17:15

p.1 Verde 25

Verde 25, giugno 2014 (Copertina e illustrazioni: Claudio Calia)

Nella primavera del 2014 ricevemmo una email misteriosa da Lionhearted. In allegato c’era un racconto intitolato 17:15. Chi scriveva aveva deciso di omettere qualsiasi informazione sul suo conto e su ciò che ci proponeva di leggere. Il racconto ci piacque e decidemmo di pubblicarlo nel numero 25 del nostro cartaceo (giugno 2014). Provammo in seguito a ricontattare Lionhearted, ma inutilmente: non rispose a nessuna delle nostre email e non ne avemmo più notizie.

È l’11 settembre del 1997 e la stazione di Musashino brulica di gente. Ricorda un alveare impazzito, con il suo ronzare continuo di risate infantili e madri che tentano invano di calmare i propri bambini esaltati dalla fine dell’orario delle lezioni, pur mantenendo quel decoro pubblico che è legge nella zona di Kichijōji. Perché a Kichijōji non si alza mai la voce più del dovuto, non ci si veste in modo appariscente, i capelli si legano stretti, le donne sono mamme casalinghe, gli uomini fedeli impiegati statali.

Amaya Yoshida, certo non un’eccezione alla regola, sosta oltre la linea d’emergenza del binario, all’altezza della quarta carrozza, in attesa del treno della linea Chūō delle 14:30. Nel suo sobrio vestito blu notte, lungo fino alle ginocchia e privo di scollatura, assomiglia a tutte le altre mamme casalinghe del quartiere, se non fosse per quei lunghissimi capelli color ebano lasciati sciolti sulle spalle, che la fanno sembrare poco più d’una ragazzina.

Il treno partirà da Tokyo per arrivare alla stazione di Takao, Hachiōji. È un tragitto che conosce come il palmo della sua mano, perché lo compie ogni giorno da ormai dieci anni. Solo lungo quel percorso Amaya smette di esistere per cominciare a vivere.
Ha l’aria placida di chi sta per salire sul patibolo consapevole dei propri peccati, la piccola, sottile Amaya, quando il treno raggiunge silenziosamente il binario. Lo osserva come osserverebbe un boia. Sale i gradini senza fare rumore, con le ballerine scure ai piedi. La carrozza è vuota e il silenzio la tranquillizza. Se lo gode, sapendo che presto cesserà. Non si siede, preferisce appendersi alla prima maniglia che incontra all’ingresso per fissare il lato est della stazione, lasciandosi il sole alle spalle.

Nell’attesa della partenza, elenca con cura tutti i punti del suo programma giornaliero: i bambini rimarranno a scuola fino a tardi per le lezioni supplementari, il club di musica e quello di kendo; suo marito li passerà a prendere in auto alle 20, per poi incontrarsi alle 20:30 alla stazione con lei, che secondo i piani si sarà recata al tempio di famiglia.
Sono le 14:27 e il controllore sta salutando il treno a gran voce, sorridendo ed inchinandosi ad ogni parola. Ringrazia i passeggeri della loro presenza. Non sa che sul quarto vagone viaggia una donna abbietta e immorale. Se lo sapesse, probabilmente, la escluderebbe dalle proprie riverenze. “Ringrazio umilmente tutti voi augurandovi buon viaggio, fatta eccezione per Amaya Yoshida, 30 anni, che finge di vivere la vita tranquilla della madre e moglie perfetta, quando non è altro che l’incarnazione dell’inganno”. Sorride tristemente al suo stesso pensiero.

Sono le 14:30, e il treno è partito spaccando il minuto, come ogni giorno. Molti passeggeri sonnecchiano dritti come fusi sui propri sedili, le palpebre che faticano a sollevarsi, il respiro di chi è sul punto di cadere in un sonno profondo, ma non Amaya: lei fissa il paesaggio che cambia rapidamente nei suoi occhi, forzandosi di non pensare all’orologio che, legato al polso destro, pesa come un macigno.

