ARSO DAL SOLE DEL DOVERE – DRAMMA IN MORTE DI PIER PAOLO PASOLINI

Arso dal sole del dovere – Il corpo da macello e la macchina sportiva di Pier Paolo Pasolini è un dramma teatrale in un atto scritto da Sergio Gilles Lacavalla (il primo, e unico fin’ora scritto, di un serie sulle morti di Yukio Mishima, Jean Genet, Rainer Werner Fassbinder, Derek Jarman, Egon Schiele e Albert Camus), già messo in scena come reading in concerto con le musiche di Winter Severity Index e NL4T. Lo leggiamo oggi, a quaranta anni esatti dalla morte del poeta. 
Fotografia di Elisa Piatti, che sarà con noi ancora per una settimana.

Nota dell’autore. Dove non specificato dalle canzoni pop degli anni Sessanta-Settanta, la musica di tutto il dramma potrebbe essere di Spiritual Front, Macelleria Mobile di Mezzanotte, Ivashkevich, Winter Severity Index, Calm’n’Chaos e altri musicisti della “scena oscura romana”. La musica è un sottofondo continuo.
I danzatori butoh, o attori da teatro fisico, possono essere sostituiti da danzatrici-attrici dai tratti mascolini, androgini, solo donne; oppure da donne e uomini, l’importante è l’aspetto androgino.

Intro con Ostia (The Death Of Pasolini) dei Coil, 1986. Nel buio.

“There’s honey in the hollows
And the contours of the body
A sluggish golden river
A sickly golden trickle
A golden, sticky trickle […]


La scena teatrale si svolge all’Idroscalo di Ostia (dove è stato ammazzato lo scrittore e regista) e nella Torre di Chia, l’ultima residenza del poeta, quella di campagna dove scriveva l’incompiuto ultimo romanzo
Petrolio. È notte. Arriva la macchina di Pier Paolo Pasolini (nelle rappresentazioni all’aperto, in luoghi tipo il reale Idroscalo di Ostia, l’automobile sarà una vera automobile; in quelle al chiuso, nei teatri, la macchina sarà la carcassa di un’automobile o anche solo i fari della macchina). Dallo stereo dell’auto esce la canzone di Luigi Tenco Vedrai Vedrai. Si intravede Pasolini al volante, ma non si vede bene all’interno dell’abitacolo chi sia con lui.

“Quando la sera me ne torno a casa, non ho neanche voglia di parlare.
Tu non guardarmi con quella tenerezza, come fossi un bambino
che ritorna deluso […]

Pasolini scende dalla macchina, solo. Allo stesso momento si accende la luce di una lampada che illumina una scrivania sul fondo del teatro-campo di calcio, è la luce nella Torre di Chia, dove c’è ancora lui: Pasolini, che da questo momento racconterà la propria morte vedendola sul suo doppio ucciso sul campo di pallone dell’Idroscalo interpretato da un attore-danzatore butoh – e poi su se stesso.

