veREEDe #0: LE TARME ERANO NEGLI INTARSI

veREEDe #0, una fanza per Lou Reed (Verde 18, novembre 2013)

veREEDe #0, una fanza per Lou Reed (Verde 18, novembre 2013)


Era una domenica pomeriggio quando
Jon Dolan battè la notizia della morte di Lou Reed. Se n’è andato, aggiunsero più tardi le cronache ufficiali, sorridendo e facendo Tai-Chi. Era il 27 ottobre, domani saranno due anni, e noi di Verde abbiamo deciso di riproporre per tutta la settimana veREEDe #0, uscito nel novembre 2013, solo nominalmente il numero 18 del nostro cartaceo ma, come scrivevamo nell’editoriale di allora, a tutti gli effetti il numero zero e unico di una fanza per Lou Reed. Cominciamo oggi con Le tarme erano negli intarsi, un racconto di Pierluca D’Antuono. Perché siamo realisti, per questo ci manca Lou Reed ma, come direbbe Simone Lucciola, di Lester Bangs non ci va di parlare.

Siamo realisti. Per questo amiamo Lou Reed. Ha cambiato irrimediabilmente le nostre vite di ascoltatori e lettori, accorciando ogni distanza tra musica e letteratura. Il più acuto dei tre lettori di Verde potrebbe uscirsene con un «E Bob Dylan allora, da sempre candidato al Nobel per la letteratura?» Gli altri due, già lo sappiamo, infierirebbero citando le canzoni del Boss e quelle di Rino Gaetano. Ammettiamo pure di essere di parte e di semplificare, nel momento in cui decidiamo di credere che la chiave di tutto sia nella più ispirata epatite C della storia del rock’n’roll, che così tanta dignità lirica nichilista e ossessiva ha saputo accordare ai margini più reietti e derelitti del nostro scontento. Semplificare, certo, ma non mistificare, perché le stanche e inutili celebrazioni del “poeta maledetto del rock”, “cantore della strada” e “autore di Walk On The Wild Side” saranno sempre retoriche se non ricondotte ai primati musicali e ai meriti artistici di una carriera cinquantennale senza precedenti e epigoni.

Ci riconosciamo completamente nel mondo delle autoproduzioni e delle benemerite distro punk, senza le quali Verde – come tanti altri prodotti eccellenti e sotterranei – non esisterebbe. Ci piacciono le fanzine, ci piace leggerle, sfogliarle, collezionarle e diffonderle, e ciò naturalmente non ci ha mai impedito di confezionare un prodotto che non è mai stato, e probabilmente non sarà mai, una vera fanza. Eppure questa volta abbiamo voluto giocare con la nostra immagine e misurare le nostre convinzioni, per offrirvi un’uscita che è solo nominalmente il numero 18 di Verde, ma di fatto è il numero zero (e unico) di veREEDe, una fanza per Lou Reed. Perché siamo realisti e idolatriamo Lou Reed ma, come direbbe Simone Lucciola, di Lester Bangs non ci va di parlare.
(
veREEDe #0, novembre 2013, editoriale)

Candy divideva l’appartamento con Drella, un cane oscuro e lento che aveva investito all’alba di una domenica di ottobre alle porte della stazione. Gli mancavano due denti, aveva la coda spezzata, e dal muso sputava ciocche di pelo nero bruciate dal freddo. A volte la sua presenza inutile e spettrale lasciava indifferente Candy, altre volte lo deprimeva, ma il più delle volte lo faceva impazzire. Di notte, ad esempio, quando si trascinava da una parte all’altra dell’appartamento, raschiando le mattonelle e disseminando il pavimento di scaglie di unghie gialle o grigie. Candy allora domandava: «Perché fai così?» Oppure: «Stai bene qui con me?» Altre volte provava con: «Aspetta che ti accada qualcosa prima o poi,» ma sapeva che il solo modo per non sentirlo era di accarezzare l’armadietto dei medicinali in bagno, l’unica porta sempre aperta che lo conduceva in un angolo perfetto di silenzio dove c’era spazio soltanto per lui.

Quando era lì poteva passarsi un dito sulle gengive, sorridere a occhi chiusi, o indossare la sua corona personale di santità: i suoni rimbalzavano su quella cortina, pompando etere attorno alla sua aureola. Col tempo però, Candy aveva scoperto che a volte, dopo che è successo di tutto, può ancora succedere ogni cosa. Non è una regola, né un contrasto, ma è un tipo di lezione difficile da riconoscere nel cuore della notte, mimetizzata tra i mille solchi dei pulviscoli gelatinosi che danzano nell’ombra.

Quando accadde fu improvviso, non ponderato ed esplose in tutto l’appartamento, scuotendolo come una grande decisione (o una definizione saggia): un urlo disperato dipinse di orribile i muri della sua storia. A quel punto Candy avrebbe potuto alzarsi e piangere per lo spavento, o alzarsi solo per guardare, ma non poteva più restare lì, abborracciato sul tappetino della doccia, le gambe indolenzite, una mano stretta tra le cosce, l’altra a mollo nella polla del cesso.

Accese la luce e si guardò attorno: le pareti erano ancora verdi, il materasso era sempre lì, al centro della stanza, i vestiti sulla sedia, davanti alla finestra. Era tutto come prima e non mancava nulla.
Respirava con la bocca quando appoggiò mani e orecchio alla porta, ma al di là del legno non c’era nessuno: le tarme erano negli intarsi. Forse era un sogno, pensò rivestendosi. «O sei stato tu?», domandò a Drella, e sotto il suo sguardo spento scivolò via alla finestra. Erano le due di notte. Nella sua testa l’eco dell’urlo non era ancora morta, ma nessun dottore si sarebbe opposto alla decisione di staccare la spina. Pensò che non si sarebbe mai più addormentato. Tanto valeva uscire.

