ROCK CRIMINAL #5: YELLOW DOGS

Rock Criminal è la rubrica di Sergio Gilles Lacavalla dedicata alle storie nere del rock e dintorni. La quinta puntata ci rende edotti della vicenda degli Yellow Dogs, band iraniana di stanza a New York sciolta de facto l’11 novembre 2013, a colpi di rivoltella, dall’ex Free Keys Ali Akbar Mohammed Rafie.
Nella fotografia ci sono i Chow ritratti da Elisa Piatti.

L’obiettivo è la casa al 318 di Maujer Street. Lui la conosce bene: tre piani a East Williamsburg, New York. Lì ha vissuto i giorni dell’illusione. La breve stagione dei sogni di successo e della vita comunitaria. Dalla casa di Brooklyn, residenza degli Yellow Dogs, l’avevano cacciato. Lui li aveva minacciati. Loro l’avevano deriso. «Vi faccio fuori tutti. Poi mi ammazzo,» aveva detto Ali Akbar Mohammed Rafie, che adesso si fa chiamare Raefe Akhbar. L’azione è prevista per le ore 00.00 di lunedì 11 novembre 2013. È arrivato il momento di usare il suo Century Sporter calibro .308 semiautomatico, canna 18 pollici, peso 8 libbre. La sua unica compagnia nel misero buco a Ridgewood.

Nell’appartamento del Queens, dove si era rinchiuso dal maggio 2012, può ripercorrere tutte le fasi della sua caduta. Non ci sono più le ragazze nude e le droghe, niente alcol né musica rock, non ci sono più i suoi ex amici, gli Yellow Dogs, né la sua vecchia band, i Free Keys: non c’è più nessuno a distrarlo. Prima l’avevano portato via dall’Iran con il sogno di diventare famosi e per sottrarsi alle persecuzioni del regime di Ahmadinejād – che li aveva presi di mira da quando, nel 2009, il documentario No One Knows About Persian Cats di Bahman Ghobadi aveva rivelato al Festival del Cinema di Cannes e al mondo intero la scena rock underground di Teheran e quelli che, secondo i dettami della Guida Suprema l’Āyatollāh Ali Khāmeneī, ne erano i peccati – poi l’avevano truffato: loro avevano ottenuto l’asilo politico e a lui il manager degli Yellow Dogs, Ali Salehezadeh, aveva rubato 875 dollari per il rinnovo di un permesso di soggiorno mai arrivato. Una notte, in strada davanti all’Union Pool al 484 di Union Ave, Rafie si era azzuffato con Anthony Azar, il bassista che aveva occupato il suo posto nei Free Keys, per la rivalità, per quella faccenda dei soldi o per una storia di donne. Anthony lo prendeva a pugni e lui rideva. «Tanto te la faccio pagare, a te e a tutti gli altri».

Un tempo erano amici. Adesso si erano coalizzati contro di lui, sosteneva AK, come lo chiamavano a Williamsburg. Lo accusavano di aver rubato degli strumenti dalla casa di Maujer Street e di esserseli rivenduti. Raefe era cambiato. Dimagriva, stava diventando calvo. Gli altri suonavano alla Knitting Factory e al Brooklyn Bowl, con quei lunghi capelli neri che agitavano sul palco. Lui lavorava come corriere per la Breakaway, una ditta di spedizioni, e girava con il berretto in testa, parlava poco l’inglese ed era infelice. Poi, a fine ottobre 2013, lasciò il lavoro, perché a suo dire anche lì lo fregavano. Gli rubarono pure la moto e il cellulare. Provò a suicidarsi con delle pillole. Non ci riuscì. Lo scrisse su Facebook. Lo schernirono. «Tagliati le vene,» gli rispose qualcuno. Ma adesso che ha messo la foto del suo fucile d’assalto, vediamo se hanno ancora voglia di ridere. Con sé ha cinque caricatori, per un totale di cento colpi. Sufficienti per fare una strage.

L’ora è scoccata. Entra nell’edificio attraverso la terrazza del palazzo accanto. Il primo a essere colpito, dalla finestra del terzo piano, è Ali Eskandarian, trentacinque anni, cantautore e scrittore, colpito in pieno petto nel suo letto. Al rumore degli spari, Soroush “Looloosh” Farazmand, degli Yellow Dogs, ventisette anni, esce dalla sua stanza: è freddato da Ak che, sceso al secondo piano, fa fuori anche il fratello del chitarrista, il ventottenne batterista Arash. Gli altri due Yellow Dogs in quel momento non sono presenti: Siavash “Obash” Karampour, cantante, e Kourosh “Koory” Mirzaei, bassista, sono a lavoro (galleria d’arte il primo, bar sull’Upper West Side il secondo). Neanche Ali Salehezadeh è in casa, è in Brasile dall’ex moglie: nel suo alloggio c’è una coppia in subaffitto, sono sotto la doccia, Raefe Akhbar spara anche a loro, ma non li colpisce, si riparano dietro la vasca da bagno. Con due proiettili ferisce invece a un braccio Sot, che insieme a Icy forma la coppia di stencil artist iraniani Icy and Sot, ospiti della band. Icy riesce a chiamare il 911.
AK torna al terzo piano ed entra nella camera del chitarrista dei Free Keys Pooya Hosseini. «Esci da lì, ti ho visto,» dice Raefe a Pooya, nascosto dietro a un appendiabiti. Hosseini prova a parlargli, a ricordargli i tempi di Teheran, i primi concerti, le ambizioni e il loro arrivo a New York, pieni di grandi speranze. Ma Raefe Akhbar non ha più speranze. «Perché stai facendo tutto questo?» gli chiede Pooya. Rafie farnetica di un complotto massonico contro di lui e altre assurdità, come racconterà più tardi Hosseini al New York Times. Anche la sorella dell’assassino in seguito avrebbe parlato di un trama giudaico massonico per screditare il suo paese nei negoziati in corso sul nucleare iraniano. Le autorità iraniane dichiararono che un fatto del genere non sarebbe mai potuto accadere nel loro paese. «Hai ottenuto il tuo scopo, adesso basta,» gli dice ancora Pooya. «Era stranamente tranquillo e ripeteva di una missione da compiere: uccidere tutti e quindi sacrificarsi.» Allah è il più grande. L’America corrompe chiunque.

Un momento di distrazione, dovuto al suono delle sirene della polizia in strada, una colluttazione tra i due, volano pallottole. Pooya si finge ferito, poi si accorge che il caricatore di Raefe ha finito i colpi, prova a disarmarlo, mentre Akhbar cerca inutilmente di ricaricare la sua arma. Non ce la fa neanche a fermarlo nella sua fuga verso il tetto, dove Rafie tenta di trascinarlo con sé. Ali Akbar Mohammed Rafie, ventinove anni, si chiude la porta del terrazzo alle spalle, ricarica e si spara. Lo trovano riverso su un fianco. Intorno, una macchia di sangue si spande sul pavimento bianco. Vicino al suo corpo senza vita, il fucile d’assalto di progettazione spagnola e fabbricazione americana pagato 690 dollari. Meno di un permesso di soggiorno. Più facile da ottenere.

Sergio Gilles Lacavalla

Annunci

One thought on “ROCK CRIMINAL #5: YELLOW DOGS

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...