PASOLINI (Canticchiata) “Vedrai vedrai, vedrai che cambierà,
forse non sarà domani, ma un bel giorno cambierà.”
È cambiato tutto.
Ma quel giorno è stato orribile.
Non è avvenuto, però, all’improvviso.
Anche se, sì, è stato veloce.
Il primo conato di vomito dopo un amplesso.
Per quell’acne sul viso e sulle spalle che non mi diceva più di gioventù.
La gioventù era invecchiata a diciassette anni come ai miei cinquanta.
Ci eravamo entrambi corrotti: avevamo seguito il nostro tempo.
Questo ci ha corrotto.
Il presente ci corrompe. “Io sono una forza del passato”. Ma certo (con sufficienza e ironia). No (con decisione). E neanche “moderno”. Il mio passato non è stato che un susseguirsi di inevitabile presente.
Mi aggiro per le strade di notte e nel sole,
che crea ombre sui palazzoni
– altari di cemento edificati sopra le macerie di una scuola di periferia, senza più maestri; dentro il salotto, la televisione. Ci andavo anch’io in televisione. Ma adesso basta. Una reclame e poi compriamo noi stessi. Io, in questa notte decisiva, pago per l’ultimo acquisto. E poi, per tutti, sarà debito: sarà sempre più sul debito –
Questi palazzi che hanno mangiato le casette di calce di ieri
quando i ragazzi erano spogli come esse,
e sorridevano senza aspirazioni nei giorni eterni,
così distanti da chi potevano soltanto derubare,
ma mai somigliare né invidiare,
rubare era la loro ribellione individuale,
con la pelle scura per il sole e l’odore di sudore del Mandrione,
a terra avvinghiati in una lotta
che non guardava altre giornate.
Io li osservavo.
E devo dire che era bello. Quante domande gli facevo. E loro quanto ridevano, coi denti storti e il sorriso acceso e disincantato, eppure ingenuo.
Anche quando prendevano i miei soldi, erano ingenui.
No! Ero io che li vedevo così. Si preparavano, in realtà, a farsi gli assassini di oggi.
Come te. Dai lo so.
Eppure li sentivo così,
annusandoli,
toccandoli dentro.
Fuori; che era l’unico loro dentro.
Così, adesso, il vento arriva da sud-est. Dal mare.

Dall’automobile è uscito Pino Pelosi, che si avvicina a Pasolini e gli tocca la bocca e l’inguine.

Sai ancora della cena.
Dentro, lo sperma sulla mia bocca cola, dentro, ogni volta,

In scena, Pelosi continua a muoversi attorno a lui sfiorandolo, soprattutto la bocca, quasi per dirigere le sue parole, quasi per non farlo parlare.

stanotte,
come tutte le notti,
ormai
non sa più degli adolescenti
del budello stretto teso dalla Tuscolana alla Casilina,
sui pratoni dietro alla borgata Gordiani,
non posso guardarli,
e degli spiazzi e le baracche di Cecafumo e del Pigneto
e polvere sollevata dal pallone. – Ancora un tiro –
Devo ripetere i nomi dei luoghi. Ricordare. Perché tu non hai memoria. D’altronde, lì ci vivi. Ricordare. Ma non come oggi. Non come oggi! Pure se rimane solo questa notte, solo l’oggi della decisione. E questo luogo.

Il movimento di Pelosi si fa più violento e fisico su Pasolini, che è quasi assente nella sua narrazione.

È sperma chiuso in pantaloni tutti uguali
comprato da una pubblicità.
È seme non fecondo che condanna alla maledizione.
Sulle mie labbra. La tua sborra da merce,
che ora urini veleno contro la rete – Pisciami in faccia, questa notte vale tutto, più delle altre notti: è la mia decisione, oltre la stanchezza –
Anche queste baracche vogliono sembrare le case estive della borghesia.
La nostra orgia, che ridere, così misera.
Misere parodie. Eppure identiche
nel progetto di un’uguale ambizione.
Come te. Trasfigurato in uno sviluppo senza progresso. Non ascolti.
Bestia da consumo.
Ipocrita e feroce.
Pallido e con le spalle strette e deboli, guardati,
per niente sole sulla pelle opaca.
Nessuna corsa,
nessuna lotta.

Mi ripugna il tuo corpo falso,
di “informe accidia” .
Guasto di violenza.
Il membro già e ancora rigido
senza sensualità e gioia.
Succhia il mio, almeno è ancora quello di un uomo. Non sei d’accordo, eh? Non sei d’accordo? (con rabbia)

“La tragedia è che non ci sono più esseri umani,
ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra” .
Questa notte, ogni notte, noi, non siamo che questo: strane macchine
che urtano una con l’altra.
Macchine senza motori:
nient’altro che vuote carrozzerie coi fari accesi sull’inferno.

Pelosi porta Pasolini verso i fari della sua macchina. Gli apre e tira giù i pantaloni.

