stavo ascoltando. Prenda questo foglio e vada all’ufficio Imprevisti Sgradevoli, lì troverà il dottor Tommaso Landolfi che le dirà cosa fare».
«Ma certo, esimio ammaestratore di piccoli Gregor Samsa. La mia prima reazione sarebbe correre a nascondermi sotto l’armadio come gli scarafaggi, ma seguirò il suo placido e sensato consiglio», disse il ragazzo scendendo dal lettino.

Proprio in quel momento notò che sulla sua gamba erano comparse strane macchiette nere e frastagliate.
«Dottore, ha visto?»
«Sì, proprio come pensavo. Ho inoltrato il suo caso al sistema centrale con massima priorità, ora vada!»
«Chiudo la porta?» chiese il giovane.
«No, lasci pure aperto. Le bestiole non andranno da nessuna parte, sono in attesa della burocrazia. Prima di allora non possono far nulla. Rimarranno rifugiate sotto il limbo del mobile. Ma lei faccia in fretta con la documentazione!»

Il giovane uscì dalla stanza zoppicando. Una suora Caronte lo stava aspettando con la sedia a rotelle. Lo fece accomodare e lo spinse per un po’, traghettandolo lungo i corridoi dell’ospedale.
«Sorella, la croce che porta al collo mi sta solleticando il collo».
«Mi scusi, la sposto subito», disse la suora dolcemente, girando dall’altra parte lo scarabeo che le pendeva al petto. Intanto il ragazzo, adesso calmatosi, lanciava briciole di pane agli ammalati fermi a letto. Poi piegò la testa all’indietro e chiese alla suora: «Lei sa qualcosa sugli scarafaggi che escono dalle fasciature?»
«Giovanotto», rispose la suora, «non sono scarafaggi, è lo scarabeo sacro, in latino Scarabeus Sacer».
Al suono di quelle parole tutte le cellule di quel grande organismo che era l’ospedale si fermarono e chiusero gli occhi per alcuni secondi, farfugliando all’unisono qualcosa, per poi riprendere, chi a rifare il letto, chi a leggere diagnosi e prognosi, chi a compilare scartoffie.
«Come ti chiami figliolo?» chiese la suora al ragazzo.
«Non importa il mio nome, sono uno dei tanti che ha avuto la fortuna di finire all’ospedale civile di Sassari».

I malati erano rannicchiati in posizione fetale negli angoli delle stanze. Gli infermieri e gli ausiliari stercorari li spingevano fino a farli rotolare al centro della stanza, dove li sgranocchiavano famelici. I pazienti più fortunati fungevano da incubatori di larve, futuri pasti prelibati per i medici.
Nel reparto intitolato a Mario Monicelli gli ospiti rotolavano da soli, a turno, fuori dalle finestre. Ognuno aveva il suo numero e un vigilante si assicurava che nessuno facesse il furbo.
Le scritte all’interno dello stabile erano tutte al contrario come quelle delle ambulanze. In tal modo, dall’esterno pareva che tutto fosse in ordine, al suo posto. Per chi era dentro, invece, ogni cosa filava alla rovescia, in una parola: inumano.
Certo, in sala d’aspetto c’era anche il presidente Mujica come gli altri comuni mortali, ma a ben vedere era solo un cartonato.
Il ragazzo fu anestetizzato dalla suora traghettatrice e si addormentò immediatamente. In seguito fu adagiato su un carrello dei dolci e portato nella sala da pranzo dei medici. Finito il pasto, una crocerossina dal volto angelico trasportò fuori dall’edificio lo scheletro del giovane. Come Khepri, la divinità scarabeo stercorario, che ogni mattina spinge il sole fuori dall’oltretomba. Una donna delle pulizie, che passava lì per caso, improvvisò una marcetta funebre picchiettando le sue ossa con un manico di scopa, come fosse uno xilofono.

Sul calar della sera un altro giovane si recò al pronto soccorso, riattivando così il ciclo ospedaliero. Il paziente, dolorante ed egoista, perché quando stai male il tuo è l’unico dolore che conta, vide sulla soglia uno scarafaggio e lo schiacciò con noncuranza. La signora dell’accettazione sorrise sorniona e gli fece segno di accomodarsi.

Andrea Frau

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