CASUAL FRIDAY #17: VIZI (QUASI) CAPITALI

Casual Friday (ora anche su Facebook) è la rubrica di Verde nata per promuovere un nuovo reading code. Ogni settimana un racconto inedito di un autore diverso che cercherà di farvi ridere, divertirvi o semplicemente imbarazzarvi. Oggi leggiamo sette piccole storie, sette Vizi (quasi) capitali di Flavio Ignelzi. È venerdì, rilassati!
Fotografia di
Elisa Piatti (Recording session with Chow).

Flavio Ignelzi (Benevento, 1972) legge, scrive e fa altre cose, non tutte interessanti. Ha seminato qualche racconto in piccole antologie di provincia, perché piccolo è bello; qualcuna l’ha anche curata (Oschi Loschi), ora stanno tutte bene. Ha scritto di musica tosta (Salad Days Magazine), ma al momento ha smesso, senza neanche bisogno di medicine. Qualcuno lo chiama ancora ingegnere, ma lui ha imparato a non offendersi. Un giorno farà quello che gli piace davvero, appena capirà cosa.

1. La semina

«Si rischia una strage,» s’infervora la signora, una pensionata che abita nel mio palazzo, «ne trovo sempre più spesso».
Mi mostra una manciata di triboli, azzoppamuli, piedi di corvo, insomma chiodi a tre punte. Squarciano gli pneumatici delle auto. Li ha raccolti nel curvone sotto casa, dice, sulla rampa per la tangenziale.
«È vero. È una vergogna,» annuisco privo di espressione, per tagliare corto. Non ho voglia di mettermi a discutere. Sto tornando a casa dal lavoro. La stanchezza bussa alle tempie. Ho anche fame. Sparisco nel portone, salgo in ascensore, entro in casa. Mia moglie sta stirando. Ripongo soprabito e ventiquattrore.
«Ciao, come va?» Nessuna risposta.
Le vado dietro e la bacio sul collo, provo a strizzarle le tette che manco si sentono nel tutone Nike.
«Non è il momento,» si lamenta disarcionandomi.
Respiro a fondo. Inspiro. Espiro.
«Hai preparato qualcosa da mangiare?»
«Non ho fame. Fai te, in frigo c’è qualcosa,» risponde distratta, passando il ferro su di un jeans.
Recupero il pacchetto di Pall Mall dalla giacca, vado a sedermi in salotto e mi accendo una sigaretta.
«Potresti fumare fuori?» mi urla dall’altra stanza.
Lei però se le fuma le sigarette sul divano, la stronza.
Esco sul balcone, aspiro una boccata di fumo e lo sfiato fuori al rallentatore. Penso a quanti chiodi mi sono rimasti. La scatola è quasi finita. Più tardi esco a fare un’altra semina. Sperando che la vecchia si faccia i cazzi suoi.

2. C’è Luca

«No, non lo puoi indossare,» sentenziò Marzia.
«E adesso come faccio?» mugugnò sconsolata Daria, «non ho quello di riserva».
Stavano parlando del pezzo di sopra del bikini di Daria, strappato in più punti. Erano chiuse in una cabina, in prossimità della spiaggia.
«Potresti restare in topless!»
Marzia rise, l’amica no.
Marzia tornò seria. «Rientriamo a casa?»
«C’è Luca».
«Mica è il tuo fidanzato!»
«Neanche il tuo, se è per questo!»
Marzia si zittì.
«Uff. Me ne frego. Metto la maglietta».
«Non potrai fare il bagno. Se s’inzuppa, ti si vede tutto».
«E io resto sotto l’ombrellone».
Daria tirò fuori la maglietta dalla sacca di tela e la indossò.
«Dimmi se è trasparente».
Marzia la fissò seccata. «Qua è buio, non si capisce, vieni alla luce».
«Non posso. Fuori ci sono tutti. C’è anche Luca».
«Luca, Luca, per te c’è solo Luca».
«Dai, dimmi se si vedono le tette».
«No, non si vedono!»
«Ok. Grazie!»