Ecco, il tuo sesso mi penetra brutale, da dietro.
Mi incula nella mia nausea vogliosa, forse la stessa del primo conato, che si ripresenta di continuo, in queste occasioni, lo voglio così, certo, per questo lo detesto,
mi detesto, che credi?
con un respiro di affannato disprezzo
in me che eiaculo bramando nei brividi…

Dallo stereo della macchina parte la canzone La notte di Adamo (su questa canzone PPP bacia sulla bocca Pelosi, voltando il viso mentre è sodomizzato. Poi si toglie dal suo pene rigido e, masturbandolo, continua a baciarlo sulla bocca.

PASOLINI (quello davanti alla macchina, ora dice): Dimmi che mi ami.

Pelosi ride. Pasolini gli tira i capelli con violenza e lo bacia ancora, mordendogli le labbra facendolo sanguinare. Inizia una lotta tra di loro, Pasolini colpisce disperatamente Pelosi, che continua a ridere, si ripara dai colpi, sembra quasi in gioco, che si trasforma poi in uno scontro reale, ora l’avversario di Pasolini non ride più e colpisce anche lui.

“Se il giorno posso non pensarti, la notte maledico te.
E quando infine spunta l’alba, c’è solo vuoto intorno a me.
La notte tu mi appari immensa, invano tento di afferrarti […]

La lotta si trasforma di nuovo in un rapporto sessuale, duro, violento, dai caratteri sadomasochisti. Pelosi sodomizza ancora Pasolini, gli tira i capelli, si fa fare una fellatio mettendoglielo in bocca con brutalità, lo schiaffeggia.

PASOLINI (ancora quello davanti all’automobile): Dimmi che mi ami!

PASOLINI (di nuovo quello alla scrivania, nella Torre di Chia) … di un altro eterno istante necessario
d’ebbrezza e follia,
nel denso vuoto
inarcando la schiena allo smanioso tormento.

Adesso è Pasolini a sodomizzare Pelosi.

Poi sono io,
in te venendo dentro
ma mai arrivo alla tua testa
mentre la mia annega
nei gesti ripetuti:
sempre quelli
ogni notte
fino a non riconoscere più
i nostri corpi separati.

Pasolini continua il monologo nella sua abitazione, adesso spogliandosi e proseguendo nudo, come nelle ultime foto di Dino Pedriali alla Torre di Chia, mentre l’altro Pasolini viene spinto contro la sua automobile da Pelosi. Che lo bacia e lo colpisce con pugni e schiaffi. Lo masturba. Intanto il Pasolini narratore viene carezzato, baciato, sulla bocca e sul sesso, spompinato, da un ragazzo uscito dal buio. Questi si alza, gli dà uno schiaffo. Un bacio. Dopo un po’, alcuni uomini, usciti anche loro dal nulla del buio del teatro, da un’altra automobile che adesso accende i fari rivelandosi, vanno verso la scrivania. La lampada sul tavolo illumina accecante Pasolini. Questi uomini cominciano a colpirlo. Sembrano quasi dei poliziotti che torturano un prigioniero per farlo parlare. Alcuni di loro vanno a dare man forte al Pelosi. Pelosi si scansa e lascia gli altri a colpire Pasolini, la violenza presto si trasforma in un rapporto sessuale a più persone, quasi una gang bag cui protagonista, vittima e centro del piacere è Pasolini, che masturba e spompina i suoi aguzzini-amanti, si fa inculare da essi. Poi, questo amplesso di gruppo diventa di nuovo un pestaggio, adesso violentissimo. Tra le botte ancora qualcuno compie atti sessuali su Pasolini. Partecipa anche Pelosi.

Il colpo arriva sulla testa.
In un primo momento non reagisco:
siamo qui per questo, no? Ti ho pagato per questo. Quante altre volte è successo.
Pugni.
Frustate.
Le mani le porto al capo solo per non vedere
ciò che ho già visto,
e continuo a guardare, in questi colpi..

