ROCK CRIMINAL #6: PHIL SPECTOR

Rock Criminal è la rubrica di Sergio Gilles Lacavalla dedicata alle storie nere del rock e dintorni. Penso di aver ucciso qualcuno? o Penso che si sia ucciso qualcuno? C’è una bella differenza, non trovate? Uno scarto che ha segnato i due processi per la morte di  Lana Clarkson. Unico indiziato Phil Spector: “un piccolo uomo che impartiva ordini fino a sfinirti, con il plantare rialzato nelle scarpe, una parrucca in testa e quattro pistole” (Johnny Ramone dixit), o “un uomo buono e generoso, sensibile, gentile e un po’ infantile” (Rachelle Spector)?
Illustrazione di Red Tweny (My Sir Francis Bacon’s portrait, inchiostro su cara, 50×60 cm, 2015).

«Dai Lana, un Vicodin, qualche sorriso e anche questa notte la superiamo.»
Una notte uguale all’altra. Ad accompagnare i clienti al tavolo facendo la carina. Non era difficile. Bastava fingere. Lei era un’attrice. Un’attrice bionda dal sorriso bianchissimo e le ambizioni perdute nel buio di un riflettore spento e del tempo che passava. Aveva collezionato tanti di quei primi episodi di telefilm, senza mai un rinnovo per il resto della serie, che le sembrava tutto uno scherzo. O un accanimento del destino. Non fu notata neanche dal cinema: troppo piccoli i ruoli che le affidavano. Quando le fu offerta una parte più importante fallì miseramente interpretando una pellicola, La Regina dei Barbari, talmente ridicola che ancora si vergognava. Ormai era tardi per recuperare.

Lana Clarkson, quarant’anni, era un’attrice fallita. Non c’era da girarci intorno. Poco più di una cameriera. Meno di un’entreneuse. Hostess in un night club di West Hollywood. Lana buttò giù la sua pillola contro l’infelicità e affrontò la notte.

Anche lui, in fondo, era un fallito. Il più grande produttore della storia della musica moderna, quello che aveva fatto di tre ragazze dagli esordi stentati, le Ronettes, un fenomeno da classifica con Be My Baby e registrato i nastri definitivi dell’ultimo album pubblicato dai Beatles, Let It Be, colui che aveva coprodotto George Harrison in All Things Must Pass e il Concerto per il Bangladesh e John Lennon in Imagine era, in fin dei conti, un perdente. Di Phil Spector, all’inizio degli anni 2000, dopo venti anni a non fare praticamente nulla, cosa restava? Niente. Se non una figurina rachitica e tremolante di sessantatré anni rinchiusa nella paranoia e in un’incredibile residenza degli anni Venti del Novecento arroccata nella San Gabriel Valley, il Pyrenees Castle di Alhambra. Il Wall of Sound era crollato e al suo posto erano state innalzate le mura di una sinistra fortezza edificata sul terreno della follia. Adesso Phil Spector era per tutti soltanto l’eccentrico ex genio del pop che giocava con le pistole e sopravviveva con l’alcol, gli psicofarmaci e le allucinazioni del tempo perduto. Ridevano di lui, quando usciva tutto curvo dal Castello, con i suoi improbabili parrucchini e la Mercedes S430 Limousine guidata dall’autista, le notti in giro per i locali dello Strip a placare l’ansia.

Quando, il 3 febbraio del 2003, Lana e Phil s’incontrarono alla House of Blues, si riconobbero nelle rispettive infelicità.
Lui non la mollò per tutta la sera. Lei recitava il suo ruolo. Come con tutti i clienti. Come con nessun altro. Non perché si trattava di Phil Spector: cosa poteva fare uno come lui per una come lei? No, era per quella solitudine che si scambiavano negli sguardi spossati dai propri fallimenti, e che cercavano di lenire l’uno con l’altra in una sala riservata ai VIP. Lui aveva preso degli antipsicotici. Aveva bevuto. Insultò qualcuno del personale, per poi lasciargli cinquecento dollari di mancia. Con lei era stato gentile. Verso le tre del mattino, finito il turno di Lana, Phil le offrì un passaggio. Lei accettò. In macchina, lungo il Sunset Boulevard, con le palme e le luci sempre accese che scorrevano dal finestrino, lui le propose di finire la serata a casa sua. «Ma solo un drink,» disse lei, convinta dall’insistenza di lui. «Va bene, solo un drink,» sorrise Phil. Ridevano, parlavano di niente, un bacio, e tacevano scrutati dallo specchietto retrovisore dello chauffeur, lungo le quaranta miglia che separavano l’8430 del Sunset Blvd dal 1700 di Grand View Drive.

