LA SCIMMIA (1/5)

Proseguiamo la lettura di La scimmia, il romanzo che Francesco Cortonesi sta scrivendo per Verde. Siamo alla quinta puntata del primo capitolo: le precedenti sono qui.
Fotografia di Elisa Piatti.

«L’undici settembre del duemilauno, alle nove e tre minuti, il volo centosettantacinque della United Airlines si abbatte contro la Torre Sud del World Trade Center tra il settantottesimo e l’ottantaquattresimo piano. Nonostante l’esplosione, all’ ottantaquattresimo piano, la scala esterna che conduce all’uscita resta intatta e una volta diradato il fumo, torna a essere agibile. La scala garantisce una via di fuga sicura per tutte le persone intrappolate nella parte alta della Torre Sud. Solo che nessuno lo sa,» dici mettendole una mano sopra la sua. La mano che lei tiene sopra il coltello. Seduta di fronte a te c’è Clara che ti guarda sorridendo. Sono le dodici e trentatré minuti. Siete seduti a un tavolo per due nel salone centrale del Morso del Drago, il ristorante cinese all’ottantacinquesimo piano.

Il locale è affollato. In tanti scattano fotografie. Tutti hanno vecchie macchine fotografiche a rullino. Nonostante l’illuminazione, qualcuno usa il flash elettronico come compensazione.

«Capisci? Tutte quelle persone potevano salvarsi. L’uscita è a due passi da loro, ma l’ignoranza li condanna a morte».
«Le radio dei pompieri non funzionavano,» dice Clara, «i pompieri usavano frequenze diverse da quelle degli agenti di sicurezza».
«Nessuno di solito usava le scale. Quasi nessuno conosceva la scala esterna dell’ottantaquattresimo piano».
«Usavano tutti gli ascensori naturalmente».
«Il rovescio della medaglia. Una volta abbiamo fatto l’amore in ascensore, ricordi?»
«Dall’ottantacinquesimo al trentaseiesimo mi pare».
«Eravamo in ascensore e guardavamo lo schermo. Alcuni poliziotti stavano prendendo a calci un uomo che protestava vicino al muro; indossava la maschera di Steve Jobs.
«Ormai sono ovunque. È la loro rivoluzione. Qualcuno li ha soprannominati anarco-apples.

Un uomo appoggiato a un treppiede vicino al vostro tavolo tira fuori una macchina fotografica da una borsa nera che tiene a tracolla. L’uomo appoggia la macchina fotografica sul treppiede e poi si china leggermente per scattare la fotografia.

«C’è un concorso fotografico dedicato ai ristoranti più famosi del mondo, o qualcosa del genere. Quelli che sono qui sono tutti fotografi professionisti o appassionati dilettanti. Odiano il digitale».
«Siamo sommersi da ricordi inutili».
«E con questo? Cosa ce ne facciamo dei ricordi ormai?»
«Quando ero piccolo, avevo quattro o cinque anni mi pare, avevo un album e ci disegnavo ricordi che venivano dal futuro».
«Immaginavi di essere vecchio e di guardare con nostalgia al passato?»
«Immaginavo di poter viaggiare nello spazio e nel tempo».
«Che carino, un bambino che s’immagina di essere vecchio che a sua volta s’immagina com’era quando era bambino».
«Il senso della vita è tutto qui. Non sappiamo dov’è l’uscita».

L’uomo scatta finalmente la fotografia. Rimette la macchina fotografia nella borsa, piega il treppiede e se ne va in silenzio.

«Ho ordinato riso per entrambi. Riso e nuvole di drago,» dice Clara.
«Vorrei visitare i laboratori nei sotterranei questa sera. I laboratori sotto lo zoo».
«Potremmo sentire Applewithe. Lui potrebbe aiutarci a entrare».

In quel momento il cameriere appoggia i piatti sul tavolo. Giovane, forse meno di vent’anni, sembra uscito da una vecchia commedia italiana. Ti sembra di averlo già visto. Cerchi in ogni modo di visualizzare la scena, ma trovi solo immagini sfocate come se ci fosse davanti il fumo di un incendio.

« Applewithe? E come potrebbe?»
«Dice di aver accesso ai sotterranei. Una volta mi ha parlato di informazioni confidenziali».
«Informazioni di chi?»
«Pensavo che Applewithe ti piacesse».
«Questo non significa che io creda a tutto quello che racconta».
«Ti conosco da sei mesi e ancora non mi hai detto come hai fatto ad ammalarti».
«Vuoi proprio saperlo?»
«Sono abbastanza curiosa».
«Ho ucciso un uomo. Al sessantaquattresimo».
Clara sfiora con l’indice il bordo del bicchiere di cristallo.
«Non aveva fatto nulla di male e probabilmente non ne aveva neppure l’intenzione».
«E allora perché lo hai ucciso? Un errore?»
«Lo avevano segnalato come un terrorista. Dicevano che voleva colpire la Up Elevator. Gli ascensori della Up Elevator».
«Di nuovo gli ascensori. Gli ascensori andrebbero riprogettati».
«Sono completamente sbagliati. Sorpassati».

Il cameriere si avvicina di nuovo, titubante come un fantasma che teme di essere visto.
«Perdonate, desiderate altro?»
Cerchi di ricordare dove hai visto quei capelli così neri, dove hai visto a sua faccia squadrata. Forse in un altro ristorante, al ventunesimo piano. Nelle Torri i camerieri si assomigliano tutti. Come se il lavoro finisse per modificare i loro tratti somatici. Una volta hai letto un articolo sulla fisiognomica e ti è sembrato plausibile. Guardi la zuppa e nelle gocce d’olio che galleggiano in superficie, ti sembra di vedere la tua faccia riflessa.

«Ce ne andiamo,» rispondi, «abbiamo un appuntamento».
Il cameriere fa un cenno con la testa e toglie i piatti con movimenti lenti, cadenzati, meccanici, ma non automatici e si allontana come se stesse camminando in equilibrio su una corda.
Lasci i soldi sul tavolo. Mancia compresa. Comprendi che per qualche istante il tuo cervello si è spento nel momento in cui ti accorgi che Clara è uscita per fumare una sigaretta. Ti alzi e improvvisamente un bambino ti si para davanti e ti scatta una fotografia.

CONTINUA (qui tutte le puntate)

 

Francesco Cortonesi

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