VERDE MATEMATICO #4: PITAGORA BREAKFAST CLUB

Verde Matematico è una rubrica ideata e curata da Luca Marinelli. Affronta concetti di stampo prettamente scientifico, soprattutto di fisica e matematica, rivisitati in chiave accessibile nella forma del racconto. La rubrica procede in serie di tre. Esaurita il mese scorso la prima (Umidi nel post sbronza, sulle tre nature della fisica), inauguriamo oggi, con Pitagora Breakfast Club, la Terna Pitagorica, un trittico sui rapporti problematici tra la scuola pitagorica e gli eleatici e le soluzioni di Filolao di Crotone: un problema, dice l’autore, molto più filosofico che matematico nella sua natura di critica al dualismo italico, dai possibili seguiti tutti più spontaneamente filosofici.
Illustrazione di
Red Tweny (When the sun goes down, 50x70cm, inchiostro su carta, 2011).

Il prosciutto crudo starà bene con il brie? Era Pitagora a domandarselo, un giorno in cui fuori pioveva di brutto davvero, e se lo chiedeva perché era domenica, una di quelle in cui per altro gioca la nazionale: gl’era rimasto veramente poco, in frigo.

Bussarono alla porta. Filolao era dritto e zuppo dalla testa ai piedi, indossava stivaletti neri, pantaloni a pinocchietto verdi e una maglietta del Crotone calcio, e le righe di un blu, contro il rosso – evidente – un poco sbiadito. Alla domanda di suo cugino Ernesto in merito, la risposta sua era stata di aver forse lasciato ad asciugare troppo tempo al sole gli indumenti anche se, andava specificato, era fermamente convinto che il sole non potesse mai essere troppo.

«Lascia fuori l’ombrello Filo!» gli disse il maestro, un vero fanatico dell’ordine dicevano il calzolaio e la macellaia, l’orologiaio gli voleva bene ormai per il numero di volte in cui era andato lì, a chiedergli se le lancette non fossero un po’ in ritardo nel separare i secondi, e poi quindi i minuti; il droghiere si chiedeva invece dove fosse una camicia di forza per quell’ometto grigio e un po’ tarchiato, se non era lì, proprio lì, dove poteva, dove doveva stare allora?
«Se cadono gocce per terra, mia moglie non voglia, che poi io le devo rimettere in fila!» e figurarsi che la cosa più strana è che l’uomo una moglie non ce l’aveva mai avuta. Credo che in fondo il droghiere potesse essere non poi tanto distante, dalla ragione.
Pitagora fece da apripista, Filolao lo seguiva, così arrivavano in cucina. «E quindi, ti dicevo, è per questa ragione che sono indeciso sulle modalità della merenda, ora».

Filolao, che da grande ascoltatore era un tipo essenzialmente di poche parole – e senza farlo, come molti, esclusivamente per via del fatto che questa è una dote che davvero, ci teneva a sottolinearlo questo, spopola come fattore di valutazione positiva fra le donne – si limitò ad annuire, corrucciando percettibilmente la fronte spaziosa. Il padrone di casa aprì il frigo e tirò fuori un bel pezzo di brie; nel mezzo della stanza, nel mezzo del tavolo, nel mezzo di un piatto, nel mezzo di un centrino a forma di triangolo rettangolo isoscele ricamato con motivo floreale ad uncinetto riposava una fetta di pane in cassetta della Coniglio Bianco. Sopra, di San Daniele una rosa d’arabeschi ventri (tutti sapevano della sua grande passione per il Nordafrica).

«Dunque potendo ben affermare che il gusto di questo nostro saporito e dolciastro amico vaporoso è senza la più sottile ombra di dubbio un quattro, in virtù del fatto che mi sembra di aver riscontrato nella fetta di brie un tre deciso dovrei disporre quattro fette equispaziate prima di chiudere; ed ecco che si pone il problema».
Intanto i due si erano seduti, ed osservavano il piatto, il formaggio, il coltello, e poi si scambiavano lo sguardo, in un ciclo che non diciamo infinito perché tutti sanno che per loro non sarebbe stata cosa buona, ma quantomeno che era destinato, nell’assunta forma di brainstorming tra menti di quella cristallina portata, a durare molto a lungo.
«Decisamente». Per la prima volta era stato Filolao a parlare, con quella voce che avrebbe solidificato già sola tutta la sua timidezza di fronte al più distratto degli interlocutori. «Decisamente Pico. Quattro fette qui non c’entrano pro…»
Fu bruscamente interrotto da colpi menati sul soffitto; Pitagora per molti mesi s’era chiesto quale strumento risuonasse meglio e battendo colpi al piano di sotto, forte del suo spirito di sperimentatore instancabile, aveva fatto molte prove e non avrebbe mai potuto sbagliare: si trattava di una scopa, per essere più precisi la strana scopa con il manico viola del suo inquilino Parmenide.

«Abbassate la voce là sotto! C’è QUALCUNO qui che vuole pensare!» La sua voce da tenore stizzoso rimbombò nella cucina. «Per Diana! Centinaia di volte t’ho ripetuto, Pico, che il brie non può rimaner separato dentro al panino». Eh sì, pareti e controsoffitti del palazzo erano veramente molto fini. «Credi davvero che tra due fette di brie ci sia il NIENTE?»
Quando Parmenide parlava, Pitagora lo scimmiottava sempre, ma abbassava il tono, in modo che l’altro non lo potesse sentire. «Perché il niente non può esistere Pico, blablabla, come puoi pensare al nulla, blablabla Pico, io sono figo perché c’ho il vocione» e così scimmiottava l’espressione altezzosa e il petto infuori e le spalle dritte del signor Parmenide.
«Guarda che non sono sordo mica!» Pitagora sobbalzò, rischiando quasi d’inciampare sulla sedia, Filolao intanto soffocava risate che provavano ad essere diffuse.
Ci fu una pausa in cui nessuno sapeva bene cosa dire. Non volava una mosca.

Alla fine Filolao disse qualcosa: «Sai, non ci vedo nulla di male a tagliare le fette in altri pezzi; saranno molte, forse, come tante fette singole, e quantomeno riuscirai ad interrompere questo fastidioso brontolio di stomaco».
Pitagora lo guardò perplesso. «Pensa a prepararti, che tra un poco cominciamo la lezione di batteria,» disse all’allievo. Poi pensò, ma provando a non darlo a vedere, a quello che aveva detto.
Mi chiedo, pensava, se esista qualche dimensione parallela in cui le mie idee culinarie interessino qualcuno. Guardò dalla finestra. Stava smettendo di piovere.

CONTINUA

Luca Marinelli

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