A Lana il profilo della villa parve subito inquietante. Le torrette. I tetti rossi. L’architettura francese. Pensò alla dimora di Barbablù. Ma superò il timore ed entrò, con la rinnovata promessa di Phil che si trattava solo di bere qualcosa. «Vedi, lui aspetta qui fuori,» disse Phil indicando il suo autista, che rimaneva nell’automobile davanti all’abitazione pronto a riaccompagnare Lana a casa.
Dopo circa due ore, alle cinque del mattino, un colpo di pistola lo destò dal sonno sfinito dell’attesa. Si precipitò fuori della vettura.

Phil Spector aprì la porta e scese gli scalini davanti all’ingresso principale della casa. Lo sguardo vitreo. Del sangue sulla giacca. Dentro, nell’androne, Lana era accasciata su una sedia Luigi XIV. La bocca insanguinata.
Penso di aver ucciso qualcuno. Adriano De Souza, l’autista alle dipendenze del produttore, testimoniò in tribunale e venne interrogato dal vice procuratore distrettuale Alan Jackson.
«Sì, il signor Spector mi disse proprio così: “Penso di aver ucciso qualcuno”, ripeté incalzato dall’avvocato della difesa, Bradley Brunon, durante il controinterrogatorio dell’udienza di lunedì 21 maggio 2007 alla Los Angeles Superior Court davanti al giudice Larry Paul Fidler.

«Non potrebbe aver detto: “Penso sia stato ucciso qualcuno?” O “Penso si sia ucciso qualcuno?”» insinuò Brunon.
«No, ha detto proprio: “Penso di aver ucciso qualcuno”
«Nei verbali della polizia risulta però che lei abbia usato più volte il termine “sparato” invece che “ucciso”.»
«No, ho sempre detto ucciso.»
«Ascoltando i nastri della sua deposizione rilasciata cinque ore dopo i fatti al detective Paul Fournier, mi sembra di capire che lei non parlasse perfettamente l’inglese. Neanche oggi, dopo quattro anni, lo parla bene. Non potrebbe, quella notte, aver tradotto le parole del signor Spector dall’inglese al portoghese e poi averle riferite nuovamente in inglese, con relativi errori di traduzione?»
«No. Non è stato così. Parlavo bene l’inglese.»
«La sua lingua madre è però il portoghese, lei è brasiliano, vero signor De Souza?»
«Sì, sono brasiliano.»
«E, se le mie informazioni sono esatte, aveva un permesso di soggiorno per motivi di studio, scaduto, ed era in corso un provvedimento di espulsione nei suoi confronti, poi ritirato. Le chiedo, signor De Souza, non potrebbe aver subito pressioni da parte del vice procuratore distrettuale…»
«Obiezione, Vostro Onore.»
«Obiezione accolta. Avvocato, riformuli la domanda in maniera differente.»
«Non potrebbe, l’ufficio del procuratore, aver interceduto presso quello dell’immigrazione in cambio della sua testimonianza?»
«Obiezione, Vostro Onore.»
«Obiezione respinta. Il teste risponda.»
«L’ufficio del procuratore distrettuale ha inoltrato domanda presso quello dell’immigrazione per differire il procedimento di espulsione. Ma non ho avuto nessuna pressione da parte dell’accusa. Ho testimoniato perché era la cosa giusta da fare.»

Phil Spector ascoltava quasi assente. «Stia tranquillo, la tireremo fuori da questa brutta storia,» lo rassicurava l’avvocato Linda Kenney Baden. La giuria era confusa. Mark Lillienfeld, il detective dell’ufficio dello sceriffo della contea di Los Angeles intervenuto quella notte, illustrò in aula la scena del crimine. Il corpo della donna era malamente seduto, quasi scivolato, su una sedia bianca. La testa inclinata verso sinistra. La bocca imbrattata di sangue per il colpo di pistola che l’aveva uccisa spezzandole la spina dorsale. Il sangue era colato sul collo e sul petto. Vicino al piede e alla caviglia sinistri, sul pavimento coperto da un tappeto rosso, c’era la rivoltella usata, una Colt Cobra calibro .38 Special a canna corta. Il sangue della donna aveva riempito i solchi delle incisioni sulla pistola. In casa furono rinvenute altre undici armi da fuoco. Il detective ne mostrò alcune. La fondina della Colt fu ritrovata nel cassetto di un comò: era la prova che non si trattava della pistola che la Clarkson portava con sé.
A terra c’era un panno intriso di sangue. Il sangue della vittima era anche su una zampa della sedia, sulle scale che dirigevano al secondo piano e sullo smoking bianco indossato da Spector quella sera, abbandonato sul pavimento della camera da letto: alcuni minuscoli schizzi macchiavano la giacca, uno soltanto l’interno di una tasca dei pantaloni.