Ho visto tutto:
la violenza dello Stato e quella di intellettuali vili,
di politici che corrompono ogni essere
tra le nuove borgate.
Del potere finanziario – servito dai ministri della repubblica.
Per giovani come te formati della loro anarchia:
il potere politico di permettere ogni (loro) cosa per legge.
(Ma tu non ascolti e io non parlo, voi non mi ascoltate, ma sì, non vi ho forse chiamato anche per questo? Niente parole. Non parlo per te, per nessuno di voi, non parlo, mi riempio la bocca, solo riempirsi la bocca, e poi un altro e un altro, che colpisce e tu batti ancora e ancora colpisci; insieme a tutti agli altri. Io non riesco più a venire. Adesso c’è solo dolore. E forse non lo voglio più).

Pelosi prende a crocifiggere Pasolini ai fari della sua automobile. Inespressivo, insensibile. Gli altri, che hanno smesso il pestaggio, guardano. Uno si masturba. Anche Pasolini narratore inizia a essere crocifisso nel suo monologo alla scrivania.

Poi perché l’amore per la vita mi travolge in un attimo.
E questo amore,
ho sempre saputo che non poteva portarmi bene.

La strada è un fascio di luce dell’automobile
in una corsa tra le primule e le viole
e le arterie sterrate
e poi l’asfalto e terra e il caldo sporco
dell’India e l’Africa.
La polvere delle periferie romane
come quella del Kenia e del Sudan.
Luoghi sacri come in Israele e in Giordania,
di giovani cristi che pensavo “simpatici malandrini
a Ponte Mammolo e al Quadraro. A Donna Olimpia.
Sbagliavo. Ma devo ripassare in quei posti. Come vi passavo. Ci devo ripassare. Ci passo. Tra le primule e le viole. Per sopportare. E non sopportare più. Perché ora non c’è nessun piacere.
Le partite di pallone alla scuola di Ciampino e a Casarsa coi ragazzetti, sempre loro. Passa.
Giro per la Tuscolana come un pazzo,
per l’Appia come un cane senza padrone” .
Cercando un padrone.
Ma un padrone cattivo e violento come me.

Adesso dal gruppo di carnefici-amanti si fa avanti un altro danzatore-attore che prende a colpire Pasolini crocifisso ai fari. Gli altri, insieme a Pelosi, continuano a guardare.

Un altro colpo alla fine della strada.
In questo funereo campo di calcio.
Ho scelto gli assassini comunisti di mio fratello
allo stesso modo, ora, di questi del neocapitalismo
in una notte che si veste dei miei stessi abiti alla moda
e sale su un’automobile veloce.

Alfa Romeo Giulietta GT 2000.

Madre, che mi hai dato il sentimento più grande dannandomi a “un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima” .
Ma ora questa assenza, assenza d’anima,
è mostruosa e malefica.
Madre, non guardarmi con quella tenerez… ! Non lo senti quanto è penosa adesso? Ne ho bisogno.
Madre, aiutami!

E poi urlerai una seconda volta e sarà finita anche per te che rimetterai di continuo in ordine i miei libri sulla scrivania.

I carnefici riprendono a colpire il Pasolini inchiodato alla sua macchina. Ora sono solo botte. Nessun risvolto sessuale più. Pelosi guarda, fumando una sigaretta.

Quando il colpo arriva sul sesso,
lo sperma fluisce nel sangue e su allo stomaco
in un nuovo liquido che negherà ancora la vita.
La bocca inghiotte il fango

Adesso i fari della seconda macchina si muovono inquadrando i carnefici che, immobili, guardano Pasolini agonizzare mentre viene staccato dalla croce-automobile da Pelosi, Pasolini inginocchiato, coperto di sangue, si accascia al suolo. L’altro Pasolini rimane crocifisso.

e loro, ora li vedo bene, ora mi accorgo dei loro volti, mi guardano inquadrati dai fari. – Luci di scena –
Ho lasciato che ci seguissero. Lo avevo già scritto. Questo era il luogo dell’appuntamento.
Non lo volevo, in fondo. Non lo voglio. Ma ogni volta è così. Stavolta di più di ogni volta. È nelle mie attuali ultime intenzioni. Suicidio.
Rappresentare.
Versi completamente pratici” .

