IN ORBITA

#24 Nando Adiletta

Verde 24, maggio 2014 (In copertina: Nando Adiletta, Priestess)

Con il numero 24 (maggio 2014) Verde raggiungeva i due anni di pubblicazione. Dall’editoriale: “Con il tempo abbiamo cominciato a pensare che fosse possibile fare uscire tutti i mesi la nostra rivista, e il resto è venuto da sé: Verde è cresciuta e ha saputo farsi apprezzare grazie ai contributi degli oltre ottanta autori che hanno lasciato il segno su queste pagine, e al lavoro dei redattori e dei partners in crime che non hanno mai smesso di credere al progetto di uno spazio autoprodotto, cartaceo ed elettronico, eterogeneo e di qualità.”
La copertina e le illustrazioni sono di Nando Adiletta, i contributi di Luca Marinelli, Sergio Peter, Filippo Santaniello, Luca Antonini, Filippo Parodi, Jacopo Marocco. Riproponiamo oggi il racconto In orbita, di Luca Antonini.

La sveglia suonò alle sei e mezza. Andrea si alzo dieci minuti più tardi, si sciacquò il viso, si pettinò e indossò la tuta da lavoro. Bevve il caffè in piedi, spense la tv e controllò l’agenda degli appuntamenti, in cucina, da solo. Alle sette e trenta era già nel traffico del raccordo anulare, con l’autoradio rotta da mesi e sei chilometri di fila davanti a sé. Frizione, prima, freno, frizione. Procedeva lento ma automatico. Lo sguardo ancora assonnato, oltre il vetro.

Aveva letto bene. Non vi era alcun dubbio. Il carburante stava finendo. Probabilmente il modulo sarebbe restato in orbita per non più di quarantacinque minuti. La luce rossa continuava a lampeggiare e il segnalatore acustico produceva un fastidioso ronzio. Ricontrollò le ultime direttive dal centro di comando. Il messaggio era chiaro: Restare in orbita il tempo necessario per lo svolgimento dell’operazione sul satellite. Il modulo era monoposto e non era stato progettato per quel tipo di missioni. Lo sapeva bene. Nonostante la bassa temperatura all’interno del poco spazio disponibile, continuava a sudare. «Pensa,» si ripeteva ad alta voce, «pensa a qualcosa». Una nuova luce si accese sul quadro di comando, quella blu delle comunicazioni dal satellite.

«Li mortacci tua!» Un uomo sui quaranta anni, corpulento, urlava sporgendosi da un grosso tir a cui Andrea aveva tagliato la strada immettendosi nella corsia di uscita. «Li mortacci tua!» ripeté ancora l’uomo. Andrea ingranò la prima senza voltarsi e ripartì sulla rampa. Controllò l’orario e sbuffando prese il cellulare.
«Papà? Sto arrivando, c’è un casino sul raccordo che non ti dico. Sì, lo so, basta uscire prima di casa per arrivare in orario. Va bene, scusami, ti pago il caffè».

«L’operazione è fallita. Il nuovo obiettivo è far rientrare il modulo alla stazione». Lesse il messaggio tre volte prima di muoversi. Infine, con un occhio fisso sull’indicatore del carburante, cominciò la manovra.

«Alle nove hai la signora Zucconi. Dice che non gli scarica il bagno. Portati la molla, l’acido e…»
«E la pompa!» disse Andrea, mandando giù il suo caffè.
«Ma quale pompa!» lo rimproverò il padre, «devi controllare se ha la scatola, altrimenti devi fare lo stantuffo per sturare la tazza».
Alla parola stantuffo, Vasili – o Toni, come lo chiamavano tutti a lavoro – simulò una fellatio premendosi la lingua contro la guancia, all’interno della bocca. Era il nuovo operaio di suo padre, lavorava con loro da pochi mesi ma ormai era di casa.
Alberto riprese da dove s’era interrotto: «Insomma, lo sai quello che devi fare, sono due anni che lavori con me, almeno questo lo avrai imparato, no?»
Andrea rispose con un sorriso. Sarebbe bastato per rassicurare suo padre? «Vi raggiungo a via del Babbuino?» gli chiese accendendosi una sigaretta.
«No, meglio in officina, a ora di pranzo,» rispose il padre. «Se finisci prima passi in fornitura e fai l’ordine che ti ho dato ieri, carichi la roba e la porti qui. E basta con ste sigarette, dai che è tardi, fumatela in macchina!»

Il modulo cozzò contro la paratia della stazione. Aveva mancato i supporti di aggancio e adesso non poteva completare la manovra di uscita. Sentì tutta la struttura scricchiolare. Nuove luci si accesero, compresa quella della decompressione. Il rivestimento si era fallato e una piccola perdita dagli strati superiori avrebbe portato in breve tempo all’esplosione del modulo. Il carburante era terminato. Oltre l’oblò, a pochi centimetri di distanza, poteva vedere il condotto di rientro per la stazione.

