veREEDe #0: THE GIFT

veREEDe #0, una fanza per Lou Reed (Verde 18, novembre 2013)

veREEDe #0, una fanza per Lou Reed (Verde 18, novembre 2013)

Nei primi anni Sessanta, prima di fondare i Velvet Underground, Lou Reed frequentò la Syracuse University, dove fu allievo dello scrittore e poeta Delmore Schwartz. Fu durante un corso di scrittura creativa che Lou scrisse la storia di Waldo Jeffers, e della sua relazione a distanza con Marsha Brenson: Waldo non ha abbastanza soldi per partire e andare a trovarla, ma sente così tanto la mancanza di lei da decidere di infilarsi in un pacco e spedirsi per posta. Finale tragico, naturalmente.
Il racconto venne poi registrato durante le sessioni di White Light/White Heat e, recitato da John Cale, appare come seconda traccia dell’album. The Gift è anche il quarto estratto da veREEDe #0, il numero dedicato a Lou Reed che questa settimana stiamo rileggendo sul blog.

Waldo Jeffers aveva raggiunto il limite. Era ormai metà agosto e non vedeva Marsha da più di due mesi. Due mesi in cui aveva ricevuto soltanto tre lettere spiegazzate e due telefonate interurbane molto care. Certo, quando le lezioni al college erano finite, e lei era tornata nel Wisconsin, lui a Locust, Pennsylvania, Marsha gli aveva giurato che sarebbe stata, in un certo modo, fedele. Di tanto in tanto sarebbe uscita con qualcun altro, ma solo per divertirsi un po’. Sarebbe rimasta fedele.

Ma ultimamente Waldo era preoccupato. Di notte non riusciva ad addormentarsi, e quando dormiva faceva dei sogni orribili. Passava la notte sveglio, rigirandosi sotto le coperte, con le lacrime che gli riempivano gli occhi mentre immaginava Marsha, il suo giuramento vinto dall’alcol e dalla allettante compagnia di un Neanderthal qualunque, che l’avrebbe blandita con la prospettiva dell’oblio sessuale. Era più di quanto la mente umana potesse sopportare.

Le visioni dei tradimenti di Marsha lo perseguitavano. Di giorno quelle fantasie invadevano i suoi pensieri, ma ciò che lo turbava di più era l’idea che nessun altro avrebbe mai potuto capirla. Solo lui, Waldo, poteva sul serio. Lui conosceva ogni anfratto e ogni angolo della sua mente. L’aveva fatta sorridere: lei aveva bisogno di lui, e lui non c’era.

L’idea gli venne il giovedì prima dell’inizio della sfilata in maschera. Aveva appena finito di tagliare l’erba e di sistemare il giardino degli Edison per un dollaro e cinquanta quando controllò la cassetta della posta, in cerca di Marsha. C’era solo un volantino della Amalgamated Aluminium Company, che voleva sapere se gli servissero tendoni.
Perlomeno erano così premurosi da inviargli una lettera. Era una ditta di New York. Si poteva arrivare ovunque con la posta. Fu allora che ebbe l’idea. Non aveva abbastanza soldi per andare fin nel Wisconsin in maniera convenzionale, è vero, ma perché non imbucarsi? Era incredibilmente semplice. Si sarebbe spedito all’interno di un pacco postale espresso.

Il giorno dopo Waldo andò al supermercato per acquistare l’occorrente. Comprò nastro adesivo da pacchi, una pinzatrice e una scatola di cartone di medie dimensioni, perfetta per una persona della sua corporatura. Valutò che, con pochi accorgimenti, poteva viaggiare piuttosto comodamente. Qualche buchetto qua e là per l’aria, dell’acqua e del cibo, e probabilmente sarebbe stato come in classe turistica.

Il venerdì pomeriggio Waldo era pronto. Si era impacchettato con cura e qualcuno, dall’ufficio postale, sarebbe passato a prenderlo alle tre. Scrisse sul pacco “fragile” e mentre vi si rannicchiava, adagiandosi sulla gommapiuma che aveva previdentemente inserito, provò a immaginare lo sguardo sorpreso e felice di Marsha quando, aperta la porta, dopo aver visto il pacco e lasciato la mancia al postino, si sarebbe ritrovata davanti al suo Waldo, in carne e ossa. Si sarebbero baciati e poi forse avrebbero potuto vedere un film.
Se solo ci avesse pensato prima.

A un certo punto, qualcuno afferrò il pacco bruscamente e lo lanciò in direzione del camion, dove atterrò con un tonfo sordo. Erano pronti per partire.

Marsha Bronson aveva appena finito di sistemarsi i capelli. Era stato un fine settimana estenuante. Doveva ricordarsi di non bere in quel modo. Perlomeno Bill era stato gentile: alla fine le aveva detto che in ogni caso la rispettava, sapeva come andavano quelle cose, e anche se no, proprio non l’amava, provava molto affetto per lei. Dopotutto erano adulti. Ah, quante cose Bill avrebbe potuto insegnare a Waldo.

