ALEXIA MACCHINOVA

Alexia Macchinova, o Il Macchinoso Alexia, o di questo assurdo pareggio tra dire e non dire, è un racconto inedito, lungo, macchinoso e prezioso di Gianluca Garrapa: se avete letto e amato La paziente, non c’è bisogno di presentazioni e anche questa volta non rimarrete delusi. In caso contrario, è l’occasione giusta per ricredervi.
Fotografia di Elisa Piatti (Dead Horses live@Circolo Arci Bolognesi).

La verità ci rende liberi, pensò cristianamente Ego Narratovov, pur essendo ateo, e le dirò tutto: Alexia, tu lo sai che la nostra amicizia non può durare a lungo. Io ho cercato di dirtelo e più volte tu hai finto di non capire. Adesso devi scegliere. Sì, le dirò questo, esattamente questo. Starò zitto tutto il giorno, per ascoltarla e poi a cena le farò capire esattamente cosa intendo io. Alexia, forse non lo sai, ma tu sei la mia purezza. E si ripeteva come un copione ed era un attore sul pavimento decorato fino ai piedi dell’astronave. Le panchine vuote. L’aria soffocante e silenziosa che pochi metri più su si trasformava in un fresco via vai di gente al bar. Il viale turistico. Gelati. Orribili ventilatori vaporizzavano un fresco artificiale. L’impazienza lo colse e cacciò il cellulare dalla tasca dei pantaloncini verdi Speedo da mare. Chiamò, e la musica che stava ascoltando appena un attimo prima s’interruppe come un colpo d’ascia sul pack, facendolo sprofondare nel freddo mare ulteriore e il ghiaccio emotivo che la sua stessa ansia aveva, per anni e anni, depositato sotto l’epidermide dell’esistenza e ora la sua fretta lo aveva frantumato e Narratovov iniziò a scendere nei gelidi abissi di quel mare.

Alexia Macchinova rispose che era per strada e a minuti sarebbe arrivata (E in effetti, di lì a poco, la macchina Twingo bianca ammaccata sul paraurti sinistro parcheggiò a filo di marciapiede, si aprì da un lato e la fece scendere, vestitino da mare celeste con motivi floreali di fine Quattrocento, bellissima e botticelliana, pensò Narratovov, e nei pochi secondi che ebbe per sbattere lo sportello, tirarsi la borsa sulle spalle e abbracciare Narratovov sfiorando con un bacio le sue labbra, in quei frangenti Narratovov poteva soltanto pensare che era bellissima e botticelliana).

L’asfalto, notò Narratovov, è durato poco. Fuori dalla stazione il nulla lo aveva colto, prima che arrivasse Alexia. Non c’è anima viva, pensò quando il piede lasciò il predellino del treno e poi, superando in pochi secondi la linea gialla, attraversando la banchina ticchettata di cerchi quasi perfetti di chewing-gum e rari mozziconi, sostò qualche minuto nell’atrio della stazione a controllare orari, chiese invano informazioni a due uomini aldilà di un vetro poco propensi a cercare risposte su schermi di Internet, e si spostò nel piccolo bar adiacente a trascorrere quei dieci minuti d’attesa. Da dietro il vetro, una mano grossa e pelosa gli passò il resto di due euro, Narratovov prese i soldi e uscì.
Il cono del gelato era ammaccato ma buono, gettò la carta Algida del cornetto nel cestino di ferro bucherellato verde ruggine che c’era fuori la stazione, accanto all’unica entrata maestosa di stile fascista. La voce elettronica filodiffusa annunciò l’imminente arrivo della vetturina. Un signore in pantaloncini blu dell’Adidas e infradito rossi e bianchi, la pancia come un cocomero di serenità ancestrale, lo sfiorò entrando, leggero, con una calma snervante. Narratovov rimase fermo, davanti alla piazza della stazione, si sistemò gli auricolari, lasciandosi attraversare da pensieri di poetica circostanza: Tranne me, le mie molteplicità, le mie persone in procinto di nascere e quelle che stanno morendo sotto la scure di nuovissime sensazioni…
Il signore, che era appena entrato sfiorandolo, uscì poco dopo con la stessa calma di prima, accompagnato da una donna sulla cinquantina che gli stringeva il braccio, in un abito Missoni fresco e svolazzante a fiori, e da un ragazzino sorridente, in costume da bagno azzurro Nike e magliettina bianca con la scritta USA Superstar, pronto per il mare e abbronzato, con un antico zainetto Invicta sulle spalle. Li vide salire su una Ford grigia e sporca, accenderla mentre ancora chiacchieravano, attendere il passaggio di un SUV maestoso e lento come un bradipo nero, il caldo delle città di mare al sud-est estremo è di una natura diversa, il mondo galleggia, Narratovov, in questo mondano fluido, trema, vibra come una lampada vamp.

