veREEDe #0: QUESTO HALLOWEEN È UNA CERTEZZA

veREEDe #0, una fanza per Lou Reed (Verde 18, novembre 2013)

veREEDe #0, una fanza per Lou Reed (Verde 18, novembre 2013)

Autrice di culto dell’horror noir italiano, Alda Teodorani ha pubblicato numerosi racconti e romanzi per diverse case editrici, e nel corso degli ultimi venti anni ha firmato alcune delle più visionarie pagine della letteratura. Insegna scrittura creativa alla Scuola Internazionale di Comics di Roma. I suoi racconti hanno ispirato, tra gli altri, i film presenti nel DVD Appuntamenti Letali prodotto da Filmhorror.com. Dall’aprile 2012 all’agosto 2014, insieme a Pierluca D’Antuono, è stata curatrice e coproduttrice di Verde.
Questo Halloween è una certezza è il terzo estratto da veREEDe #0, il numero dedicato a Lou Reed che questa settimana stiamo rileggendo sul blog.

Questo Halloween è una certezza, specialmente perché io sono qui senza di te, sono qui da solo nel giorno che scolora troppo in fretta. Novembre incalza, come sempre mi dà un senso di disperazione, di decomposizione, di luce che si spegne, come in effetti è. Il sangue si ghiaccia e in me si fa strada il desiderio di morte.

Ataviche paranoie corrono nel mio cervello, in particolare da quando ti ho cacciato dalla mia vita.
Lo so quel che ho sempre voluto, ed era proprio la solitudine. Io da una parte, il resto della gente dall’altra. In piazza, dalla mia torre al quinto piano, ero un bambino che d’inverno, con le dita gelate, guarda fuori dalla finestra. «Hai la sindrome della piccola fiammiferaia,» mi disse Patrizia, la mia amica psicologa, che ogni tanto cerco di manipolare per estrapolarle informazioni sull’animo umano. Probabilmente c’è abituata, magari lo fanno in tanti. Dal quinto piano, osservavo la gente al di là del giardino, al di là degli studenti che si bucano bevono birra succhiano limoni suonano il bongo non necessariamente in questo ordine. Rituali sociali che non m’appartengono e non mi sono mai appartenuti, che sono per me tutt’altro che affascinanti, semmai repellenti in tutto quel che implicano, portano in loro il germe della contaminazione.

Il complesso della piccola fiammiferaia significa sentirsi tristi quando gli altri fanno festa, restare fuori nel gelo del cuore, restare fuori anche se sei dentro e gli altri sono all’esterno, davanti alle poste si danno appuntamenti. Mi sono chiesto se c’eri tu tra quella gente, tu che ancora non conoscevo.
Se lo avessi potuto sapere, che rischiavo di cadere in mezzo a loro, non ti avrei mai dato la chiave per entrare nel mio cuore.

Piccola fiammiferaia
del mio destino
osservo gli altri fuori dalla finestra
del mio mondo ghiacciato
Innalzo il vessillo nero della solitudine
lo pianto dentro il mio cuore straziato

Torno con la mente al quinto piano.
Fuori dalla finestra gli altri suonano i loro strumenti. Il volume si alza e poi si abbassa.
Dagli appartamenti dei vicini sento spostare mobili e voci lontane perdersi in sciocchezze.

Di tanto in tanto mi capitava di scendere dalla torre nel giardino, che pareva tanto silenzioso. Una cerchia di palazzi condominiali lo separava dalla strada.
Avrei voluto dormire nella stanza sul giardino, se non fosse stato per gli enormi scarafaggi che si arrampicavano sulle grondaie, entravano dalla finestra. Di inquietante avevano soprattutto il colore, erano una menzogna di scarafaggi. Con la loro livrea color ruggine, si mascheravano da quel che non erano, un altro tipo di insetti, inoffensivi ma soprattutto meno disgustosi. Sapere chi erano mi riportava alla loro natura repellente, di contaminazione che si nutre di rifiuti.
Poiché ho sempre desiderato prepararmi alla morte, avrei voluto dormire nella stanza sul giardino, se non fosse stato per il giardiniere che ogni mattina alle sei annaffiava le piante e con quel suono di pioggia sulle foglie amplificato dalle mura ad anfiteatro mi svegliava.
Avrei voluto dormire nella stanza sul giardino, se non fosse stato per il tubo di aspirazione che s’accendeva ogni mattina alle quattro dalla cucina del bar.

