STORIE NERE #12: MARTA

Fine di una rubrica. Storie Nere ha raggiunto il capolinea: oggi riproponiamo l’ultima puntata, la dodicesima, apparsa sul numero 23 del nostro cartaceo (aprile 2014). La mattina del 9 maggio 1997, a Roma, Marta Russo cammina senza fretta nella città universitaria: un proiettile vagante (“in un altro punto dell’universo, differente galassia, stesso spazio, da una finestra, una qualsiasi”) sta per colpirla. Diciannove anni prima “una Renault 4 rossa veniva trasmessa al mondo in piombo grigio come lapide e sineddoche di un’epoca conclusa.” 1+1=2? No, fa millenovecentottantadue, uno dei climax della vicenda personale di Luca Carelli. Il punto di svolta di una vita, o – chi lo sa – la prima puntata di una nuova rubrica.

Millenovecentottantadue. Tre proiettili scamiciati esplosero da una P38 colorata i ventidue anni che fino ad allora avevo vissuto a Bologna, colpendo le ginocchia di un infame che presto o tardi avrebbe parlato. Il resto di uno prese male la mira, scansò le rotule e rovesciò la prospettiva in quel cranio inaddomesticato che pure non meritava di morire. Alle nostre spalle l’università registrò in un momento i motivi dei nostri movimenti: non era vero che tutto stava per finire perché nulla, fino ad allora, aveva mai avuto inizio. Lo avevamo appena capito. Non era stata una scoperta.

Se avessi creduto davvero a una fine diversa, se avessi cercato una nuova desinenza da piantare ai margini della mia esistenza, se non avessi confuso le revisioni della mia incertezza per una agnizione indiretta, avrei ricevuto lo stesso, da un ‘68 alla rovescia, un quarto di secolo di sicurezze da trascorrere in una tripla cella della Dozza? Me lo sono chiesto a lungo, ma è una domanda a cui non ho mai saputo rispondere. Quante volte avevo cercato di dare una forma ideale a quello spazio imprigionato che tentavo di rendere familiare? Almeno mille, e in un modo soltanto.
La verità è che non avrei potuto fare nulla per evitarlo perché il caso aveva già deciso di ammantarmi.

Dopo quella sera Roma mi nascose per quattro anni tra le rovine di un tempo detournato e alberghi della mente in fiamme. Passavo le giornate in periferia, in studi medici abusivi o nei saloni di oscuri barbieri politicizzati. Il sabato, in università, infestavo le stesse aule e i lunghi corridoi che anni dopo Marta avrebbe percorso ogni mattina, fino al 9 maggio 1997. Diciannove anni prima una Renault 4 rossa veniva trasmessa al mondo in piombo grigio come lapide e sineddoche di un’epoca conclusa. Marta aveva tre anni il giorno in cui gli artificieri intagliarono un’entrata a una storia senza uscita, e probabilmente restò a casa come in un giorno qualunque di festa. Chissà se quell’unico colpo che le incendiò la nuca investì anche il ricordo di quella mattina bianca e nera, così diversa dal solito. Chissà chi e quando decise di raccontarle quello che era successo e perché. Forse Marta imparò a leggere da sola le immagini estemporanee di quel funerale ossessivo: quante volte avrà costeggiato il Bottegone, quante volte avrà attraversato quella strada e letto quella targa? E quante volte si sarà domandata se esiste un momento preciso in cui si comincia a morire lentamente?

Marta camminava senza fretta nella città universitaria. Pensava a quello che Iolanda, alla sua sinistra, le stava dicendo, pensava a quella porta aperta che da lontano poteva già vedere, pensava all’automobile che le passò davanti costringendola a scansarsi. In un altro punto dell’universo, differente galassia, stesso spazio, da una finestra, una qualsiasi, una pistola sparì sparando un proiettile soltanto. Un colpo che ha steso Marta strappando una data alla memoria degli eventi, in una dimensione più profonda dove ciò che non ha avuto inizio non avrà mai una fine.

Il 9 maggio 1997 Marta Russo viene colpita da un proiettile vagante all’interno della città universitaria della Sapienza di Roma. La ragazza, ventidue anni, studentessa di Legge, muore dopo tre giorni di coma. Una contestata e contraddittoria indagine della polizia scientifica individuerà nella finestra dell’aula 6 dell’Istituto di Filosofia del diritto il punto di provenienza del colpo. I sospettati sono gli assistenti universitari Giovanni Scattone (che avrebbe sparato senza movente e davanti a testimoni), Salvatore Ferraro (nella cui borsa sarebbe stata nascosta la pistola mai ritrovata) e l’usciere Giovanni Liparota (che avrebbe assistito alla scena). I tre sono accusati dall’assistente Maria Chiara Lipari e da Gabriella Alletto, la cui testimonianza giunge dopo una lunga serie di ritrattazioni e un controverso interrogatorio video filmato in cui la teste giura ripetutamente sui suoi figli di non sapere nulla. Dopo un processo annullato, nel 2003 la Cassazione condanna Scattone a cinque anni e quattro mesi per omicidio colposo e Ferraro a quattro anni e due mesi per favoreggiamento.

Il caso Marta Russo (Misteri d’Italia)
Delitto Marta Russo (
Delitti, stagione 5, puntata 6)
Se è vero che ci sta il Cristo (
Misteri d’Italia, interrogatorio Gabriella Alletto)

FINE

Luca Carelli
lucacarelli60@gmail.com

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