MYRIAM

Red Tweny, A head against the wall (2015, inchiostro su carta, 50x70cm)

Red Tweny, A head against the wall (2015, inchiostro su carta, 50x70cm)

“Il falegname Giuseppe racconta dal suo punto di vista come la vergine Maria ha affrontato la questione dell’immacolata concezione”: così un ispiratissimo Francesco Quaranta a proposito di Myriam, il suo nuovo inedito a meno di un mese da Colui che aspetta.
Illustrazione di Red Tweny: A head against the wall.

Sarebbe cresciuto attento e sveglio, il Figlio, occhi scuri di animale pacifico, profondi come la natura stessa, parole di profeta e gesti d’amico. Prova a descriverlo così la mia dolente compagna, in parole disperate che mi urtano e ci separano. Sarebbe partito assieme a un gruppo di uomini persi, lei lo immaginava nei tramonti sulle colline, colmo di parole parche che si srotolano morbide verso i volti di ammirazione di compagni e seguaci. Avrebbe avuto amici, non molti ma devoti, coi quali sommare la sua scarsa cultura e insieme raccogliere i pensieri partoriti nelle loro cene e nei loro viaggi, pensieri che poi lui, il Figlio, con artistica maestria avrebbe tramutato in discorsi, storie e ispirazione per tutti. Sarebbe diventato un faro per il mondo, il disgraziato, e poi la sua leggenda avrebbe fatto il resto.

Come pretende che ci guardiamo dopo questi racconti, la mia Myriam? Io vedo solo l’odio che lei rivolge a se stessa per tutto ciò che ho dovuto abbandonare pur di metterci in viaggio, lei sa che dovrebbe solo appartenermi eppure il dolore la fa rabbrividire al mio contatto. Dovrebbe svuotarsi la testa, altri denari che se ne vanno in misture d’oppio, e per tranquillizzarla le canto le canzoni del suo paese natale, quelle che lei intonava per me con voce da bambina. Riesco a osservarla solo quando sonnecchia e le sue sopracciglia si aggrottano nella sofferenza di visioni impalpabili ma insistenti. Non l’amo di meno, nonostante il terribile atto, il suo soffrire è un calcio nelle viscere.

Myriam teme il giudizio della gente, paventa ancor di più quello divino e rabbrividisce, teme una qualche punizione e trema tanto da non riuscire a tenere niente nello stomaco. Ma nessuno sa nulla e il cielo ci ignora: Dio tentenna, forse perché da quando ha sfiorato la carne della sua creatura ha assaporato un po’ dei dubbi terreni.

Viaggiamo per lo più a dorso d’un asino vecchio e puzzolente che sa di peccato, ma pure di necessità, cerchiamo di farlo nelle ore più fresche mentre in quelle calde troviamo riparo. Myriam respira fumi di una bollitura di erbe che la solleva dai suoi fardelli, la notte, quando tocca a me baciarle la fronte e ricordarle che comportarsi altrimenti sarebbe stato peggio. Ma davvero, cosa posso saperne io? Ho soltanto la sua parola confusa, il suo racconto: le prendo la mano e stringo, stringo troppo, lei racconta piangendo perché sa di aver rovinato tutto. Accettare il compito, una leggerezza, rifiutarlo, un capriccio. Secondo il mio vecchio una donna non dovrebbe avere queste libertà di scelta.

Quando le stelle sono limpide e illuminano meglio tutti i miei dubbi, sento la necessità di fare l’amore con lei. Ma non possiamo, deve guarire, non si è ancora rimessa del tutto. Potrei trovarla, quella sua anima rintanata, spaventata e che lei teme persa nelle mani del diavolo, forse risponderebbe al mio bussare nel suo corpo. È tutto ciò che mi resta, è mia moglie, mi appartiene e tuttavia ancora non l’ho posseduta.
Era genuina e impacciata quando la vinsi alla lotteria del Tempio, candida, ancora nemmeno donna eppure già riservata e tormentata come una vera signora. Forgiata dalla terra, dagli alberi e dalle botte di un sacerdote dannato che pur di non renderla impura sfogava su di lei le brame in quel modo. I lineamenti infantili insufflati di femminilità, le tipiche esplosioni emotive che solo in età adulta potrà imparare a domare, e quegli occhioni neri, bovini e felini allo stesso tempo, pianeti di eterna commozione. Quegli stessi occhi che vedo incrinarsi e diluviare quando rammenta il suo estremo gesto.

L’ha visto nascere, il Figlio, ripete Myriam tra i singhiozzi, dopo un travaglio per cui nessuna è mai pronta davvero, una tortura umida, martellante e sanguigna, la sensazione di dover respirare per tutti e due fino a che quell’esserino non ce l’avesse fatta per conto suo. Lo racconta ad ogni crepuscolo, quel legame organico e sporco tra pianta e frutto a cui io, uomo, sono sempre stato esterno, supervisore non invitato.
Amore di madre narrato come fosse un pezzo di gomma: mano a mano che il Figlio cresceva, il sentimento s’ingrandiva e si stirava, strappando sempre più quelle radici che affondava dentro carne e nervi di lei. E, proprio come gomma, quell’amore sarebbe tornato indietro schioccando con sordo dolore al centro del petto, quando la razza degli uomini l’avrebbe sacrificato.

Vide tutto questo la notte in cui il ceffo venuto dal cielo le annunciò la nascita del Figlio. Quella notte in cui, tra curiosità e timori, in una bolla di emozione pura davanti alla minaccia di una spada divina, accettò l’impegno che sapeva tanto di sentenza. Non era pronta, le visioni di ciò che sarebbe stato le divorarono il sonno per settimane: crescerlo per vederselo portare via, privarsene dopo tutto il tempo insieme, costringerlo a redimere l’intero genere umano come una sorta di trucco di magia. Non era pronta a vivere per lui e condannare il Figlio a vivere in funzione degli altri, immolare il sangue del suo sangue e fargli sobbarcare le sofferenze di un mondo ingrato.

Avrei amato anche io quel figlio non mio, Myriam lo giura, eppure tutta questa storia potrebbe essere soltanto il sogno di una ragazzina impressionabile o una semplice bugia dettata dalla paura: me l’affidarono incinta, rovinarono il mio premio e mi riempirono di parole. Ragioni divine e giustificazioni impossibili. Pura, eppure gravida. Io sono un falegname, non potei non pensare di essere stato truffato. Eppure mi trovai là, a stringerle la mano e accarezzarle il cuore con sguardo compassionevole e pietoso, mentre la guaritrice eliminava la speranza dei popoli.
Sacrificare il Figlio per salvare tutti: è disumano. Prosciugare il cuore di una madre bambina per una remota speranza? Non era giusto.

Myriam ha quindici anni, tutta la vita davanti e un bagaglio di errori ancora da riempire qui al mio fianco. Crescerà, imparerà la mia Myriam, e semmai riusciremo a perdonarci, ritroveremo l’amore e un figlio che sia soltanto il nostro. Rifiutare il compito, interrompere il legame con il cielo, questo era ciò di cui avevamo bisogno. Troppe sono già le promesse, troppi i miraggi di salvezza al mondo.
Amen.

Francesco Quaranta

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