Microclimi dell’anima, si stava dicendo Narratovov, camminando verso il centro della piazza, poi tornò indietro e s’infilò in un vialetto dietro la stazione, dove c’erano i bagni fuori uso e puzza di acido urico e ammoniaca, passò davanti un ristorante ancora chiuso, ripassò un’altra volta per osservare meglio il ragazzo scuro di carnagione, il ragazzo arabo seduto sui gradini del retro cucina che, a quel punto, si mise a scrutarlo, e non per il motivo che aveva creduto Narratovov, catturato da un attimo di erotismo orientale nel silenzio pomeridiano e fuori luogo di un Salento estremo e ancora pubblicamente talebano perché privatamente orgiastico e dissoluto.
Quando ritornò al centro della piazza, alzò lo sguardo e vide il cielo sfolgorare d’un blu accecante e irreale. Quasi bianco, qualche rondine. Poté scrutare attraverso le lenti oscure dei Ray-Ban. Un filo di vento esotico e la pavimentazione rovente a spina di pesce. Ascoltava un brano e lo riascoltava. Lo interrompeva, lo faceva ricominciare, lo immaginava colonna sonora di un film. In fondo alla piazza c’era un’astronave di marmo e pietra, stile normanno.
Il silenzio, la presenza del mare Ionio nell’aria, l’afa mitica, tutto sembrava perfetto per un film e la colonna sonora c’era, nelle cuffie. Tiromancino. Il Normanno dell’astronave. Quasi una visione oppiacea.

«In realtà è una porcheria del Novecento, un vero schifo». Patrovich Macchinova spiegava l’architettura dell’astronave. La casetta, dove Narratovov aspettava Alexia terminare la sua minimale toeletta, faceva parte di una schiera di casette sulla spiaggia. Un paio di metri per arrivare al mare. Comodità stagionale sottratta allo Ionio. Lo Ionio ucciso di nuovo. Una schiera di villette e casette per famiglie e per giovani. Patrovich aveva la barba incolta e uno sguardo profondo dietro gli occhiali a montatura metallica, la camicia bianca a righe aperta sul petto moderatamente villoso, i pantaloncini bianchi dell’Adidas aderenti alle cosce sode e pelose, i sandali infradito e le dita a salsicciotto arrossate dal sole. E leggeva normanni, longobardi, bizantini sul monitor unto di un antiquato portatile.