Sgattaiolarono fuori dalla cabina e si diressero agli ombrelloni, dove stazionavano tutti gli amici. Alla luce del sole la t-shirt era bianca ma non trasparente.
«Siamo tornate!» sbottò Marzia raggiante, rivolta a Luca. Luca sorrise, poi la scavalcò e puntò Daria.
«S’è proprio rotto. Dovrò stare tutto il giorno con la maglietta,» rispose la ragazza ad una domanda che lui aveva formulato solo con gli occhi.
Marzia serrò i pugni. Poco distante passavano tre ragazzini; in mano reggevano delle bombe d’acqua, palloncini gonfi pronti per essere lanciati. Marzia si avvicinò a quello più grandicello e gli indicò Daria.
«Mira alla maglietta bianca,» gli intimò, facendogli l’occhiolino.

3. Aida

Stiamo andando a teatro, io e lui. Stasera c’è l’Aida di Verdi. Io indosso abito da sera e tacchi vertiginosi. Lui un completo gessato. Per essere il suo primo invito fuori mi sembra un po’ sfarzoso. Vuol fare bella figura, evidentemente. Galanteria e ostentazione.
Quando accediamo al foyer, la coda di persone che sta entrando in teatro è consistente. Lui mi fa segno di seguirlo e scavalchiamo tutti. Le occhiatacce e i commenti maligni si sprecano. Io mi vergogno un po’, gli sto appiccicata.
Sulla soglia, tra i tendaggi, siamo bloccati da una giovane hostess in divisa: capelli raccolti, trucco misurato, inappuntabile. Stacca i biglietti e distribuisce i libretti. Ci prega gentilmente di tornare indietro e rispettare la fila.
Lui incassa il colpo ma non lo dà a vedere. Riesce a rispondere con una risata nervosa e a controllare la rabbia.
«Come ti chiami?» le chiede.
«Sonia,» risponde la ragazza, «la prego, osservi la fila».

La coppia attempata in testa alla processione ci squadra disgustata, in silenzio. Sono molto in imbarazzo.
Lui è furibondo. Si allontana recuperando il telefonino dalla tasca interna della giacca.
Anch’io mi defilo. Trovo riparo dietro una colonna. Lui esce all’aperto e inizia a urlare.
Quando ritorna da me è un leone dopo la battaglia, ansante ma fiero.
«Un attimo ed entriamo,» mi sussurra simulando serenità.
Aspettiamo qualche minuto appartati, accanto agli affreschi dell’atrio, lontani dal corteo di spettatori. Poi sento qualcuno che chiama, rivolto a noi: «Assessore?»
È il direttore del teatro. È all’ingresso del teatro. Ha bloccato la coda di persone e ci fa segno di raggiungerlo.
Ci muoviamo in fretta. Fisso il pavimento per evitare di incrociare gli sguardi sdegnati degli incolonnati. Qualcuno urla epiteti diretti a lui e al direttore. Una voce femminile mi definisce puttana.
Entriamo velocemente. Passiamo davanti a Sonia, afflitta e immobile, con gli occhi bassi.
Lui le si accosta e bisbiglia: «Sonia, fossi in te cercherei un’altra occupazione».

4. Sacher

«Ma dai, non ci credo».
«Invece è così. Dopo quell’episodio Fabrizio mi ha chiesto di non invitarlo più a cena».
Vanna e Romina bisbigliavano in cucina, per non farsi sentire dagli altri commensali che erano di là, in sala da pranzo.
«Pensi che lo chiederà anche stasera?»
«Ne sono sicura. Già gli ho fatto uno sgarro dicendogli che a cena eravamo in sette».
«Ah, per questo borbottava che mancava qualcuno».
«Già. Invece siamo in cinque».
«Ha dovuto portare un dessert più grande. Cos’ha portato?»
«Una sacher».
«Mmh, buona!»

