CASUAL FRIDAY #18: MOSTAR E SPLENT®

Casual Friday (ora anche su Facebook) è la rubrica di Verde nata per promuovere un nuovo reading code. Ogni settimana un racconto inedito di un autore diverso che cercherà di farvi ridere, divertirvi o semplicemente imbarazzarvi. Mostar e Splent® è un racconto di Franco Sardo. È venerdì, rilassati!
Illustrazione di
Red Tweny (Looking Upstairs, 50x70cm, inchiostro su carta, 2011).

Mostar è lontana e nessuno vuole arrivare dove sta andando. Gli alberi che depilano il sentiero esprimono la calma della completezza. È una tensione al cielo che si misura in anni, persino secoli. Hanno tutto il tempo per morire. Per Sinisa, Gregor e Bogdan invece il crocevia è una questione di giorni, quattro, di ore, molte, e di minuti, migliaia. Cosa volete che sia? Le pietre scricchiolano come brevi raffiche prima di rotolare davanti agli anfibi sporchi. L’odore del bosco è quello di un immobile animale a sangue freddo, un’immensa carcassa in cui i tre soldati avanzano con lo sguardo che a terra scava un pozzo di memorie a ogni passo. E bevono la vita passata come la vodka che passa da una mano all’altra. Ma niente disseta all’ombra delle foglie di un sentiero di guerra. Il sole dall’alto sottolinea le forme, rende tutto più evidente. Nessuna perdizione, i colori sono brillanti e tutto è singolare, inabissato nella sua identità. Un kalashnikov è un kalashnikov e il suo legno è solcato da tacche scolpite col coltello.

Il terzo giorno si arriva ad una casa, una casa che è solo una stanza. In altri tempi sarebbe stato un ripostiglio, con un’ampia e calda dacia di fianco, un brecciato che porta al garage, un orto e un piccolo pascolo. Tutto questo non c’è più o non c’è ancora. Bogdan non ha modo di pensare a quel luogo proiettato nel tempo. Era un punto di riposo segnalato via radio. Un nido di mattoni stropicciato dalla primavera. La sua presenza era un conforto per le gambe e la conferma che le indicazioni per arrivare ad una città in guerra erano corrette. Gli ordini precisi, l’impegno in procinto di portarsi a termine. L’onore ancora una volta tenuto salvo, vivo se l’eternità di una stirpe fosse viva. Gregor invece aveva sperato fino all’ultimo che ci fosse un errore, che si fossero persi, che arrivassero in ritardo, che ci fosse un contrattempo, qualcosa che interrompesse quel destino. Un destino in ogni caso ormai breve.

Così si ferma a qualche metro dall’aia, si volta verso destra, mette i piedi sul limite immaginario del sentiero e senza fiatare piscia faticosamente su un albero. Indifferente lo supera a passo lento Sinisa, rincuorato dalla porta di legno appassita, dal tetto in laminato di amianto, scheggiato come fosse biscottato, da un aspetto trasandato che in qualche modo diceva, proprio per questo, casa. Era stanco di affogare con la rugiada nei polmoni, era stanco di esplodere nella realtà al sole dell’alba. Aveva di fronte la morte, non sapeva se temerla, ma voleva andarci incontro dopo aver ripreso tutte le forze. Dopo aver fatto per l’ultima volta l’esperienza di una casa.

Bogdan entra per primo, poggia con cura e in verticale il fucile automatico in un angolo buio della stanza, trova una sedia scheletrica e la avvicina ad una piccola finestra. Si porta con un gesto di cuoio lo zaino pesante davanti al petto e ne eviscera una radio, la poggia sul davanzale fissandola mentre si accende una sigaretta umida. Gregor entra per ultimo, lascia la porta socchiusa dietro di sé e con ancora indosso zaino e fucile, comincia a perlustrare la stanza in cerca di qualcosa, una distrazione forse, un giornale o semplicemente una scusa per i suoi movimenti, dettati da un’animo che ormai frettoloso stenta ad arginare l’ansia. In quella stanza c’è un angolo cottura. Due fornelli, un forno, un lavabo. Sono incrostati di ruggine che ha proliferato sui metalli come un barba rossastra, i ripiani sono ricoperti di polvere, accumulata in silenzio e solitudine, quattro stoviglie mantengono ancora il ricordo di un pasto consumato da ignoti in tempo arcano, come reperti archeologici. Sinisa passa una mano come se volesse rendersi conto tattilmente dello sfacelo e le sue dita si macchiano di pulviscoli neri e amaranto. Poi, dentro ad un mobiletto bianco calce su cui si sono riversate le lacrime ferrose del lavandino che lo sormonta, dopo averne spostato l’anta con la canna del fucile nello stesso modo in cui si alza un masso per vedere gli insetti nella terra, trova un erogatore di Splent®.

Sinisa: «Ma dai! Meraviglia!»
Bogdan: «Cosa c’è?»
Gregor: «Uh?»
Sinisa: «Lo Splent®!»
Gregor: «Eh?»
Bogdan: «Cosa?»
Sinisa: «Lo Splent®! Adesso vi faccio vedere!»

Accanto all’erogatore c’è una spugna pulita. Mentre parla ci spruzza sopra una decina di volte, poi la passa sul bordo del lavabo: «Questo sgrassatore pulisce di tutto! Guardate che portento…»
La passa sulla rubinetteria: «Sbianca la ceramica al primo passaggio!»
La passa sul dorso del mobile: «È arricchito con degli acidi che rimuovono a fondo anche lo sporco più ostinato!»
Tra i fornelli: «Nemmeno il calcare lo ferma, subito lucido!»
Apre il rubinetto, raccoglie con la mano un palmo d’acqua che rovescia tra i fornelli, ripassa sopra la spugna: «È perfetto anche nella zona cottura, si mangia tutto!»
Passa la spugna sull’acciaio arrugginito dei fornelli: «E per le incrostazioni peggiori basta aggiungere un po’ d’acqua e vengono via in un attimo!»
Spruzza altro Splent® sul dorso ruvido della spugna: «Ma il meglio lo dà sulla ruggine, guardate che roba!»
Gratta con la spugna sulle incrostazioni più resistenti: «Non c’è ossido che tenga con Splent®, è come diceva mia nonna, una mano santa! Non c’è nemmeno bisogno di risciacquare, Splent® lascia tutto pulito e profumato. E costa davvero pochissimo!»

La cucina brillava, sembrava un fotomontaggio appena piazzato nella stanza, un elemento d’arredo catapultato da un’altra dimensione, nuova e luccicante. Sinisa sciacquava e metteva a posto: «E guardate, non rovina le mani! Sentite, questo è alla menta, ma c’è anche al limone e alla violetta. Splent® è una garanzia! In più in regalo danno anche la spugna».

Gregor guarda l’angolo cottura: «Abbiamo le salsicce».
Bogdan, fingendo autorità al controllo della radio e all’orologio in maniera alternata e poco convinta: «Sì, è ora di mangiare».
Cucinano, l’atmosfera si è intiepidita al fuoco rimanente nella bombola del gas e al momento di mangiare stappano la loro ultima vodka.

Franco Sardo

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