CASUAL FRIDAY #19: HOSS

Casual Friday (ora anche su Facebook) è la rubrica di Verde nata per promuovere un nuovo reading code. Ogni settimana un racconto inedito di un autore diverso che cercherà di farvi ridere, divertirvi o semplicemente imbarazzarvi.
Paolo Gamerro ci ha convinti a festeggiare i venti anni di Hoss, il terzo album dei Lagwagon uscito il 21 novembre 1995. È venerdì, rilassati!
Illustrazione di
Red Tweny (Black Moon, 40×40 cm, gouache su carta, 1990)

Venti anni fa è uscito Hoss, terzo album dei Lagwagon, gruppo di punta della scena hardcore melodico, erano i tempi in cui aveva senso parlare di scena e ai concerti si andava per sentire i gruppi e non per fare foto.

Se ho sempre ascoltato quel determinato genere è stato per merito di mio cugino Luca, che mi passava cassette su cassette di Rancid, Bad Religion e Nofx, quando io, appena in prima media, ero già considerato un reietto dai miei compagni di classe a causa dei miei gusti musicali alternativi. L’altra importantissima figura che ha contribuito alla mia formazione musicale è Andrea Pastori: chitarrista e cantante dei Madbones, ma anche DJ della mitica Radio Lupo Solitario, conduceva il programma Punk up the Volume, che ascoltavo costantemente ogni mercoledì pomeriggio in quella fascia pomeridiana tra la fine della merenda e l’inizio della cena. Fu grazie a Punk up the Volume sui 90.7 di Radio Lupo che per la prima volta ascoltai una canzone dei Lagwagon, era Mr Coffee, tratta dal loro primo disco, il seminale Duh (1992), pezzo che faceva da sigla di apertura al programma: la registrai prontamente su cassetta e la cominciai a sentire in loop venti o trenta volte al giorno. A scuola, a casa, dai nonni, dagli amici: ovunque nel mio walkman. Era pura energia: doppia cassa tirata, inciampi e cambi di tempo (se conoscete Mr Coffee allora sapete di che cosa sto parlando, altrimenti vi consiglio di andare immediatamente sul tubo e dare un ascolto, giusto per farvi un’idea di quello che sto scrivendo).

Ordinai Duh insieme a Hoss (tralasciando senza un particolare motivo Trashed, che sta nel mezzo) dallo storico catalogo della Negative, per anni l’unico mezzo attraverso il quale noi giovani punk potevamo comprare e conoscere i gruppi di case discografiche indipendenti come, per citarne solo alcune, la Fat Wreck Chords, la Epitaph Records, la Jade Tree e la svedese Burning Heart.

Hoss mi stupì prima di tutto per la sua copertina: un primo piano di Dan Blocker direttamente dal cast di Bonanza, serie tv western trasmessa dalla NBC, che ai tempi non conoscevo e nella quale l’attore interpretava appunto il personaggio di Hoss (nella versione italiana era Orso). Non riuscivo a capire l’accostamento estetica cowboy-hardcore melodico, un binomio puramente giocoso ma insolito per me a tredici anni, che associavo quella musica esclusivamente all’immaginario dello skate e delle feste in casa all’americana. Quel disco fu la rivelazione del gruppo (grazie a brani memorabili come Violins, Razorburn e Sick) e fu il motivo per il quale io cominciai a suonare la batteria, prendendo come esempio e maestro il grande Derrick Plourde (scomparso purtroppo dieci anni fa), che ho sempre ritenuto assolutamente eccelso a prescindere da qualsiasi genere e gusto musicale.

Hoss ebbe l’effetto di una cannonata emozionale, non c’è altro modo per descrivere quello che provai quando per la prima volta uscì dalle casse del mio stereo a volume altissimo. Si comincia con la supersonica Kids don’t like to share e si chiude con la lenta Ride the Snake, passando tra capolavori come Bombs Away, Move the car, Rifle (la rullata iniziale è strabiliante) e Black Eyes, la mia preferita dell’intero lavoro, in virtù della sua malinconia di fondo e dello struggente outro di chiusura in acustico.

