FRANTUMI

Verde 17, ottobre 2013 (In copertina: Marco Teodorani, acrilico su tela)

Verde 17, ottobre 2013 (In copertina: Marco Teodorani, acrilico su tela)

Di Joe Kossovo abbiamo letto nei mesi scorsi l’inedito Dell’odio neanche l’ombra. Riproponiamo oggi Frantumi, apparso per la prima volta nel numero 17 del nostro cartaceo (ottobre 2013, copertina e illustrazioni di Marco Teodorani, contributi di Gian Ruggero Manzoni, Pier Paolo Di Mino, Alda Teodorani, Simone Lucciola, S.H. Palmer, Fabio Giovannini, Carrascosa Project).

Da Varsavia al Michigan ormai era un attimo. Ci voleva giusto un po’ di ottimismo anni Ottanta, una manciata di frasi buttate lì per caso e ti ritrovavi in America a due passi da Detroit. Il mondo si era così rimpicciolito che tutto era uguale, tutto era vicino, tutto faceva schifo nella stessa identica maniera e tutto sapeva di vomito marcio espulso inconsciamente. Ti girava la testa soltanto perché tutto intorno a te girava: il problema non eri tu, ma gli altri. I contorni e le sfumature non avrebbero avuto alcun senso, Detroit era una città come le altre: alberi secchi ai lati delle strade dei quartieri residenziali, periferie dove a ogni urlo equivaleva un colpo di pistola o un taglierino nella tasca di un tossico. A dirla tutta era meglio Varsavia: lì si respirava lo schifo del mondo che era ad un tiro di schioppo, ma quantomeno ti rendevi conto di essere salvo, o almeno avevi l’illusione di esserlo. Le nuvole suggerivano il punto esatto in cui cominciava l’inferno vero; avevi l’impressione di essere ad un passo dal baratro umano ma di tenerti ben saldo alla realtà, al caldo di un bidone riempito a nafta avariata e lontano da quelle nuvole viola intenso, dalla pioggia chimica, dai fumi tossici. Lo vedevi con i tuoi occhi, meglio tenerle sotto controllo senza spingerti mai fin lassù. La realtà era alterata e deviata dal progresso, dalle persone, dai pavimenti, da stalinisti strafatti di atropina e Averna, da sostanze allucinogene pescate nel mar Caspio o chissà dove. Non c’era niente da fare, la realtà non esisteva, o esisteva male.

I ponti abbattuti da folli per il solo gusto di vederli distrutti, lampioni storti nelle strade, pneumatici in lattice che esplodevano, canzoni anni Venti a profusione, l’acqua marcia che usciva dai rubinetti di cucine fatiscenti: non si mangiava che barattoli di circuiti elettrici. Tutto era stato rubato, anche il pensiero coerente. Vigeva incoerenza mista a illogicità e a sprazzi di organismi mutati che vivevano una vita propria, intensa ma breve.

Ogni giorno poteva capitarti di imbatterti in una lingua di fuoco sbraitante che attraversava le strade e i tuoi pensieri per poi ricadere nel silenzio più inquieto tornando da dove era venuta. Da Varsavia ad Amburgo erano poco più di 45 centimetri, per Katowice si doveva prendere un aereo di linea della Aeroflot con dentro un effige di Jan Palach. Era il lusso più sfrenato. Sedili in pelle di legno austriaco dell’OstTirol appartenuti al principe di Lienz, lattine di birra Jupiler scadute che bagnavano e facevano marcire quelle stesse sedie austroungariche, scariche elettriche gratuite per gli avventori e bomber neri con interni arancioni come se piovesse. In due giorni arrivavi a Katowice, ma quando cercavi di uscire da quel demenziale trabiccolo eri troppo ubriaco per parlare: biascicavi parole confuse per aggrapparti a quel cazzo di primo gradino della scaletta e scendere dall’aereo, ma non ci riuscivi; l’aereo ripartiva e tu ti ritrovavi ancora attaccato a quei sedili che ormai detestavi più di ogni altra cosa al mondo. Eppure li toccavi estasiato per sentire la Storia che era passata da lì, i culi importanti che lì si erano seduti. Non c’era nulla di strano. Il mondo andava così e tu ne facevi parte, volente o ignorante. Nolente non era un’opzione prevista.

Non esisteva più alcun sentimento in quel mondo infimo e ripugnante. Tutto era a lasciar passare sperando non toccasse a te, sperando in un piccolo attimo di lucidità, sperando in non si sa bene che cosa o menando le mani contro l’aria e brandendo una bottiglia vuota di vodka ucraina di quart’ordine. Regimi oligarchici comandavano sulle masse ignare di tutto, strade che non ti portavano che a pisciare su di una discarica a cielo aperto, fulmini che sceglievano di cadere soltanto su poveri cristi qualunque, tanfo fetido di acidi urici che penetravano menti e corpi, il sole un ricordo ormai lontano. E poi l’America. Rimaneva un sogno a cui aggrapparsi, una tenue speranza di un domani, una flebile luce al neon che attirava a sé soltanto i reietti dalla civiltà, prostitute settantenni e aspiranti mafiosi con un contratto stagionale per la coltivazione delle patate. Nessun vecchio politico all’orizzonte di una modesta villetta a schiera di una Springfield qualsiasi, giù nello sprofondo per un’illusione che durava mezzo secondo; eppure per qualcuno quell’illusione era ancora reale, come il mondo in cui vivevano: ci si metteva in fila per un posto nell’olimpo del buco di culo del nonsisadove, lontano da quelle nuvole minacciose, almeno.

Dovunque si avesse intenzione di andare, ci si ritrovava sempre al punto di partenza, qualunque esso fosse e chiunque fosse a volerlo. E allora ben valevano tante piccole bombe a mano da lanciare sui prati verdi ora rancidi e nauseabondi, ben valeva passare così la giornata nell’attesa che l’inferno passasse anche da te, in una comoda berlina e con la radio accesa, per portarti via da quel disgusto di paese, da quel disgusto di mondo, incurante del resto e di ciò che stavi per lasciare. Tanto valeva così.

Joe Kossovo

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...