Nella stanza sul giardino la cupezza notturna della mente era frazionata da mille frammenti diversi.
Così, mentre era ancora buio o sul far del mattino, scendevo nel giardino.
Guardavo le trappole per i topi, i gatti randagi che lo abitavano.
Avevo voglia di terra, di raccogliere sassi e ficcarmeli in bocca, di provare a masticarli, di toccare la terra coi piedi nudi, di stendermi sull’erba ma non riuscivo a fare niente, solo a chiedermi come mai ero lì, le idee confuse, il cervello impazzito per lo sfinimento – per la mancanza di riposo.
Ritornando nella mia camera – i nervi mi saltavano.
Non riuscivo più a prendere sonno e passavo il resto della giornata dormendo a occhi aperti a tratti e sentendomi uno zombie.
Avevo solo voglia di andarmene e lei che si era accorta della mia indifferenza e per questo mi amava di più, mi disse: non posso trattenerti, mi sembra di essere quell’auto vista oggi né radio né motore niente cofano.
Tutti noi abbiamo una data di scadenza impressa in qualche punto del nostro corpo, dove noi non possiamo vederla ma gli altri la vedono benissimo. E quando arriva quella data, significa che è il momento di andarsene. Ogni volta è una fuga.
Sopra l’orizzonte dei miei tramonti, quante strade ho attraversato.

Conosco l’alito pesante
della mattina ubriaca,
il tanfo di piscio dei vicoli
sotto le volte di pietra
degli amori scomparsi.

Penso al passato e a tutto quello che non potevo fare: non potevo diventare te.
Sono un ignorante, non ricerco, non ho metodo e mi prendo quel che arriva. Le tracce dei libri che ho letto e delle musiche che ho ascoltato si snodano tra la gente che ho conosciuto, gli amori che ho vissuto, le strade che ho percorso, in special modo le scorciatoie, che amo trovare, ne cerco sempre di diverse.
Tra le mie canzoni preferite e nelle mie compilation, in qualunque periodo della mia vita adulta, c’era un brano dei Velvet o di Lou Reed. Non so nulla della vita di Lou Reed, dei suoi amori o delle sue malattie. So della sua voce roca e lenta, delle sue note e del suo ritmo, mai uguale a se stesso, come la vita che viviamo ogni giorno sempre diverso. So del mio cercarlo e trovarlo e seguirlo, dei baci che ho rubato sull’erba dei suoi concerti. Lou Reed non m’ha insegnato a vivere. Nessun altro me l’ha insegnato. La mia casa era piena di libri, che ho poi donato a una biblioteca. Nemmeno quei libri sono riusciti a dirmi chi ero, e l’ho dovuto scoprire da solo, a forza di sbattere i denti.

Eppure mi sarebbe sempre piaciuto, e ancora mi piacerebbe, possedere un libro parlante che mi dicesse come comportarmi e che aspetto avere, un libro parlante che contenga le chiavi di ricordi passati e presenti.
E invece una chiave non esiste, non tornerò mai più ad aprire il mio vecchio armadio, perché
tra gli abiti invernali del mio cuore
troppa polvere là dentro
vecchi ricordi da buttare
e il tanfo di muffa
dei miei errori.
Forse dovrei invece tenere stretto in pugno il passato defunto. Se così non fosse, perché ci siamo regalati ricordi?

Eppure i ricordi svaniscono in fretta. Persino dei giorni più perfetti, come in quella calda giornata di novembre, quando andammo per campi col tuo Volkswagen. I contadini raccoglievano le olive, ci urlavano richiami e d’un tratto dal nulla sbucò un enorme cane bianco che pareva un lupo e per un attimo pensai che fosse uscito da una fiaba. Fu davvero una giornata perfetta, tutti i problemi messi da parte, eravamo turisti da weekend e più tardi, guardando il fiume biondo che scorreva sotto di noi e un uccello nero dalla grande apertura alare sorvolarlo, mi commossi al punto che non riuscivo più a parlare.
Poi sono arrivati i giorni del fuoco che tutto ha divorato, niente più ballerine che cantavano, niente più dolcezza da Jane.

Terra sterile e secca
Dopo il passaggio dell’amore
Come fai a chiamarlo con questo nome
Degrada come il giorno al tramonto
Si raffredda, scolora
E alla fine muore

Qualche volta mi chiedo chi sono, il mondo sembra non curarsi di me, un uomo più giovane che ora sta invecchiando, i miei occhi colgono barlumi di luce, ma la verità è che ho vissuto nella confusione a tal punto che una volta, ai tempi dei primi download, di gnutella e mactella, feci una compilation dedicata a me e la battezzai Confusion. Non ricordo nemmeno che pezzi c’erano, tutto è rimasto sepolto dentro il mio vecchio mac, ma una cosa la ricordo, l’indefinito e la non definizione che mi convinse a smettere di dedicarmi canzoni e di andare ai concerti. Eppure, sembra incredibile, ho ancora voglia di ballare.

And if you close the door, the night could last forever.
Leave the sunshine out and say hello to never
All the people are dancing and they’re having such fun
I wish it could happen to me
‘Cause if you close the door, I’d never have to see the day again.
I’d never have to see the day again.
(once more)
I’d never have to see the day again.

Loureed

Alda Teodorani

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