Le foglie si arrampicavano come pennellate storte sui cassonetti bruciati, i sacchetti in fiamme si scioglievano nell’aria e i rifiuti si rovesciavano sui topi neri che dormivano nelle cabine telefoniche. I bambini sporchi e i piccoli animali si rincorrevano sui bordi, attorno a una gatta cieca che rotolava come un’intuizione sui blocchi di porfido accatastati all’angolo della strada, davanti alla macelleria abbandonata. La gatta aveva una bocca piccola e gassosa, che sembrava sciogliersi nello stesso vento che apriva piccole vertigini sul suo pelo bianco. Drella la puntò con il muso e Candy ebbe la sensazione che la gatta bisbigliasse, ma da lì poteva sentire soltanto le unghie del cane picchiettare sull’asfalto messaggi cifrati alle ceneri del tempo. A un passo dalla coda bianca, erano così vicini da poterla toccare, accadde di nuovo e l’urlo si schiantò più potente di prima, come un tuono che si ripeteva in un bordone di nubi nere schierate nella loro testa.

Candy perse l’equilibrio e per un po’ non sentì più nulla, ma quando riaprì gli occhi l’urlo riprese fiato, illuminando ogni cosa. Drella era sparito nei lampi. Candy chiamò con forza il suo nome, ma l’urlo gli ricacciò in gola ogni parola. Provò a rialzarsi per cercarlo, non poteva essere lontano, ma non appena fu in piedi s’accorse che l’urlo si stava trasformando e adesso era una risata. Poteva vederla, distorta da un suono finto e metallico, attorno alle sue gambe e nel cielo incendiare le stelle che pulsavano come erezioni rosa, lungo una scia che presto o tardi lo avrebbe condotto al di là dell’incrocio, dall’altra parte della città.
Che fine avevano fatto tutti quanti? Dov’erano le scimmie che ogni notte fuggivano dalle gabbie? Dov’era finito il suo coraggio? E dove s’era cacciato Drella?
A quell’ora, si disse, qualcuno gli avrà già spezzato tutte le ossa, e io non potrò fare nulla per impedirlo.

Camminando sul bordo della strada, Candy andò a sbattere contro il grattacielo più alto della città, di fronte all’ospedale, e guardò in su, più che poteva. La risata s’inchinò con grazia e dall’attico lanciò la sfida: quello era il suo regno, il suo trono e la sua partita. Qualcuno, pensò Candy, avrà già fatto a pezzi le zampe di Drella, ma io non posso fare nulla per tornare indietro e questa sarà, fino alla fine, la mia colpa più grande.
I suoi occhi navigavano a vista in un oceano di luce riflessa che illuminava di taglio una parata mascherata: al primo piano, attraverso le finestre spalancate, Candy poteva vedere oscuri marinai incipriati intrattenersi con cavalieri attillati, ballerine del Bol’šoj consolare orfani berlinesi, mogli infedeli impiccate ad alberi secolari. Il dolore e la bellezza di quei costumi splendidi lo respinsero ai margini dell’Impero, alla periferia del suo intorno che quella notte, in una notte soltanto, aveva deciso di crollare. La risata schizzava da un piano all’altro della torre come mercurio bollente e Candy era lì, impotente, in ascolto, in attesa di una guida che prese forma nella perfezione di una schiena nera indolenzita.

Era una donna bellissima, seduta sul davanzale, il capo in avanti nascosto dalle spalle o decapitato, pensò Candy. Da laggiù poteva desiderare quel corpo, contarne le ossa o unire idealmente i nei che sulla pelle ricalcavano un disegno di evasione che avrebbe placato le ansie del mondo. L’appartamento bruciava di grazia e terrore quando all’improvviso partì un colpo di pistola: le bocche gorgheggiarono all’unisono, la risata fece capolino con più violenza di prima, ma quel suono, ora definito, era per certo registrato.
Da quel Drive-In senza misura, la donna precipitò ai piedi di Candy, schizzando sangue sulle sue mani.

La prima cosa che pensò fu che non aveva mai visto gambe tanto livide e muscolose. Candy aveva voglia di baciarle, e toccare quei polpacci così nervosi e pronunciati. Sembravano scolpiti nella roccia, come un David che all’avambraccio aveva ancora un laccio annodato – sguisciò come un sasso quando Candy lo strappò via.
La donna non respirava più o forse rantolava. Era pallida ma non perdeva sangue e probabilmente non era stata colpita. O forse lo era stata, e allora il sangue era finito. Le lunghe ciocche nere le coprivano il viso e lo sguardo era indurito da sopracciglia folte e spettinate che si congiungevano sul naso. Candy l’aveva presa in braccio senza fatica. È un buon segno pensò sbagliando, perché, così gli pareva di ricordare, i cadaveri pesano più dei vivi.

L’asfalto era ricoperto di lumache fosforescenti. Erano decine, ma non formavano una catena. Lasciarono la festa in punta di piedi, senza fermarsi, perché tutti sapevano che non sarebbe mai finita. Nelle loro teste l’eco della risata era ancora viva, ma nessun dottore si sarebbe opposto alla decisione di staccare la spina.

Pierluca D’Antuono

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