Una lunga scia bianca in cielo. Nessun complotto. Forse. Patrovich leggeva e Narrotovov aveva sempre creduto che una tale clausola all’interno di quel racconto esistenziale, cioè affidare a Patrovich il dominio pratico della conoscenza territoriale, delegata ad altri, potesse giustificare la sua consapevole mancanza di cultura approfondita: «Non per altro,» stava dicendo Narratovov mentre discutevano con Patrovich di arte romanica nel Salento e neofascismo letterario, «non per altro, ma se avessi la possibilità di tornare indietro nel tempo e modificare lo status quo dell’epoca, mettiamo, del 1938, per non far scoppiare la guerra, e il nazismo, insomma, in questo modo avrei pure voglia di approfondire le nozioni. Ma così, non ha senso, per me. Conservare nella memoria quello che è già conservato nella memoria del mondo, e poi la mia memoria è la meno organicamente affidabile». Patrovich lo fissava mentre con le dita grassocce della mano sinistra si pettinava la barba, in un atteggiamento complementare a quello di una donna impegnata nella cardatura della lana oppure, attratto dal proprio interlocutore, di una donna che si lisci i capelli per traslare l’interesse psichico sulla superficie di cose visibili. Stando a quanto dice Baudelaire o la moderna psicologia comportamentista. E a proposito di donne, proprio in quel momento, mentre Narratovov stava spiegando cosa intendesse dire per letteratura neofascista, robotica e elitaria, arrivò Macchinova che, con un sarcasmo per niente velato, pose fine alla discussione sterile tra padre e amico, e si affrettò a troncare il discorso salutando e afferrando il braccio dell’amico per portarselo via. «E tu che dai retta a mio padre!» esclamò un momento dopo, prima di arrivare in spiaggia, pensando a quanto aveva detto il padre a Narratovov: «Ci vediamo dopo, ne parleremo a cena».

Ovviamente la cena non avvenne, la cena con il padre: Alexia si premurò di rintracciare il miglior ristorante della zona per mangiare pesce. Il pesce piaceva a entrambi ed entrambi avevano bisogno di stare da soli. Con scrupolosa armonia e complicità, i discorsi virarono dal padre agli uomini in generale e inevitabilmente caddero sui bambini e sull’adolescenza egregiamente protratta da questi ultraterreni pater familias.

Il sole non pare mai smettere. Il tramonto è il monitor arancio-azzurro che non vuole spegnersi, il portatile di madre natura si blocca. Crash. A volte. La spiaggia non accenna a stare zitta, il rullio del mare lieve, e le ciance poliglotte della gente. Un rado venticello che accoglie e culla e pascola mansueto tra le palme e i capelli, i vestiti e la pelle, proprio dal mare, fresco come la prima volta che si ama. Odore lieve, a volte, di sudore o di crema solare.
Ma un’esigua striscia di sabbia, a dir la verità, contiene i movimenti e gli slanci magici, coi fastidiosi tratti chiusi ai non autorizzati dello stabilimento militare. Paletti. Corde dondolanti che separano mondi e come braccia che si tengono strette per fare cordone anti-qualcuno, anti-qualcosa. Non molliamo, sembrano pensare i paletti, non cediamo all’acqua anarchica, al vento che pure respira di stessi polmoni in quest’area riservata.
La riserva degli indiani disposta a strategia difensiva, considerava a sua volta Narratovov, che osservava con scrupolosa dovizia nevrotica, rispondendo al pensiero delle cose, mentre ascoltava vagamente la sua Alexia, come se stesse leggendo un libro davanti al televisore senza decoder, con attenzione fluttuante o comunque in sottofondo, piatto, essendo altrove il pensiero ossessivo.

Capì la ragione del suo stare altrove, le parole di Alexia non erano quelle che desiderava sentire, facevano male, se ne accorse e ne fu ferito, più dal suo egoismo che dalle parole di Alexia, ma non lo diede a vedere né a lei, né a se stesso. Non poteva risponderle, non aveva il coraggio. Avrebbe rovinato tutto. Serviva calma, un posto tranquillo. Stringerle le mani, fissarla negli occhi e dirle la verità. Non c’era molto tempo, è vero, ma quel preciso momento, lì, il corpo di salsedine e stanco, non era per nulla adatto. Quello era un momento sbagliato. La meraviglia del ritorno e del tramonto, quel preciso momento, non era perfetto per entrambi, ma solo per lui, per il suo egoismo.