Sheila Klein, la sua migliore amica, entrò in cucina attraverso la porta della veranda.
«Oddio, è impossibile stare fuori in questo stato!»
«Non dirlo a me, sono tutta sfasata».
Marsha si strinse la cintura dell’accappatoio di cotone con i bordi di seta. Sheila sfiorò dei grani di sale sul tavolo della cucina, si leccò il dito e fece una smorfia.
«Dovrei prendere delle pillole di sale, ma» e arricciò il naso, «mi fanno venire il vomito».
Marsha intanto si picchiettava il mento con le dita, un esercizio di ginnastica facciale che aveva visto in televisione.
«Dio, non parlarmene nemmeno». Si alzò dalla tavola e andò verso il lavandino, dove prese una confezione di vitamine rosa e azzurre.
«Ne vuoi una? Dovrebbero essere meglio di una bistecca!» Poi provò a toccarsi leginocchia. «Credo che non berrò mai più un daiquiri». Rinunciò e si sedette, questa volta più vicino al telefono.
«Forse Bill chiamerà» disse Marsha come per rispondere allo sguardo di Sheila, che intanto si stava mordicchiando una pellicina.
«Forse,dopo la notte scorsa, faresti meglio a chiudere con lui».
«So a cosa ti riferisci. Dio mio, era proprio come un polipo, quelle mani dappertutto!» disse alzando le braccia in segno di difesa.«E che non si può resistere a lungo, e poi venerdì e sabato non abbiamo fatto niente, un po’ glielo dovevo, sai!»
Cominciò a grattarsi. Sheila ridacchiava coprendosi la mano con la bocca.
«Ti dirò, anche io mi sentivo proprio così, anzi, dopo un po’,» e si piegò in avanti in un sussurro «avevo proprio voglia». E cominciò a ridere forte.

Fu a quel punto che il signor Jameson, dell’ufficio postale di Clarence Darrow, suonò alla porta della villetta quadrata decorata con lo stucco. Marsha Bronson aprì la porta, e l’uomo l’aiutò a portare il pacco in casa. Le fece firmare dei moduli verdi e gialli, e poi andò via con una mancia di quindici centesimi, che Marsha aveva tirato fuori dal piccolo borsellino beige della mamma, nello studiolo.

«Cosa può essere, secondo te?» domandò Sheila. Marsha se ne stava in piedi, con le braccia dietro la schiena. Fissava la scatola di cartone marrone poggiata nel bel mezzo del salotto.
«Non lo so».

Dentro il cartone Waldo fremeva per l’eccitazione, mentre ascoltava le voci attutite delle ragazze. Sheila fece scorrere l’unghia lungo il nastro di scotch che attraversava il centro della scatola.
«Perché non guardi l’indirizzo del mittente? Così capisci chi te l’ha mandato».
Waldo poteva sentire i battiti del suo cuore e le vibrazioni dei passi di lei. Mancava poco, ormai.
Marsha girò intorno alla scatola e lesse l’etichetta scarabocchiata.
«Cristo! È da parte di Waldo!»
«Quel coglione!» disse Sheila. Waldo tremava di impazienza.
«Aprilo,no?» disse Sheila, e insieme provarono a sollevarne un lembo.
«Aaah,» esclamò Marsha seccata, «deve averlo inchiodato».
Provarono di nuovo. «Dio mio, ci vuole un trapano per aprire questa cosa». Tirarono ancora una volta. «Così è impossibile». Se ne stavano lì in piedi, con il fiatone. «Perché non prendi un paio di forbici?» domandò Sheila.

Marsha corse in cucina, ma trovò solo delle forbicine per le unghie. Poi le venne in mente che suo padre teneva degli attrezzi in cantina. Corse giù per le scale e tornò con un grande tagliacarte in mano.
«Non ho trovato niente di meglio.» Le mancava il fiato. «Tieni, pensaci tu, sto per scoppiare,» e si gettò sull’enorme divano lanuginoso, sbuffando rumorosamente.

Sheila provò ad aprire un varco tra lo scotch e l’orlo del cartone, ma la lama era troppo spessa e la fessura troppo stretta.
«Maledizione,» esclamò esasperata. Poi, sorridendo, aggiunse: «Ho un’idea».
«Che idea?» chiese Marsha.
«Guarda qua,» disse Sheila, toccandosi la fronte con un dito.
Dentro lo scatolone Waldo era talmente eccitato che quasi non riusciva a respirare. La pelle gli formicolava per il calore e il cuore gli batteva in gola. Mancava poco, ormai.

Sheila si alzò in punta di piedi, e camminò intorno alla scatola. Poi s’inginocchiò, impugnò il tagliacarte con entrambe le mani, fece un respiro profondo e infilzò la lunga lama al centro del pacco, che perforò lo scotch, e perforò il cartone, e perforò l’imbottitura e infine perforò il cranio di Waldo Jeffers, che si squarciò lievemente in piccoli arcobaleni ritmici di colore rosso, che pulsavano dolcemente nel sole del mattino.

Lou Reed

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