Pasolini continua a raccontare la sua morte crocifisso alla scrivania, mentre i carnefici-amanti seguitano a guardarlo morire davanti ai fari della sua Alfa. Vicini uno all’altro. Uno dei carnefici comincia a spogliarsi e, nudo, il membro semieretto, va vicino a questo Pasolini e lo tocca. Gli tocca il viso. Gli altri guardano. Poi anche un altro si spoglia e si avvicina al Pasolini sulla scrivania. Si inginocchia. Lo masturba. Gli fa una fellatio. Si mette sulla scrivania e prende Pasolini per i capelli e gli chiude la bocca. Butta all’aria i fogli del suo monologo in morte di se stesso.

UNO DEI CARNEFICI (prende un foglio e si mette a leggere): Il neofascista prende il bastone
e va dritto sul viso
per modellarne la maschera attuale del vizio,
si è detto e si dirà, è così,
sulla quale sferra colpi,
dalla stessa direzione,
ancora più forte e deciso,
il criminale della Magliana.
Adesso provo a reagire. Non ci riesco.
Il fiato ha spezzato le braccia, la testa e il ventre.
L’onorevole democristiano a destra dà la sua benedizione.
E percuote anche lui,
prima di penetrarmi
strappandomi i capelli e gridandomi,
in un roco sussurro,
“sporco frocio comunista
succhiami il cazzo”,
quando il bandito della Magliana
mi mette il suo cazzo duro e colpevole
prima nel culo dai calzoni calati
poi in bocca:
“inghiottilo frocio fjo de ‘na mignotta!” (ride, ride forte e gli lascia i capelli).

Entrambi i carnefici che agiscono ora sono con il pube davanti a Pasolini. Quello sulla scrivania è sceso e ha fatto inginocchiare Pasolini tra i suoi fogli sparsi, dopo averlo schiodato. Quello davanti alla macchina lo ha sollevato per i capelli. Entrambi gli urinano in faccia. Entrambi hanno un orgasmo masturbandosi sul viso di Pasolini.

Sono in ginocchio
ma non prego.

Cado giù nel fango
imboccato di merda ed erba
del campo di gioco
dal fascista.

Pelosi si masturba seduto sul cofano della macchina di Pasolini. Gli altri guardano Pasolini agonizzare.

Un ultimo colpo,
con l’inaudita violenza
della quale è capace
la politica dell’egoismo, dell’odio e del consumo.

Pelosi sale sulla macchina di Pasolini e accende il motore. Gli altri salgono sull’altra macchina. Escluso quello alla scrivania.

Che ha fabbricato la macchina sportiva
su cui risale il ragazzo
riccioli neri
senza innocenza né umanità.

L’automobile investe la mia vita
che si rimonta fulmineamente,
come le sequenze che ho girato in tutto questo tempo,
nel preciso istante in cui mi abbandona,
qui nella notte che non prega più i santi
né celebra i defunti
ma li oltraggia nella sua tenebra.

Pelosi, in macchina, tiene il motore acceso. L’altro carnefice guarda PPP morire alla scrivania. Poi entrambi si fermano dove sono, immobili. Tutto è immobile. La musica è un sussurro lontano, quasi inudibile.

Freddo di solitudine e morte.
Simile a quello che ha cancellato
sempre più le mie stagioni.
E non sono bastati nuovi indumenti
per allontanare il male,
dentro e nel fisico,
dall’inseguirsi di queste nulle fasi.

Pelosi e l’altro carnefice si risistemano gli abiti: uno si riveste, l’altro, Pelosi, si cambia vestito nell’abitacolo della macchina.