Nell’ingresso della casa c’erano delle candele accese e due bicchieri da cocktail su un tavolinetto basso: quello usato da Lana aveva tracce delle sue labbra sul bordo. Aveva bevuto brandy. Accanto a lei, una bottiglia vuota di tequila e una di soda. «Sembrava un incontro romantico finito male,» disse il detective. Lei indossava un vestitino corto e nero molto leggero, quasi una sottoveste, con un giacchetto dello stesso colore. Sull’abito e sul seno c’erano tracce di sperma. Una pillola di Viagra è stata trovata in una valigetta dell’accusato.

Lui l’aveva fatta inginocchiare per una fellatio, sotto la minaccia della pistola. Lei non voleva, voleva andarsene. Lo supplicava di lasciarla andare. Terrorizzata. Lui si è masturbato. Forse godeva di quella paura. Forse lo ha fatto dopo. Le ha messo la canna dell’arma in bocca e ha sparato. Sulla lingua il medico legale ha trovato degli ematomi, come se la pistola fosse stata introdotta a forza; per lui si trattava di omicidio, ma non poteva averne la certezza. Secondo l’accusa le cose erano andate in questo modo. Il caso era chiuso.

«Mi ha chiesto di farle vedere la mia collezione di armi. Poi mi assento un istante e quando torno di là… No! Bang!» raccontò Spector ai suoi legali.

Il collegio difensivo di Spector sostenne la tesi del suicidio. Lei era depressa, la sua carriera era un disastro, si era cacciata la pistola in bocca e aveva premuto il grilletto. Nella casa di una celebrità. Se a sparare fosse stato Spector, come mai la sua giacca presentava solo poche piccole gocce di sangue? Un esame balistico effettuato dalla difesa dimostrerebbe che quelle tracce di sangue erano schizzate sulla giacca da una distanza di almeno tre metri. E perché sulle mani di Spector non c’era del sangue, come non c’erano residui di polvere da sparo? chiese Brunon alla giuria. Se le avesse sparato lui, la mano che impugnava il revolver avrebbe dovuto esserne intrisa. Il sangue e la polvere da sparo si trovavano nella mano di lei, sull’avambraccio, sotto la manica del giacchetto e sulla punta dei proiettili nel tamburo, dove c’erano tracce di DNA della donna ma non di Spector.

Per il vice procuratore distrettuale, Phil Spector aveva modificato la scena del crimine allestendo un suicidio. Ne aveva avuto il tempo: il 911 fu chiamato solo quaranta minuti dopo la morte della Clarkson. L’aveva messa sulla sedia, la pistola vicino al suo corpo, ripulito un po’; ma aveva compiuto un errore: la rivoltella era sul lato sinistro della vittima, e lei non era mancina. «Nella confusione di quel momento,» replicò l’avvocato, «Spector può aver spostato inavvertitamente l’arma calciandola con un piede.»

Il processo finì con un nulla di fatto: la giuria, nove uomini e tre donne, non raggiunse un verdetto unanime.
La data d’inizio del nuovo dibattimento fu fissata al 20 ottobre 2008.

I difensori di Spector (Roger Rosen, Leslie Abramson, Marcia Morrissey, Bruce Cutler) intanto, avevano lasciato il caso. Anche Linda Kenney Baden, che si occupò delle conclusioni, abbandonò fiaccata da quelle incertezze e dai comportamenti di un cliente continuamente in stato di alterazione, inaffidabile per un’eventuale testimonianza. Sara Caplan, che si era già esonerata dal collegio difensivo durante il processo, fu accusata di oltraggio alla Corte per non aver voluto testimoniare riguardo a un presunto occultamento di prove da parte di un loro perito: sembra che l’esperto forense, il Dottor Henry Lee, avesse raccolto qualcosa di molto piccolo e bianco sulla scena del crimine il giorno dopo la morte di Lana Clarkson, forse un frammento della sua unghia. Del vecchio team rimase solo Christopher Plourd, a cui si affiancò Doron Weinberg: sarà lui a prendere il posto di Bradley Brunon.

«Non potrebbe aver detto: “Credo che dovresti chiamare qualcuno”, invece di “Penso di aver ucciso qualcuno?” come continua a sostenere il signor De Souza?» Fu questo il dubbio che Weinberg cercò di insinuare nella nuova giuria. La dichiarazione di Adriano De Souza rimase immutata.

