CASUAL FRIDAY #16: UN GIORNO IDEALE PER I PESCICAPRA

Elisa Piatti, Recording session with Chow (Stefano Zuccato)

Elisa Piatti, Recording session with Chow – Stefano Zuccato

Casual Friday (ora anche su Facebook) è la rubrica di Verde nata per promuovere un nuovo reading code. Ogni settimana un racconto inedito di un autore diverso che cercherà di farvi ridere, divertirvi o semplicemente imbarazzarvi. Oggi leggiamo Alessio Posar con Un giorno ideale per i pescicapra. È venerdì, rilassati!
Nella fotografia: Stefano Zuccato dei
Chow ritratto da Elisa Piatti.

Era iniziato tre mesi prima, quando Alfonso Ferretti si era trasferito nella fattoria a monte. Lui, i mangimi transgenici e le sue maledette capre: prima di vederlo con i suoi occhi, Giuseppe non aveva idea di quanto cagassero le capre. Merde rotonde, come quelle di conigli mutati dalle radiazioni che la centrale di Chernobyl aveva riversato su tutta Europa, Italia compresa, anni prima, facendo anche spuntare un bubbone sotto l’ascella di Giuseppe. Solo, quelle merde erano più grosse anche del bubbone.
Due capre. Due capre che cagavano in tutto il pascolo che stava sopra alla casa di Giuseppe, ma che era terreno di Alfonso Ferretti.

A Giuseppe piaceva stare a pescare nel torrente che scendeva dal lago, invecchiare non lo spaventava: poteva scendere in paese quando aveva bisogno, si faceva il bagno scaldando l’acqua sul fuoco e passava il resto del tempo a passeggiare e pescare. Pescava trote grosse, lucide e coperte dal loro muco protettivo, trote che restavano ferme dove la corrente era più calma, all’ombra dei cespugli, pronte a guizzare per prendere qualche insetto finito in acqua. Si lasciavano ammirare, quelle trote. Le loro squame mandavano i riflessi del sole e, quando Giuseppe le tirava a riva con la sua canna, si dibattevano finché lui non le colpiva con il manico del coltello. Un colpo secco sulla testa allungata, poi boccheggiavano un momento, le branchie che si dilatavano, e morivano; allora Giuseppe le adagiava su uno straccio che aveva messo nel tascapane e in un attimo era a casa, prima ancora che il loro dorso si asciugasse. Toglieva le interiora, le buttava alla figlia e cucinava tutto sulle braci del camino, perché Giuseppe era una persona semplice.

Una delle due capre di Alfonso Ferretti aveva pensato che morire nel lago e andarsene alla deriva fosse una buona idea e Giuseppe aveva assistito alla scena mentre faceva una passeggiata. L’aveva sentita belare e l’aveva vista cadere nell’acqua e poi affondare proprio nel centro del lago. In quel momento, e con una certa gioia per i guadagni dimezzati di Alfonso Ferretti, Giuseppe si era passato una mano sulla fronte, contento di aver potuto osservare la natura fare il suo corso.
Quando Alfonso si era trasferito nel maso sopra al suo, Giuseppe aveva capito che era un tipo moderno. Aveva visto le sue galline grasse e il suo cane da pastore che era grande e di razza pura. E quelle capre. Ogni mese un camioncino scaricava mangime industriale per tutte le bestie.

«Con le capre voglio provare a farmi il formaggio,» gli aveva detto Ferretti. Era venuto dalla grande città. Si era portato il cane e aveva comprato la vecchia casa e due capre e le galline. Aveva letto libri che parlavano di allevamento, di agricoltura, e aveva pensato che reinventarsi contadino sarebbe stato un modo per dimostrare al mondo che sapeva come tutto funzionava. Un essere umano arrogante e ipocrita che voleva metterla in culo alle generazioni che per secoli avevano abitato quell’altopiano e di cui Giuseppe era l’ultimo esponente.
E la capra intossicata dai chili di ormoni animali era crepata e aveva avvelenato i pesci. Era una settimana che Giuseppe non faceva altro che vedere trote morte con la pancia bianca e gonfia e roba verde che usciva dai loro occhi.

Quel giorno non era ancora tempo di scendere in paese. Non voleva farsi il bagno e non poteva pescare.
Giuseppe si incazzò. Costeggiò il torrente, su per il monte: il lago era lì e tutt’intorno il pascolo. Fece attenzione a non sporcarsi gli stivali con le merde in agguato tra i ciuffi d’erba.
Prese il coltello. La capra brucava nel prato e il cane era lontano con il suo padrone. Si avvicinò, le accarezzò la testa e lisciò la barbetta. La capra scalciò quando le si mise a cavalcioni sul dorso, ma lui le tirò il muso indietro e affondò il coltello nella gola, girò la lama e spinse verso l’esterno. Il sangue gorgogliò, il calore che quasi non si sentiva attraverso i calli. Giuseppe iniziò a tagliare la pelle della testa, a staccarla con cura dal teschio, a svuotarla della carne e del cervello. Il sangue si seccava sotto le unghie e sui peli della barba e le macchie sulle maniche della camicia si scurivano. Indossò la pelle sulla faccia e guardò attraverso i buchi dove prima c’erano gli occhi della capra.

«Beeeh,» fece. Poi Giuseppe si mise a ridere.

Prese un po’ a calci la rete del pollaio e buttò la pelle della capra alle galline. Gli uccelli zampettarono sul loro guano, attraversarono la nuvola di polvere che si era alzata e iniziarono a beccare la pelle. Diffidenti all’inizio, ruotavano le teste e le creste rosse vibravano, i becchi andavano avanti e indietro. Dopo, quando capirono che non c’era più pericolo, iniziarono a mangiare.
Giuseppe andò a scaldarsi l’acqua per il bagno.

Alessio Posar

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