La vetta del monte Takao è appena visibile dalla stazione, ma il rosso degli alberi che la ricopre la fa sembrare insanguinata. Il cielo, reso purpureo dal tramonto, si fonda con i colori della montagna, sormontata dal tempio buddista di Takaosan Yakuōin Yūkiji. È una vista tanto spettacolare da indurre Satoru Yamaguchi a scattare decine di fotografie del panorama. Lo fa con un sorriso obliquo e troppo sincero, lo stesso che lo ha sempre fatto sembrare un grande arrogante a scuola come all’interno della piccola redazione del giornale locale.

Dovrebbe essere una vista alla quale è abituato, ma le tinte del bacino di Hachiōji, insieme allo stagnante silenzio della giornata, donano a quello sfondo qualcosa di commovente. Forse è perché esalta il rumore assordante che si agita in lui: il cuore palpitante d’emozione, i muscoli che fremono e gli impediscono di stare fermo nello stesso punto, la risata che sente emergere dal petto ma alla quale non dà mai voce.
La banchina è deserta e l’aria di desolazione della stazione rende ancora più estenuante l’attesa. Tende l’orecchio di tanto in tanto per cercare il suono familiare del treno in arrivo, mentre scatta delle fotografie di una pozzanghera fra i binari, tinta di rosso dal sole autunnale. Non è mai riuscito a sopportare la solitudine, ma il concerto del suo corpo lo fa sentire in mezzo ad una folla, tranquillizzando i suoi sensi. Sa che tutta quella felicità, quel fermento quasi febbrile, morirà molto presto: è per questo che se lo gode fino all’ultimo.

Sono le 17:15 quando il treno raggiunge il suo binario. Satoru, immerso in un silenzio che lo coglie soltanto a quell’ora, ogni giorno da ormai dieci anni, attende quasi saltellando sul posto all’altezza della quarta carrozza, la sua amatissima quarta carrozza. Sale i tre gradini con un salto dettato dall’entusiasmo, che si spegne nello stesso istante in cui, evitando i passeggeri che scendono dal treno, nota quella muta, fragile figura sul fondo del vagone. È un connubio di candore e totale oscurità, la donna che non sembra mai cambiare e che, ogni giorno, lo attende su quel treno, bella e triste al punto da spezzargli il cuore.

Gli sfugge un sospiro che gli fa tremare il petto, mentre stringe le labbra e abbassa lo sguardo, con il cuore che gli salta in gola e gli mozza il fiato. È proprio come la prima volta che l’ha vista, come la prima volta che ha capito che l’avrebbe inesorabilmente persa, come la prima volta che, dopo il matrimonio, lei ha risposto alla sua millesima telefonata in lacrime, singhiozzando come una bambina.
Lei non osa alzare lo sguardo dalla punta delle scarpe, anche se lo vorrebbe più di ogni altra cosa, mentre Lui si avvicina lentamente, come per non disturbare il suo tormento, il meraviglioso tormento che la coglie ogni giorno, alle 17:15, da ormai dieci anni. È come se il cuore riprendesse a battere dopo anni di silenzio e quasi le gira la testa quando avverte il sangue salire alle gote, facendola arrossire.

Lui scivola al suo fianco, appendendosi alla maniglia più vicina alla mano di Lei per sfiorarle le dita bianche e morbide. Lei avverte un brivido che la fa sussultare e per un istante, uno soltanto, grazie a quel tocco intimo e gentile che appartiene solo agli amanti, si perdono entrambi in un ricordo lontano, eppure presente al punto da indurli a chiudere gli occhi.

Era il torrido 28 luglio del 1982 quando due liceali, per la prima volta dopo una lunga estate fatta piccoli sorrisi e sguardi complici, si avvicinarono al punto da potersi sfiorare le mani in segreto, scambiandosi un’occhiata incerta, eppure trepidante, quella che precede il batticuore da capogiro del primo amore.
Si avvicinarono l’uno all’altra, le loro spalle si toccarono, fino a quando la folla non li costrinse quasi ad abbracciarsi. Lui rise imbarazzato, stringendole la vita con dolcezza per non farle perdere l’equilibrio. Lei, sguardo basso, stupita di quell’improvvisa complicità, non rifiutò quella piacevole vicinanza.