«Come le dicevo, signora Zucconi, abbiamo un problema più grave del previsto. Evidentemente il tubo di scarico si è occluso per la soda caustica che lei ha versato». Andrea cercava di parlare con calma, scandendo bene le parole. Lo aveva visto fare tante volte a suo padre, e funzionava sempre.
«Sta dicendo che è colpa mia?» disse infastidita la signora. «Se lei fosse venuto prima, invece di farmi aspettare, mio marito non avrebbe cercato di risolvere il problema da solo».
«Quello che sto cercando di dire» scandì prendendo un respiro profondo, «è che ormai non c’è più nulla da fare, se non rompere».
La parola risuonò sulle mattonelle rosa sbrecciate, sembrò ruzzolare sul pavimento a marmette, ma poi si riprese rimbombando sull’alto soffitto macchiato di muffa e vapore. Il volto della donna si arrossò sotto lo sguardo di Andrea. Lo fissava con gli occhi sgranati e, soffocando un colpo di tosse secca, prese a urlare: «Ho capito tutto! L’ho visto anche in tv, sa? So come fate. Dite subito che c’è da rompere e magari rifate il bagno solo perché non è nuovo!»
«Signora, questo bagno, a esser buoni, è stato montato negli anni Sessanta».
«E allora? Una volta si lavorava bene, mica come ora. Mi pare ovvio che lei non sia in grado di risolvere il mio problema. Chiamerò qualcun’altro. E stia sicuro che parlerò con suo padre,» concluse minacciosa la signora Zucconi.

 

Effettuò i calcoli più di dieci volte. Utilizzando il carburante di riserva poteva effettuare un manovra di attracco a quella distanza, ma aveva una sola possibilità. Respirò a fondo, si massaggiò le tempie e mise mano ai comandi.

«Ma che cazzo hai fatto? L’hai letta o no la lista? Erano tre canne da ½ e una da ¾! Lo hai visto il lavoro? Quante linee del gas dobbiamo fare? Ma dove stai con la testa?»
Alberto guardava le tubazioni di acciaio e il resto del materiale comprato da Andrea. Dietro di lui, sul piccolo tavolo della sua officina, Vasili mangiava piccole salsicce nere dal penetrante odore di aglio e spezie.
«Mi sono sbagliato, ero convinto che..»
«Convinto di che? Non devi essere convinto di niente, devi solo leggere la lista e prendere quello che c’è scritto! Non ci stai con la testa, io mi sono rotto di lavorare per tre persone, ma quando ti svegli? Nessuno ti obbliga a lavorare, me lo hai chiesto perché non ti andava più di studiare, ormai sono passati due anni, lo vuoi imparare o no questo mestiere? E mi ha chiamato pure la Zucconi, che cazzo è successo?»

La stazione era vuota. Il resto della squadra era ancora sul satellite. Vivi o morti, non poteva saperlo. Si aggirò per le sale asettiche fino alle docce. Il getto dell’acqua calda gli avrebbe permesso di ritornare in sé, o almeno così sperava.

La prima cosa che fece Andrea quando tornò nel suo appartamento fu accendere il riscaldamento. Ricontrollò che tutte le tapparelle fossero chiuse come le aveva lasciate la mattina. Si spogliò con calma, piegò la tuta da lavoro sulla sedia e poi gettò la biancheria nel cestino del bagno già colmo.

Accese il suo terminale privato, sperando di trovare nuove indicazioni, ordini criptati all’ultimo momento dal satellite, ma non c’era nulla. L’ultimo messaggio era della dottoressa Alenco. Erano passati due mesi. Le cose stavano così, per sopravvivere avrebbe dovuto accettarlo. Era solo, in orbita sul pianeta.

Seduto in cucina, una grossa porzione di pasta al forno nel piatto, lo schermo acceso, una serie tv, cellulare e telecomando tra le mani, uno sguardo all’orario, poi di nuovo la tv. La sequenza era sempre la stessa: cibo, cellulare, orario, telecomando, serie tv, telecomando, cibo, cellulare…

Se la missione sul satellite era fallita restava soltanto una cosa da fare: seguire le direttive di emergenza. La stazione aveva una navetta di rientro, con sufficiente carburante per raggiungere il pianeta. Un viaggio di sola andata. Rimanere lì, da solo, aspettando trasmissioni che mai sarebbero arrivate voleva dire impazzire. Doveva preparare la navetta e fare un tentativo.

Sdraiato sul letto, a pancia in su, Andrea leggeva l’ultimo libro uscito in allegato al quotidiano che suo padre comprava ogni mattina. Quei libri finivano tutti nella sua piccola libreria di fianco al letto, tra collane incompiute dalle copertine color pastello e dispense universitarie ingiallite dal tempo. C’era una frase che lo teneva sveglio e che non riusciva a oltrepassare. Bisogna essere troppo volgarmente innamorati di sé, diceva, per scrivere di se stessi senza pudore. Diede un ultimo sguardo al cellulare, programmò la sveglia e si addormentò.

La navetta di rientro era un ambiente decisamente più largo e comodo del modulo che lo aveva ospitato fino ad allora. Poteva contenere due piloti, ma c’era soltanto lui ai comandi. Con facilità effettuò la manovra di sgancio e impostò le coordinate. La stazione orbitante alle sue spalle si faceva sempre più piccola. L’azzurro e il verde dell’atmosfera occupavano tutta la sua visuale. Tra pochi istanti, pensò, la forza di gravità del pianeta avrebbe cominciato ad attrarre la navetta a sé. Ad ogni piccola manovra corrispondeva una conseguenza. La sua volontà contro quella del pianeta.
Respirò a fondo, si massaggiò le tempie e si mise ai comandi.

La sveglia suonò alle sei e mezza. Andrea si alzo dieci minuti più tardi, si sciacquò il viso, si pettinò e indossò la tuta da lavoro. Bevve il caffè in piedi, spense la tv e controllò l’agenda degli appuntamenti, in cucina, da solo. Alle sette e trenta era già nel traffico del raccordo anulare, con l’autoradio rotta da mesi e sei chilometri di fila davanti a sé. Frizione, prima, freno, frizione. Procedeva lento ma automatico. Lo sguardo ancora assonnato, oltre il vetro.

Luca Antonini

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