Le due donne tornarono a tavola col dolce. Lato sinistro: Fabrizio e Vanna (i padroni di casa); lato destro: Cesare e Romina (gli amici d’infanzia); capotavola: Giannantonio.
Vanna servì una fetta di sacher a testa e Fabrizio stappò un passito di Pantelleria.
Discussero dell’autunno e del tempo. Le previsioni confermavano acquazzoni per il weekend. Romina proclamò che qualsiasi meteorologo che annunciasse acquazzoni le stava antipatico. Tutti annuirono. Vanna raccontò di quando era bambina e piovve per trenta giorni di seguito. Ora che era una vecchia arteriosclerotica di quarantadue anni (la interruppe il marito, guadagnandosi un’occhiataccia), le stagioni delle piogge erano cessate.
Gustarono la sacher, sorseggiarono il passito, Fabrizio propose di chiudere la cena in soggiorno con toscani e cognac.
«La mangi?» si sentì finalmente chiedere Vanna da Giannantonio: fino ad allora era intervenuto il minimo indispensabile. L’uomo stava indicando la sacher avanzata, poco meno della metà.
«Vuoi portartela?» ribatté Vanna, sottolineando l’ovvio per gli altri commensali. Romina era allibita.
«Se non la mangiate…»
Vanna liberò un sorriso tanto ampio quanto fasullo. «Certo, Giannantonio, scusa se non c’ho pensato, la sistemo nel cartone con cui l’hai portata».
La donna prese la torta e si diresse in cucina.
A metà strada inciampò, la torta volteggiò in aria e si schiantò sul pavimento.
«Ops. Mi è cascata. Quanto mi dispiace!» sghignazzò.

5. Pensierini

La maestra gli fece segno di andare. Toccava a lui. Mattia si alzò dalla sedia, reggendosi al piano di formica del banco, e attraversò l’aula. Raggiunse la cattedra col quaderno arrotolato in pugno come una clava.
«Mattia, ci vuoi leggere i tuoi pensierini a piacere sulla domenica in famiglia?» chiese la maestra.
Il bambino scandagliò l’aula e capì che poteva emozionarsi. Tutti lo guardavano, qualcuno ridacchiava, Lorenzo faceva le boccacce.
«Lorenzosmettidifareilcretino,» apostrofò la maestra.
Mattia staccò le pagine del quaderno che si erano incollate sotto al sudore del palmo. Lo aprì alla pagina giusta e ingoiò il groppo di saliva prima di iniziare a leggere.
«A pranzo io, mamma e papà siamo andati al ristorante in centro vicino alla cattedrale».
Mattia guardò la maestra per capire se andava bene. Lei sorrise accondiscendente. Lui buttò un occhio alla classe e vide che Lorenzo gli mimava Cic-cio-po-ta-mo con la bocca. Lesse il secondo pensierino.
«Ieri mi ha telefonato il dottore e mi ha detto che devo impegnarmi di più».
La maestra rise nervosa, fece di sì con la testa e lo incoraggiò a leggere l’ultimo pensierino.
«Mamma e papà hanno nascosto tutte le merendine sull’ultimo ripiano del mobile del ripostiglio».
Mattia alzò gli occhi e vide Lorenzo che frugava nel suo zaino, stava tirando fuori un malloppo di Cuki alluminio.
Mattia si lanciò sul compagno di classe, lo travolse con i suoi sessanta chili, gli strappò dalle mani la merenda e lo scaraventò ad un metro di distanza.
Mentre la maestra urlava di fermarsi.
La sua merenda.
Mentre la classe era immobile a guardare la scena.
La sua merenda.
Una delle tre merende che aveva nello zaino.

6. Gelosia portami via

L’auto arrivò di gran carriera e si arrestò all’imbocco del vialetto che conduceva alla villetta in pietra con imposte in legno.
L’uomo scese e si guardò attorno. La strada era deserta: a quell’ora del mattino nulla di inconsueto, a parte lo scooter giallo limone del pony express; era parcheggiato accanto alla cassetta della posta, proprio come si aspettava.
Lo esaminò da vicino, poi tornò alla propria auto, aprì il portabagagli e raccolse il cric; quindi si diresse all’entrata dell’abitazione, percorrendo il vialetto a passo deciso.
Infilò la chiave nella serratura e provò ad aprire il portoncino. La catenella lo bloccò, impedendogli di entrare.
«Apri, troia! So che c’è lui!» urlò.
Dall’interno della casa giunsero voci trattenute; poi rumori di movimenti concitati.
«Apri che gli sfondo il cranio!» sbraitò pestando col pugno sul legno e infilando il muso nello spiraglio che gli concedeva la porta (imitazione mal riuscita di Jack Torrance).
Sua moglie arrivò finalmente alla porta. Lui la esplorò da capo a piedi. Indossava un babydoll trasparente, dei sandali con i tacchi alti e nient’altro.
«Calmati. Posso spiegarti!» provò a ribattere la donna.
«Ma cosa vuoi spiegarmi! Apri o sfondo la porta!» Altre due randellate sul portoncino.
«È tutto un equivoco. Dammi la possibilità di chiarire la situazione!»
«Apriii!»
«Ok, adesso apro, ma tu ti calmi un attimo».
«Apri, così gli spacco la testa e poi ne parliamo!»
La donna accostò la porta. Un lieve cigolio accompagnò la catenella che veniva sfilata. La porta si spalancò, lui la infilò brandendo il cric.
«Dov’è?»