Dopo, glielo diremo dopo, si disse Narratovov, adesso fingiamo di ascoltare, siamo indifferenti, guardiamo i maschi, i paletti, i militari che si ghettizzano, distogliamo l’attenzione da lei, parlava a sé come se fosse due persone in una, stai tranquillo Narratovov, dopo le dirai tutto, adesso limitati ad assentire, mangiati una banana, stai sprecando troppa energia, ti capisco, ma proprio non puoi, adesso, dirle quello che vorresti, ed era solito parlare tra sé, come fossero due persone separate. Perché per Narratovov il fratellino morto alla nascita qualche minuto prima che lui nascesse, in realtà, non era morto. Era in lui, non era l’Io, il super-io, o che. Era il suo fratellino. Il coetaneo assente, iperpresente. L’essente. Hai ragione, concluse Narratovov, faremo così, e ritornò alla realtà osservando il mondo esterno ed elaborando frammenti di percezione impossibile in micro risposte a lei, al suo intorno, alla politica sbagliata di quelli ultimi anni riguardo alle coste italiane. Maschere.

Altri e alti stabilimenti quasi a livello stradale. Dove albergano le casupole tutte uguali per l’estate. Narratovov sbucciò la banana e la salsedine delle labbra si addomesticò presto alla natura radioattiva del frutto molliccio e ormai del tutto marrone di caldo. Frutto climaterico. Alexia lo fissò socchiudendo gli occhi e camminandogli accanto e affranta. Le stava parlando del suo cuore, del suo maremoto interiore, e il fiato interrotto guastava il discorso, finché Narratovov non trasse dallo zaino un incarto di tovaglioli e si mise a sbucciare, poi si avventò avido e disperato sul frutto che era diventato marrone. Era caldo in treno e la partenza si era dislocata comodamente sul binario morto degli ultra-ritardi. E lei interruppe la sua triste litania: «Le banane vanno mangiate solo la mattina, non adesso, prima di cena!» E per un attimo, Narratovov fu felice che si parlasse della sua banana e non, per traslato, come era stato per tutto il pomeriggio, della banana altrui.

La donna che venne a prendere le ordinazioni era d’una bellezza, ovviamente, mediterranea, i capelli nerissimi raccolti in una crocchia le risaltavano la fronte abbronzata e facevano spiccare due occhi di profondità marine incontaminate. Alexia indossava un corpetto nero e la frangetta dipingeva un viso allungato e vivace. Giocava con sguardi alla sala. Ai tavoli v’erano famiglie numerose e coppie. Il tono della sua voce attirò ben presto l’attenzione e l’interesse esplose quando Alexia si alzò e si diresse alla toilette. Le gambe si mossero flessuose sui tacchi e la condussero, dentro uno stretto tubicino di seta, a sparire dietro la porta a soffietto della toilette. Narratovov rimase da solo: Appena sarà tornata le diremo quanto le devi. Ma non essere troppo diretto, non essere troppo egoista. Lasciale un bel ricordo. Lei ti vuole bene come se ne vuole a un fratello. Per lei, sei una persona speciale e anche lei lo è per te.
Giusto, hai ragione, rifletteva Narratovov rispondendo a se stesso, all’altro se stesso. Incrociò le mani, i gomiti sul tavolo e il volto sulle crocchie delle dita. Non sembrava una cena, ma un esame.

Gli occhi intorno erano tornati sui piatti. E non vi fu nessuno sguardo interessante per lui, giovane dagli occhi neri profondissimi, una fronte spaziosa imperlata di sudore e una cicatrice verticale arrossata dal sole del pomeriggio. Era curioso osservarlo bere e scrutare intorno. Con i grandi sopraccigli che infossavano ancora lo sguardo, dentro direzioni interiori. Nell’interiorità dei commensali. E forse è questo, pensò Narratovov, tu studi ogni movimento, ogni sguardo, e atteggiamento degli altri, per qualche strana dietrologia perversa, è per questo, si sentono studiati e così evitano il mio sguardo, per… e non fece in tempo a terminare che Alexia fece ritorno, attraversando la sala da gran diva, non che lo ostentasse, e gran donna e si sedette, conscia, e tranquilla, degli sguardi altrui, di uomini e donne.

