CASUAL FRIDAY #21: SEI PROPRIO TU?

Casual Friday (ora anche su Facebook) è la rubrica di Verde nata per promuovere un nuovo reading code. Ogni settimana un racconto inedito di un autore diverso che cercherà di farvi ridere, divertirvi o semplicemente imbarazzarvi.
Flavio Ignelzi ha scritto altre quattro storie per noi: Sei proprio tu? è il titolo sotto il quale le leggiamo. È venerdì, rilassati!
Illustrazione di
Red Tweny (Life Stages, 50x70cm, inchiosto su carta, 2015).


Nero

Ho fame. Apro il frigo, ma il petto di pollo pare andato a male. Puzza. Gli concedo comunque una chance: la piastra. Dopo un’interminabile sequenza di capriole roventi puzza più di prima. M’arrendo. Doppio carpiato nella pattumiera. 10, 10, 9, 8.5, 10. Oro quasi certo.

Adesso non solo ho fame, ma ho anche la cucina che puzza di carne andata a male. E il Nero che mi chiama da giù. Il Nero è un gatto con la coda tagliata che gira nel quartiere. Indovinate il colore? Mi affaccio al balconcino e lo saluto. Lui miagola offeso dal cofano di una 500. Mi fa intendere che quando non ho nulla per lui è inutile che mi presenti.

Nella stradina accanto una giovane donna strattona una bambina. Tre anni, si e no, la piccola. Uno scricciolo che fa i capricci. La mamma – è così che la chiama – si ferma di colpo e le molla un ceffone. Forte. Ma proprio forte.
Mi scappa un E che cazzo! La tipa si gira verso di me.
Abito al primo piano. In linea d’aria saranno dieci metri. La fisso incazzato.
La bambina scoppia in lacrime. La madre regge il mio sguardo; è come se dicesse cazzo guardi!
Poi la prende in braccio e spariscono a passo svelto.
Resto così, imbambolato.
Mi volto verso il Nero, ma s’è dileguato. Ed io non ho più fame.

L’intruso

Prima il trillo, poi il display che si illumina. Lui guarda il cellulare, legge AMORE, sorride e risponde.
«Ciao tesoro!»
«Amore, torna a casa. Sento rumori strani! Torna, ti prego…» piagnucola sua moglie.
«Che rumori?»
«Non lo so. Torna, ho paura. Ho preso pure un coltello. Non so perché ho preso il coltello. Adesso mi chiudo in cucina e aspetto che arrivi tu e se quan- AAAAAAAH!»
La telefonata s’interrompe di botto e lui si pietrifica. La bocca dello stomaco gli si stringe.
Prova a richiamarla, ma il telefono non è raggiungibile. Due, tre volte. Non dà il tempo al terrore di invaderlo, lui è già scattato: è entrato in auto ed è partito.

Percorre i pochi chilometri che lo separano da casa a velocità folle, bruciando due semafori rossi. Tocca il freno soltanto per inchiodare davanti al suo portoncino, quello di una delle villette a schiera bianche con imposte verdi di quella strada residenziale. La sua strada.
Spegne il motore e si guarda attorno. Silenzio. La strada è deserta. Nessuna stranezza.
Nessuna auto misteriosa. Conosce ogni singolo mattone, ogni singolo albero, ogni singolo centimetro di asfalto di quella strada.
Il portoncino di casa sua è chiuso. Nessun segno di violazione.

Percorre il vialetto a passo svelto, mentre estrae le chiavi dalla tasca. Gli tremano le mani, gli cadono le chiavi, raccoglie le chiavi. Fatica a farle entrare nella serratura. Cerca di fare piano, meno rumori possibili.