Alan Jackson chiamò a deporre quattro donne che già avevano testimoniato riguardo certe abitudini di Spector, più una nuova teste.
«Phil Spector mi mise la pistola in bocca. Io volevo andar via, ma lui mi ripeteva: “Se provi ad andartene ti ammazzo”,» disse la donna. Le testimonianze erano tutte uguali: a volte erano emozionate, altre rabbiose, ma tutte ripetevano la stessa cosa. E questa volta, al contrario del primo processo, suscitarono molta impressione nella giuria. «Prima o poi doveva accadere: per cinque volte il colpo non è stato esploso. La sesta, purtroppo, quel proiettile ha colpito Lana Clarkson,» ha detto, fissando i giurati, il vice procuratore distrettuale.

Per molti addetti ai lavori del mondo della musica quelle rivelazioni non furono poi una novità. Il puzzo d’alcol e follia di Phil Spector era forte il giorno in cui puntò una rivoltella al cuore di Leonard Cohen durante le registrazioni di Death of a Ladies’ Man. Lo stesso fece con Dee Dee Ramone: gli poggiò la pistola sul petto e gli fece capire che avrebbe potuto premere il grilletto se lui e gli altri Ramones, stufi delle sue minacciose stramberie, avessero lasciato la sala del pianoforte e il Castello prima del suo consenso. «Smontò l’arma in due secondi netti e la rimontò in altri due. Era un maniaco delle pistole e padroneggiava tutte le tecniche di tiro,» scrisse Dee Dee nella sua biografia.
Johnny Ramone, a proposito delle registrazioni di End of the Century, ricordò: «Un piccolo uomo che impartiva ordini fino a sfinirti, con il plantare rialzato nelle scarpe, una parrucca in testa e quattro pistole.»
«Comunque, un sacco di cose sono state esagerate,» ha detto Marky Ramone. «E tante altre erano solo indotte dall’alcol.»

Per l’ex moglie ed ex solista delle Ronettes, Ronnie Spector, Phil era un mostro che la sottoponeva a violenze e minacce di ogni tipo e la rinchiudeva in casa, nascondendole le scarpe per non farla uscire, pazzo di gelosia. «Vedi, questa è per te,» le disse un giorno mostrandole nello scantinato della casa una bara dorata con il coperchio di vetro. «Ti guarderò attraverso quel vetro, se tu mi lascerai.» Ronnie divorzierà da lui nel 1974. «Mi stavo avviando verso la morte. Se non l’avessi lasciato, sarei morta di sicuro.»

Una volta Phil Spector dichiarò al Daily Telegraph che soffriva di disturbo bipolare. Per Dave Thompson, il suo biografo, i problemi si acuirono dopo un incidente d’auto avvenuto nel 1974, che gli provocò gravi ferite al viso e alla testa ricucite con centinaia di punti. Per Ronnie era stato il successo a cambiarlo. Altri pensano che i suoi guai ebbero inizio con la nascita: figlio di due cugini di primo grado. Il sangue malato. Il padre si suicidò quando lui aveva dieci anni. Andò in garage e si uccise col tubo di scarico dell’automobile. Gli altri ragazzini lo perseguitavano a causa del suo aspetto gracile, lo insultavano e lo picchiavano. Da grande, con le sue pistole, nessuno lo avrebbe più umiliato. Con le armi era un gigante.

Il 13 aprile 2009 arriva il verdetto: Harvey Phillip Spector è riconosciuto colpevole di omicidio di secondo grado e condannato a una pena da diciannove anni di reclusione all’ergastolo. Formalizzata la sentenza, l’avvocato Doron Weinberg chiederà, il 29 maggio successivo, il trasferimento dal carcere della contea (il Twin Towers Correctional Facilities, 450 Bauchet Street) alla California Substance Abuse Treatment Facility and State Prison di Corcoran.

La sua ultima moglie, la giovane Rachelle, sposata pochi mesi prima dell’inizio del primo processo e conosciuta poco dopo la morte di Lana Clarkson in un ristorante di West Hollywood dove lavorava come cameriera tra una particina e l’altra nel cinema e delle fotografie di nudo su Playboy, bionda come Lana, ha dichiarato al Daily Mail: «Phil è un uomo buono e generoso, non può aver fatto quello di cui è accusato. Non è il mostro che dipingono in tanti. È sensibile, gentile e un po’ infantile. Mi batterò fino alla fine perché sia riconosciuta la sua innocenza. Sapete, la cosa che mi ha più rattristato è stata la pubblicazione di quelle foto di lui senza capelli. Hanno voluto togliergli anche la dignità.»

Quando il regolamento carcerario glielo permette, Rachelle va a trovare suo marito nella Contea di Kings al 900 di Quebec Avenue. Alla coppia è consentito abbracciarsi una volta soltanto e scambiarsi un unico bacio.

Sergio Gilles Lacavalla

Annunci

One thought on “ROCK CRIMINAL #6: PHIL SPECTOR

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...