Hoss è, secondo la mia modestissima opinione (musicalmente mi sono sempre considerato piuttosto ignorante, non mi sono mai evoluto, rimanendo emotivamente legato al tupatupa e ai quattro accordi dei Ramones) l’ultimo lavoro oldschool del quintetto di Goleta, che successivamente, con Double Plaidinum nel 1997, ha avuto una svolta pop comunque apprezzabilissima. A vent’anni di distanza suona ancora come se fosse stato registrato ieri, e, sebbene lo conosca perfettamente a memoria, non c’è un secondo che mi annoi. Rivedere i Lagwagon proprio qualche sera fa, all’Alcatraz di Milano, in occasione dell’uscita di Hang, è stato fortissimo (nonostante io detesti Milano, le discoteche di Milano, i locali di Milano, la scena di Milano, quelli che fanno i bulli della scena di Milano, le ragazze dei bulli della scena di Milano, le tipe della scena di Milano che fanno le punx per finta, i finti robbosi di Milano, i fighetti indie di Milano, i deejays di Milano che vanno a tutti concerti possibili immaginabili senza capire NULLA di musica, i promoters di Milano, i posers di Milano, quelli del giro figo di Milano, quelle che stanno con quelli del giro figo di Milano, i beoti di Milano che non sanno il significato della parola hipster ma continuano a usarla sempre in ogni occasione, i veri alternativi con i soldi che vivono a Milano e poi si stancano di vivere a Milano perché troppo stretta e provinciale e quindi vanno all’estero per sei mesi tipo a Berlino o in Svezia, poi tornano a Milano e in ogni caso dicono che stanno già per ripartire, gli annoiati, i cinici, i finti cinici, gli sviluppatori di app mezzi androidi mezzi umani, gli artisti, i fotografi di Milano, gli haters di Milano, quelli che lavorano nella moda o nel design a Milano, i creativi di Milano che parlano di start up, i clubbers di Milano, gli influencers di Milano che hanno il blog e che buttano merda su tutto senza criterio alcuno, quelli di Milano che sono sempre connessi, quelli sempre tra i coglioni, e questa cosa tipicamente di Milano per cui ci si mette davanti con la macchina fotografica o peggio ancora con l’iPad a registrare tutto il concerto in HD senza viverlo nemmeno per un secondo, come ho scritto all’inizio).

Il locale gigantesco era pieno raso e io sono arrivato con la mia amica Sara. Dopo aver beccato coda in autostrada, siamo entrati nella mega discoteca e lì abbiamo incontrato Francesco, un mio ex compagno del liceo, ci conosciamo da una vita, era arrivato da Modena perché lavora là, alla Maserati, si è fatto tre ore di strada e ancora altre tre se ne è macinate al ritorno!

Per tutto lo show me ne sono stato davanti ma laterale, sulla destra, in disparte dal pogo, ed ero felice. Perché dopo un periodo di stallo (dovuto in parte ai progetti paralleli di Joey Cape ma anche all’arrivo di nuove tendenze e al naturale cambiamento generazionale della scena), hanno avuto la pazienza e la voglia di rimettersi in gioco, di nuovo sul palco, riprendendo piano piano i fans della vecchia scuola e facendosene di nuovi, ricominciando a suonare in piccoli club, per poi riconquistarsi il nome, rinascere, ridiventare i ragazzi che erano nel 1996, con lo stesso spirito, la stessa passione e tanta umiltà. Quello del 2 aprile 2015 sembrava uno show del 1998, l’anno in cui li vidi per la prima volta, un concerto devastante (era il tour di Let’s talk about feelings e lo stage diving quella notte era qualcosa di monumentale e inimmaginabile), e così è stato anche quest’ultima volta: monumentale, un’ora e mezza di successi (le hanno fatte tutte, ma davvero tutte!) e una dedica al compianto Tony Sly, sul finire dell’esibizione, International You Day dei No Use For A Name suonata da Joey, da solo, in acustico.

Sono tornato a casa alle due del mattino, ancora carico, mi sono preso le benzodiazepine e mi sono messo sul divano, la tele accesa su una fiction terribile con Lando Buzzanca e Martina Colombari, la luce bassa del salotto, mi sono addormentato lentamente, istantanee traslucide del concerto appena vissuto balenavano nella mia testa quando il sorriso di Derrick mi ha avvolto.

Paolo Gamerro

 

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