Entrò circospetto nel soggiorno; ispezionò i cuscini schiacciati del divano ancora caldi, mentre fuori un ragazzotto con la divisa sbottonata del pony express filava come una saetta lungo il vialetto fino al motorino.
Lo intravide con la coda dell’occhio e si precipitò sulla soglia.
«L’hai fatto scappare dal retro!» urlò a denti stretti: il giovane aveva già messo in moto e adesso accelerava a manetta sgommando via come se avesse l’inferno dietro di sé.
L’uomo restò a fissarlo fino a quando non scomparve all’orizzonte e solo allora abbassò il cric.
«L’hai fatto scappare a gambe levate,» mormorò elettrizzata la moglie, «proprio come piace a me».
«Sono stato bravo?» si vantò lui, accostando la porta. Il suo pantalone era teso sul davanti, come la prua di una nave.
«Sei stato bravo maschione, e adesso meriti una bella ricompensa,» miagolò lei sfilandosi il négligé e sculettando fino al divano.

7. Forum su Retequattro

Alle due di notte trasmettono le repliche di Forum, quello con Rita Dalla Chiesa. Retequattro è l’unico canale che riesco a vedere con la televisione bianco e nero dodici pollici che ho sulla postazione. Alle due di notte il casello autostradale è quasi deserto.

Giunge una Punto, guida un signore di mezz’età, paga dodici euro e settanta, mi consegna una manciata di spiccioli, «Cheffà, non si fida?» dice, guardo la tv e inizio a contare, la sbarra non la alzo, lui s’innervosisce, «Ma insomma, che modi» dice, finisco di contare, «Mancano venti centesimi» dico, lui mi fulmina con lo sguardo, «Sicuro?» dice, ma intanto ha già preso il porta monete, «Per venti centesimi», mi passa la moneta, alzo la sbarra.
Rita Dalla Chiesa battibecca con uno del pubblico, che è retribuito, dicono. Ci sono due prezziari, dicono: pubblico normale e pubblico parlante. Vorrei far parte di quello normale, io.

Arriva una Focus Station Wagon, guida un ragazzotto giovane, la ragazza di fianco è china su di lui e gli sta facendo un pompino. Santi Licheri sta rientrando ma io non ascolto la sentenza. Il ragazzotto mi passa biglietto più bancomat e bisbiglia qualcosa alla ragazza, lei si mette in posa in modo che io possa guardare meglio quello che sta facendo. Striscio la carta, non ha bisogno del pin. «Tutto ok?» chiede lui per richiamare l’attenzione su di sé, lei sempre giù a lavorare di bocca, non rispondo, non lo guardo, gli passo la carta e alzo la sbarra.
Santi Licheri parla come un pesce in un boccione. Non mi va di leggergli il labiale.

Piomba un’Alfa Romeo, un palestrato mi passa tagliando e venti euro, il pubblico applaude ma non sento lo scroscio, gli passo il resto e alzo la sbarra, «Ti ho dato cinquanta!» dice il tizio, non gli rispondo e guardo la televisione, «Ehi, ti ho dato cinquanta!», Rita Dalla Chiesa commenta la sentenza ma io non sento niente, «Ti ho dato cinquanta, stronzo!» urla e apre lo sportello, «Si prega di non scendere dal veicolo» dico e torno a guardare lo schermo. «Figlio di puttana, sei un figlio di puttana!» urla, sbatte lo sportello e sgomma via.
Guardo Retequattro, sospiro e intasco i trenta euro.

Flavio Ignelzi

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...