SEMIAUTOMATICA #17

Verde 25, giugno 2014 (Copertina e illustrazioni: Claudio Calia)

Verde 25, giugno 2014 (Copertina e illustrazioni: Claudio Calia)

La diciassettesima Semiautomatica, penultima delle pubblicate sul cartaceo di Verde, è la puntata stereo (forse la più lunga della rubrica) dedicata alla Gioventù Bruciata, il primo gruppo di Simone Lucciola. Se Verde 23 era il numero degli AKA, Verde 25 (giugno 2014) è il numero dove diciamo che dagli anni Novanta non si esce vivi: Giovanni Pianigiani rimpiange i cinema porno nei suoi Sms alla Diva, Pierluca D’Antuono tira fuori il solito apologo dalemian-ulivista, Alda Teodorani ci fa rileggere Non hai capito, il suo primo racconto pubblicato nel 1990, la misteriosa Lionhearted ambienta una storia nel 1997 all’interno della metropolitana di Tokio. Fuori dal canone S.H. Palmer (la Blitzrecenzion #27 cita De André) e Francesco Cortonesi con una fiaba nera intitolata La donna lunga. Fuoriclasse Claudio Calia: sue la copertina e le illustrazioni.

Lamette è la cosa per cui sono più conosciuto in assoluto. Trent’anni sintetizzabili con Lamette. Ma voi ci credereste se vi dicessi che l’ho messa su solo per invidia e per noia?

Alla fine degli anni Novanta avevo dei grossi dilemmi personali, e uno dei più urgenti era costituito dal fatto che la Gioventù Bruciata, il mio gruppo, fosse condannata a rimanere in sordina all’interno del circuito punk italiano, che già di suo è un traguardo minore, trascurabile, di nicchia. La nicchia della nicchia, insomma. Perché proprio a me? Facevamo dunque così schifo? A me il nostro demo ’96 allora sembrava bello, anche se nessun fanzinaro l’aveva voluto distribuire o anche semplicemente pubblicizzare. Per la verità quelle entità astratte, i fanzinari, in quel momento mi stavano anche pesantemente sulle palle. A leggerli mi sembravano tanti dannati primi della classe pseudo-detentori della fiamma di Prometeo del vero punk, anzi, addirittura me li immaginavo sempre abbigliati in maniera impeccabile, la cresta geometrica e la tinta perfetta in colori introvabili. Il chiodo british style borchiato con perizia d’ingegnere. La puzza sotto al naso e la città sotto i piedi. E mica avevo poi tanto torto.

Quello che non capivo, però, era che io ero a mia volta un provinciale e mi imbottivo come un pesce palla di un’altra retorica, quella dell’autolesionismo ignorante. Che poi è sì, un po’ meno ridicolo dell’anarcomilitanza musica/politica, ma solo per il classico principio per cui è meno rischioso fingersi scemo che andare in guerra. Bella soddisfazione, comunque, sentirsi il punk perdente di paese che non si veste con la roba giusta. In tutta questa guerra dei poveri, io però compravo o recuperavo lo stesso tutto, dalle mille registrazioni una più pallosa e sciapita dell’altra alle odiate fanzine, dove leggevo recensioni entusiastiche di gruppi allora sulla cresta dell’onda come i Sickoids del mio amico Pasquale di Napoli (che al suo anarcoseguito non riusciva in ogni caso a far piacere noi) o come i Fichissimi del mio futuro amico Simone di Pinerolo, che non c’entravano apparentemente un cazzo ma che gustavano ugualmente a tutti, mentre invece di noi non si scriveva manco una riga, o se proprio si sprecavano scrivevano non fanno nulla di speciale e indirizzo a seguire. Poi è ovvio che ce l’avessimo con i cloni italiani degli Aus Rotten, americanacci che in quel momento andavano per la maggiore ma che riascoltati oggi, aridatece er nastro magnetico. In quegli anni scellerati, per puro assurdo, tutti si sentivano in dovere di scrivere pezzi sulla guerra in Iraq, sullo sfruttamento del petrolio, sulla vivisezione degli animali, sull’ingiustizia del sistema carcerario, sullo sterminio degli indiani e su mille altre cose che sono vere, orribili e sacrosante, ma che se le fai cantare a dieci gruppi punk modaioli al mese e controcantare a un coro di altri modaioli ubriachi diventano automaticamente delle banalità assolute. Manco a dirlo, la teoria secondo cui la musica ha il magico potere di scuotere le menti mi è sempre sembrata una volgare fricchettonata o un abominio fascista. La musica al limite può rappresentare, dall’interno, delle menti già scosse e trovare empatia presso altri eletti, ma non mi sembra poi una gran rivoluzione, o sbaglio?

Tutto questo giro di parole per dire che odiando io le fanzine degli anni Novanta, il modo settario in cui erano generalmente gestite e condotte e il potere sub-mediatico che accentravano nelle mani dello scribacchino di turno, ho deciso di farne una solo per andargli in culo, creare una nicchia a parte e rendere in parte giustizia alla mia bistrattata band. Se non altro non ho fallito nell’intento, anche se la Gioventù Bruciata, prima che mi procurassi un collegamento Internet e mettessi online la prima versione di Lamette, non era poi davvero un granché, e forse è anche ora che lo ammetta e che me ne renda pubblicamente conto.

Simone Lucciola

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...