Dopo aver brindato, a loro, alla loro amicizia, le posate iniziarono a festeggiare con la ceramica. Narratovov sapeva che adesso non poteva più rimandare. E che non c’era più il suo fratellino. Adesso c’era la realtà, polposa e un po’ cruda come la carne di quel pesce. Metallica come il freddo luccichio delle posate. Stava sudando. Alexia sbocconcellava e parlava, porzioni di cibo e particelle articolate di discorsi. Un’orbita armonica che la distraeva da lui. E per lui, il parlare di Alexia, era diventato un utile nascondiglio. Una giustificazione graziosa e signorile alla dilazione, la sua mancanza di coraggio. Narratovov ascoltava e intanto una voce remota e pungente lo assillava: Non posso rovinare tutto, se le dico la verità dimostrerei di non volere la sua gioia, la felicità, almeno, che le pare di provare ora, e lo divideva: Eppure, devo. Se non le dicessi nulla, la cosa diventerebbe falsa, solo una malriuscita messa in scena. Parlale: non farai male a lei più di quanto ne stia facendo tu a te, ora, e a lei a lungo termine. Perché a un certo punto, te lo chiederà lei stessa. Lo farà lei, e sarà peggiore. E come due uomini muscolosi del circo, sudati e stanchi, che tirano la corda da parti opposte, Narratovov si sforzava di mantenere quest’assurdo pareggio tra dire e non dire, che lo immobilizzava tirando da parti opposte.

La fronte imperlata di sudore, e gli pareva che il pavimento tremasse. Tutto il mondo, in quella sala soffocante di odori, vocii, bagliori di lampadari finti e musica, schianti di posate in cucina come rane metalliche, a ogni soffio di porta, la nenia del personale, l’odore dell’inchiostro delle ordinazioni, tutto lo stava osservando e stordendo, e lui avrebbe voluto cancellare il tempo, bruciarlo in un’azione utile e definitiva. Alzarsi e andare via. E mascherare la codardia in una forma raffinata di compassione e altruismo. Come nella bocca di sabbie mobili lo sforzo di sfuggire provoca la reazione opposta, lui, ormai, aveva il corpo inghiottito fino al collo, e sarebbe sceso giù, ancora di più, se non avesse miracolosamente trovato le parole.

Alexia alzò lo sguardo luccicante, due perle nere sul volto affilato, le guancie carezzavano con delicata decisione il pasto nudo, mandò giù e la gola ebbe un lieve fremito, infine le mani lasciarono il piano della tovaglia e sparirono sotto il tavolo, risalendo con un tovagliolo che le sfiorò le labbra. Narratovov afferrò il bicchiere come fosse un sostegno, o uno scettro, come incastrando la prima gamba nello sci.
Alexia sorrise e disse: «Allora, caro Narratovov, sei pensieroso, qualcosa non va?» e lo guardò, si fece intendere. Lo aveva accolto.
Parla. Dimmi quello che sai. Dillo, ti prego, pensò per la prima volta in tutta la giornata Alexia, e adesso lo fissava, con la sicurezza di chi aspetta il treno, dopo una lunga attesa, apparire all’inizio della curva.

Narratovov posò il calice di vino bianco senza smettere di studiare Alexia. Attento, con la stessa intensità che metteva per non urtare la base rotonda del bicchiere contro l’orlo dell’ovale di ceramica del piatto istoriato di grani e paesaggi umani locali.
Alexia si portò una mano all’orecchino destro che non aveva e iniziò a disturbarsi il foro del lobo. Si mise in docile attesa e Narratovov, mosso leggermente il corpo sulla sedia di velluto un po’ sdrucito, parlò.

Gianluca Garrapa

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