Il mio aspetto finale:
coi pantaloni aperti,
il sesso fuori che non chiede
e non placato,
sporco di sperma e sangue e merda che mi ha riempito
la bocca annullando ogni altro alito di giudizio.
Melma di un campo di calcio sul mare profano
per una vittima consacrata all’evidenza,
sono questo,
questo che era inevitabile,
un calciatore di parole in scena all’idroscalo numero 93.
C’è scritto sulla tavoletta col mio sangue e i capelli.
Via Idroscalo 93.
Il volto è un tentativo malriuscito d’icona del tempo
macellato dal conformismo che rifiuta
i tratti marcati della diversità.
Il corpo è il teatro delle stragi dai responsabili occulti che
io so” ,
degli omicidi della tensione,
imbrattato del petrolio nazionale
che scorre col sangue e affari.
Del sesso come ultima rivoluzione da soffocare.
“Io so”, io non so niente, so quello che sanno tutti.
Mi piacciono i processi.
Soprattutto quelli contro di me.
Le costole si sono infrante,
nel passaggio
della mia automobile veloce,
in un istante come,
in anni,
ma neanche lentamente poi,
si sono distrutte le convinzioni
fino a spezzare
i dubbi e le contraddizioni.
Il cuore è esploso,
nella maniera in cui è iniziata la politica di quest’Italia
che ha cominciato così a edificare il suo sviluppo.

Ecco,
ogni segno è una traccia da leggere
e tutte fanno parte della deposizione finale.
Nulla si placa ricongiungendosi
nel corpo del sacrificio.
Ma tutto riassume il senso.

Le luci ora sono fortissime su Pasolini davanti alla sua automobile. La luce della lampada sulla scrivania comincia a lampeggiare.

È il massacro conclusivo:
in cui si vede solo ciò che conta.
L’unica testimonianza,
quando la morte “non è nel non poter comunicare ma nel non poter più essere compresi” .
Oltre l’ambiguo.

Dalla macchina di Pasolini scende Pelosi. Si avvicina a lui. Lo solleva dal suolo, lo bacia sulla bocca insanguinata, lo abbraccia. Fino a quasi assorbirsi in lui. Stretto. Vestito uguale a lui. Anche l’altro abbraccia Pasolini a terra tra i fogli, se lo mette sulle sue ginocchia. Poi si alza, spegne la lampada e se ne va verso l’altra macchina, che sparisce nel buio.

Gli uomini, che hanno eseguito, che hanno ordinato,
che ho provocato, desiderato, inscenato, pagato per l’ultimo amplesso,
sono ora il ragazzo, Pino – Pino il bugiardo –, che li ha assorbiti in sé.
Tutti diventati solo lui.
È stato lui, solo lui.
È rimasto solo lui.
Ho fatto l’amore solo con lui. L’amore.
L’amore.
Lui che non ha neanche le mani e gli abiti sporchi.
Che se ne va via con l’automobile sportiva.

Pelosi se ne va dal campo di calcio lasciando solo PPP. Via con la sua macchina. Le luci su Pasolini ora sono solo il riflesso della macchina che lascia l’Idroscalo.

Era venuto qua per questo, no?

Sono assassino e sono buono” .

Alle spume, all’acqua, lì vicina – tanta
quanta in una pozza di temporale,
nella tenebra di qualche infanzia –”

Pier Paolo Pasolini, quello della macchina, si immerge nel mare – o si perde nel buio di una borgata di erba e calce, così come la ricorda lui. L’altro torna a sedersi alla scrivania. Riaccende la lampada.
Dall’automobile, in lontananza, esce il brano L’Alba, di Riccardo Cocciante.

“L’alba di un nuovo giorno.
L’alba del mio ritorno.
L’alba di chi ha sbagliato.
L’alba di chi è battuto […]

Pasolini alla scrivania spegne la lampada.



Sergio Gilles Lacavalla

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