SEMIAUTOMATICA #19

Le ristampe digitali di Semiautomatica si sono concluse la settimana scorsa, quando abbiamo riletto l’ultima puntata pubblicata (nel numero 26 del nostro cartaceo). Oggi ci congediamo (per ora?) da Simone Lucciola con una chicca, l’inedita #19, scritta e pensata per Verde 28 (non cercatelo, non è mai uscito).
So long Sim, and thanks for all the rivoltellate!

Guardo film e li spengo a metà, leggo libri e li chiudo dopo due pagine, compongo fantasie che distruggo un minuto dopo perché quella non è la realtà, e perché sono stanco di surrogarla con il Nescafé salgariano di un mondo mai visto. Esco di casa e incappo in conversazioni interminabili che sanno di massimi sistemi e nobili inconsistenze, filippiche che il più delle volte fingo di ascoltare ma che in realtà mi suonano come un confidenziale rumore di fondo, mentre devo trovare la maniera diplomatica di girare tacchi e terga senza mortificare contemporaneamente l’esibita sensibilità dell’interlocutore di turno e l’univoca bontà delle sue proposte. Agli eventi, come li chiamano adesso, tutti seduti in vigile e silente parvenza, come a una liturgia interrotta qua e là dall’applauso tra preghiera e salmo, un pinball di puntina incagliata per 90 minuti sul segno di pace. C’è sempre qualcosa da rifondare, ricostruire, riorganizzare, riconsiderare con patate, previa votazione favorevole dell’aeropago (giammai concorde) per alzata di mano eterna in comma 22 sul servizio militare (tutti sappiamo d’altronde che il polpo – di nome e di fatto Octopus vulgaris – nel suo stesso brodo storicamente cosse). Una dinamica dispersiva, questo sfrenato e occulto individualismo dell’Io, che bypassa a piè pari la collettività dell’insieme in cui sopravvive come fosse una bibliografica prefazione, a dispetto dell’intersezione. Sarebbe più semplice accettare il dato di fatto – da me negato ogni volta che ho potuto – che la vita è lavoro, che il lavoro è direttamente proporzionale al tempo e alla voglia e alla squadra e all’umanità della stessa, quindi alla finitezza e alla mortalità della stessa, e di qui la mia negazione, che voleva essere rifiuto dei limiti ma per paradosso il cerchio più lo allarghi e più si stringe. Homo sum, humani nihil a me alienum puto, scriveva Terenzio: non me lo farei tatuare, ma intanto cerco di attenermi il più possibile all’applicazione sul campo questa massima, che suona così umile e semplice da non lasciar percepire la drammatica impossibilità di respingerla.

Ah, se a ciascun giorno bastasse davvero la sua pena.

FINE (tutte le puntate di Semiautomatica sono qui)

 

Simone Lucciola

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