Apre il portoncino. Dentro è buio. Non accende la luce. L’unico bagliore proviene dalla cucina.
Attraversa il corridoio e si affaccia alla porta.
Sua moglie è di spalle, accucciata sulla sedia. In vestaglia. Stringe in mano il coltello francese, quello più affilato. Sta frignando a telefono.
«Amore, torna a casa. Sento rumori strani! Torna, ti prego…»
Lui ha un dejà-vu. Le si avvicina da dietro, lei ha il cellulare attaccato all’orecchio.
«Non lo so. Torna, ho paura. Ho preso pure un coltello. Non so perché ho preso il coltello. Adesso mi chiudo in cucina e aspetto che arrivi tu e se quan…» lui la sfiora, «AAAAAAH!» lei si volta e il cellulare le cade a terra, in mille pezzi.

Quando finalmente guarda sua moglie negli occhi, lui ci vede smarrimento, poi turbamento, infine orrore. Lui non ha la forza di parlare. Ha il coltello infilato nella pancia.

Giuda Ballerino

Non era proprio come me lo immaginavo, ça va sans dire.
Me lo sarei aspettato più alto, più magro, più carismatico. Non certo con una magliettina dell’oviesse e dei bermuda sdruciti.
Aveva al guinzaglio un bastardino saltellante, molto diverso da Botolo, che annusava ovunque e lasciava due gocce ad ogni angolo.

«Lei è…» alitai con un filo di voce, dopo aver gettato l’umido nel bidone corrispondente. Non avevo idea che fosse in Italia, nella mia città.
«Buonasera».
«Uno scende a buttare la spazzatura e…» mi feci coraggio.
«Così mi fa sentire una celebrità. Non pensavo di essere così noto».
«Sì, mi scusi. Non volevo importunarla. Ma lei dovrebbe abitare in Craven Road, a Londra. Giusto?»
«Certo, ma quello fa parte del personaggio. Mica indosso soltanto giacca nera e camicia rossa, come vede».
«Giusto».
Rimanemmo in silenzio. L’imbarazzo era cemento armato.

«Groucho?»
«Meccanismo narrativo interessante, direi».
«Già».
Il canetto tirava.
«Io vado. Ci si rivede».
«Certo. A presto».

Tornai su a casa. Ragionai su tutte le domande che non avevo avuto la prontezza di porgli, prima fra tutte se si era trasferito nel mio quartiere. Un mio nuovo vicino di casa.
Andai a recuperare un albo dalla libreria. Numero 19, Memorie dall’invisibile. Lo sfogliai.
Non gli assomiglia molto, pensai.

Bozza

E insomma eravamo al Morgana a berci una birretta e a fare quattro chiacchiere. Eravamo io, Anna e Aldo Busi e stazionavamo al bancone perché i puff e i divanetti erano tutti occupati.

Ad un certo punto Anna dice che deve allontanarsi, facendo il segno della V con le dita, cioè voleva dire che doveva andare in bagno. Io e Aldo sorridiamo e lei va tranquilla dopo un altro sorso di bionda e un bacio a me sulla bocca.

Stavamo discutendo di quanto El especialista de Barcelona fosse un libro figo ed io avevo affermato che secondo me lui era snobbato da tutti per via del fatto che non ha peli sulla lingua e dice le cose in faccia, e che invece dovrebbe essere considerato tra i maggiori scrittori italiani al pari dei Moresco, degli Eco, dei Genna.

Lui mi guarda mattacchione e mi appoggia una mano sulla coscia, un po’ troppo in alto.
Dice che sono troppo buono e che poi, dopo aver accompagnato Anna, possiamo andare da lui e mi fa vedere la prima bozza del libro, quella scritta a mano. Ripete la parola bozza, che io intendo come minuta, stesura, ma lui strizza l’occhio e mi fa capire che è uno scherzetto e intende un’altra bozza, e sposta la mano sulla coscia ancora più in alto.
Dico che no, è meglio di no, che ho gusti diversi, e mi imbarazzo.

Quando torna Anna lui si ricompone e riprendiamo a bere le birre.

Flavio Ignelzi

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