LE RAGAZZE

La differenza tra autore, narratore e personaggio: pensateci durante la lettura del nuovo inedito di Alessio Posar che, dice, “ho passato più tempo a cercare un titolo perché io vaccaboia di solito ci metto tre mesi per un titolo che a fare tutto il resto”. Il titolo di lavorazione era In treno: messa così, potevamo forse cambiarlo? Francamente sì, e infatti adesso il racconto si intitola Le ragazze.
Illustrazione di Red Tweny, che sarà con noi ancora per una settimana (A black turtleneck sweater, 50x70cm, inchiosto su carta, 2015).

Gli piacevano i treni e gli piacevano le ragazze. Aveva questa abitudine, lui, ormai da qualche anno: prendeva un taccuino dalla borsa e, dal suo sedile, si sporgeva nel corridoio del vagone e le osservava. Preferiva quelle distratte, quelle che parlavano al telefono, quelle che mangiavano un panino, quelle che ascoltavano musica a occhi chiusi e quelle che guardavano fuori e contavano gli alberi e i casolari abbandonati ai lati della ferrovia.

Una volta che aveva individuato una ragazza, si rilassava contro lo schienale e, con il tappo della biro in bocca, ne scriveva una fotografia. Era un modo, questo, per farla sua. Uno dei modi, e prodromo a quello che davvero preferiva. Di una di loro quel giorno scrisse.

Quarant’anni esagerando e vestitino a righe di cotone. Naso giapponese e sorriso alla Manara, denti grandi, solo qualche ruga e una voce pulita mentre parla a uno dei due cellulari, organizza serate mondane davanti al portatile, il tablet di fianco a sé.

Avrebbe già potuto mandare a memoria il testo, ma sapeva aspettare, perché il mondo era pieno. C’era anche quella seduta a una fila di distanza.

Ride al telefono, gli occhi chiari che saltano da un finestrino all’altro, morde, solo con le labbra, la stanghetta degli occhiali. Parla di grafica, di lavoro, dà consigli per le uscite di sera tra donne.

Il mondo prendeva i treni per lavorare e lui era solo e si chiedeva se ne valesse la pena, se forse, una volta che si fosse chiuso nel bagno, non convenisse rimanere lì per sempre, chiuso con i suoi ritratti nella memoria, a mormorare le bellezze fino a quando il treno non si fosse fermato un’ultima volta.
Alzò gli occhi.

Eccone un’altra, con scarpe da ginnastica rosa di Harlem negli anni Ottanta, capelli biondo miele in una treccia da bambina, labbra semichiuse. Smalto arancione, camicia rosa, cover rosa per il tablet, infila più volte la spina del caricabatterie nella presa di corrente. È seduta di fronte a me, mi parla e mi dice che a volte staccano la corrente. Ha questa pelle abbronzata sopra le lentiggini e il trucco nero e spesso intorno a quegli occhi. A volte staccano la corrente, mi ripete.

Continuò a scrivere mentre lei si guardava intorno alla ricerca del capotreno. Era lei, non aveva dubbi. Iniziò a rileggere le proprie parole oblique, l’eccitazione che già gli prendeva lo stomaco. Morse il tappo fino a quando la plastica non si spezzò. Lei alzò quegli occhi su di lui.
Lui appoggiò il taccuino, lo chiuse con l’elastico, scivolò via dal suo sedile e nel corridoio, fino al bagno, fece scattare la serratura, la schiena contro la porta. Respirò. Scarpe da ginnastica rosa. Si slacciò la cintura. Capelli biondo miele. Si abbassò i pantaloni. In una treccia da bambina. Si appoggiò allo specchio lercio. Labbra semichiuse. Chino in avanti, iniziò ad accarezzarsi, le vene che pulsavano mentre il sangue affluiva e gonfiava tutto. Camicia rosa, smalto arancione. Bussarono alla porta, grugnì. Lentiggini sulla pelle abbronzata, trucco nero e spesso, quegli occhi. Respirava velocemente. A volte staccano la corrente, lei e quella sua mano e la pelle liscia e lo smalto arancione sulle unghie da donna. Gli aveva parlato.

Si pulì con la carta grigia, premette con il piede il pulsante dello scarico, si lavò le mani, si sistemò i capelli allo specchio. Con una salvietta aprì la porta del bagno e tornò al proprio posto, dove la ragazza lo guardava. Si sedette, sempre sotto i suoi occhi.

«Scusami» disse lei, le labbra che si allungavano agli angoli.
Lui inarcò un sopracciglio.
«Sono curiosa, ho letto il tuo quaderno».
Il mondo tremò, e tutta la compostezza che si era costruito scomparve in una galleria.
«Parla di me» disse lei. «Non ce l’ho fatta a resistere, volevo ringraziarti e ti ho seguito».
Gli girava la testa, gli veniva da vomitare.
«Ho sentito quello che hai fatto in bagno».
Era finita, sarebbe successo di nuovo. Lei stava per urlare e tutti stavano per girarsi.
«Perché non mi hai fatto una foto? O un disegno?».
Lui alzò lo sguardo verso di lei, di nuovo. I muscoli si rilassarono, sentì il sudore che affiorava sulla pelle e iniziava a raffreddarsi.
«Non so disegnare».
Lei sorrise e in quel momento lui seppe che lei lo capiva.
La ragazza chiuse la custodia del tablet e lo infilò nella borsa.
«Io scendo qui» disse mentre si alzava. Chiuse la sua parte di tavolino e s’incamminò verso l’uscita.
Si voltò verso di lui.
«Vieni?»

Lo trascinò nel bagno della stazione. C’erano solo loro. Chiusa la porta di plastica, lo spinse contro le scritte sulle piastrelle, gli slacciò i pantaloni, gli mise la mano in mezzo alle gambe, decisa, mentre chiudeva gli occhi e avvicinava la bocca a quella di lui.
Lui si schiacciò contro il muro quando sentì la pressione delle labbra.
Lei aprì gli occhi e inclinò la testa.

«Cosa c’è?»
«Niente». Lui prese un respiro profondo. «È che è strano, così».
La mano di lei gli scivolò sotto l’elastico delle mutande, sulla carne. «È strano?»
Lui pensò, mentre tutto il corpo gli rimaneva immobile. «Senza leggere».
Lei fece per inginocchiarsi, lui le mise la mano sulla spalla e la fermò.
Qualcuno, fuori dalla porta di plastica, entrò fischiettando nel bagno.
Lei lo guardò imbarazzata. «Davvero non riesci?»
Da fuori veniva il rumore dell’orinatoio.
«Posso prendere il taccuino?» chiese lui.

Lei uscì e lasciò la porta aperta. C’era un uomo che si stava lavando le mani e che guardò prima lei che ancheggiava via e poi lui e gli mostrò i pollici alzati. Lui chiuse la porta, prese il taccuino e la penna e scrisse Sono solo e poi subito cancellò e frugò nella borsa e prese il pennarello.
Sul muro del bagno, in uno spazio libero accanto a un numero di telefono, scrisse.

Lei è qui, preme le sue labbra sulle mie, mi mette una mano nei pantaloni, si stacca, mi guarda con quegli occhi e si inginocchia davanti a me.
Si appoggiò contro il muro e si lasciò scivolare, fino a ritrovarsi seduto sul pavimento. Non staccò gli occhi dalla scritta, non c’erano più treni.

Alessio Posar

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...