Iniziarono le lezioni del piccolo ma prestigioso liceo Heisei e tutti seppero della coppia Satoru-Amaya. In molti si ritrovarono con il cuore spezzato: era come vedere il sole e la luna incarnati sulla terra per potersi finalmente amare. Tutti pensavano che i due avrebbero finito per passare la vita insieme, nessuno immaginava che il padre di Amaya l’avrebbe costretta a un matrimonio combinato con il figlio di un vecchio amico di famiglia.
Il dolore della ragazza fu tale che lasciò il liceo un anno in anticipo, impedendosi di vedere ancora Satoru, stabilendosi a Tokyo con il suo futuro marito. Ma se una soffriva in silenzio e nascondeva ogni pena dietro un sorriso di circostanza, l’altro non riuscì a sopportare l’assenza di lei e venne prima sospeso da scuola per comportamento insubordinato, poi bocciato per via delle troppe assenze e della pessima condotta.

Per molto tempo Lui la cercò quasi ossessivamente, chiamandola ogni giorno senza ricevere alcuna risposta, cercandola fra le strade di Tokyo invano, fino a quando, finalmente, Lei non rispose, promettendogli un incontro. Da quel giorno, il 21 marzo 1987, i due si incontrano ogni giorno sul treno della linea Chūō, quarta carrozza, lì dove il sole e la luna possono tornare ad amarsi in segreto, semplicemente sfiorandosi le dita.

Il vagone si è riempito senza che neanche se ne accorgessero, partendo dolcemente, scivolando sulle rotaie come se solcasse la superficie del mare. Non parlano, non lo fanno mai, ma Lui cerca i suoi grandi occhi neri come se in essi potesse trovare tutte le risposte che gli servono. Solo una volta Lei solleva lo sguardo verso il suo, senza accorgersi che sta piangendo.
Forse è un gesto avventato, ma Lui avvicina le dita alle sue gote umide per raccogliere quelle lacrime che conosce bene. In un moto del tutto inaspettato dopo dieci anni di torpore, si china su di Lei per baciarla. Lei non riesce neanche a concepire l’idea di rifiutarlo e quel bacio ha lo strano retrogusto dell’addio, al quale si abbandona completamente.

È già calata la sera mentre il treno rallenta per il rientro in stazione. Sembrano passati solo una manciata di secondi.
Ad Amaya sfugge un singhiozzo mentre si allontana da Satoru bruscamente per scendere in fretta dal treno, lui tenta di fermarla, afferrandole il sottile polso destro, nascondendo l’orologio che indica le 20:30.
«Resta…» È una supplica, quella del ragazzo, un sospiro che trema come la preghiera del pellegrino rivolta alla sua dea.

Lei non lo guarda, ma le si mozza il fiato quando, all’apertura delle porte del vagone, intravede la sagoma inconfondibile di suo marito, che tiene per mano i suoi figli. È allora che tira via il braccio per correre sulla banchina, asciugandosi in fretta le lacrime e nascondendo il fiato corto con un sorriso gentile rivolto ai bambini che le corrono incontro. Satoru osserva quella scena che conosce a memoria, senza riuscire a muoversi, mentre la folla lo spintona cercando di uscire dal vagone.
Sono le 20:41 e il treno della linea Chūō, diretto alla stazione di Takao, Hachiōji, è partito con un minuto di ritardo che a qualcuno è costato più che ad altri.

Il giorno dopo, il 12 settembre del 1997, nessuna sottile donna dai lunghi capelli ebano e l’aria triste salirà sul treno delle 14:30 della linea Chūō. Un ragazzo insonne salirà sul treno delle 17:15 per cercarla nel placido quartiere di Kichijōji. Quel ragazzo non raggiungerà mai la città di Tokyo, perché l’espresso limitato Super Azusa diretto a Matsumoto si scontrerà con un treno locale della serie 201, che non si fermerà ad un segnale a via impedita attraversando la stazione di Ōtsuki.

Lionhearted

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