CASUAL FRIDAY #15: ELLIS VUOLE LA LUNA

Casual Friday è la rubrica di Verde nata per promuovere un nuovo reading code. Ogni settimana un racconto inedito di un autore diverso che cercherà di farvi ridere, divertirvi o semplicemente imbarazzarvi. Oggi tocca ad Andrea Frau con Ellis vuole la luna. È venerdì, rilassati!
Fotografia di Elisa Piatti (Recording session with Chow).

Raffaello, un nano con la faccia butterata come la superficie lunare, non si era mai commosso; un sentimento genuino, come noi lo intendiamo, non era mai atterrato sul suo volto. C’era un vecchio filmato del giorno della sua prima comunione in cui sembrava emozionato, ma qualunque persona minimamente realistica, non per forza dedita ai complottismi, avrebbe notato la finzione della sua commozione. Uno che sa fingere già da bambino è pericoloso. Il suo viso non era mai stato solcato da una lacrima; spediteci pure un rover, un’astromobile, non troverete nulla. La sua faccia, proprio come la luna, era in grado di influenzare l’umore della gente: provocava sentimenti di repulsione e ribrezzo; maree di vomito ai più emotivi; sfasava i cicli mestruali.

Quand’era bambino indossava sempre un casco d’astronauta giocattolo per ostentare un’innocenza irreale. Sicuramente quand’era solo non perdeva tempo con i giochi di fantasia, ma escogitava vendette. L’unica cosa certa è che Raffaello volesse lasciare al più presto casa sua; una situazione familiare non facile, un’infanzia sporcata in fretta nella quale non ci addentreremo soprattutto per amor d’igiene; infanzia difficile che secondo il nostro condiviso darwinismo sociale non dovrebbe suscitare in noi pietismi o debolezze sentimentali. Questo essere umano dalle dimensioni ridotte in scala sembrava nutrire qualche sentimento degno di nota solo per una prostituta, la sua prostituta: l’androgina Ellis.

La giovane aveva i capelli corti, era pallida, indossava sempre pantaloni di pelle e t-shirt nere. Ellis non era il suo vero nome. Neanche Raffaello lo conosceva, e anche se l’avesse saputo non lo avrebbe detto a nessuno, men che meno a un narratore insensibile e arido che non prova alcuna compassione per lui. La ragazza era scappata da casa, stanca della routine alcol-botte-urla-pianti-scopata riappacificatrice, leit motiv della relazione tra i suoi genitori. S’era stancata letteralmente, annoiata per esser precisi; il padre non ci metteva più quella passione di un tempo, la madre sembrava un’attricetta costretta a ripetere da anni la stessa parte senza più credibilità. Lei incassava i colpi come l’ultimo Rocky, entrambi si trascinavano stanchi, come se quel rito fosse ineludibile e automatico. Ellis prese con sé pochi soldi, il libro della piccola fiammiferaia e la medaglietta della sua gatta Gertrude, chiamata così in onore della santa belga che liberò le campagne dai topi con l’aiuto di centinaia di gatti. Gertrude rimase a casa, non meritava la libertà.

Ellis aveva 12 anni quando conobbe un appena trentenne Raffaello. Raffaello appena la vide non ebbe dubbi e non perse tempo: la costrinse da subito a prostituirsi. La raccolse dalla strada per ributtarcela, ma stavolta con uno scopo. Il nano prendeva tutti i soldi, a lei dava giusto il tanto per sopravvivere, come un amorevole governo paternalista. I due non parlavano molto, mangiavano sempre nella stessa trattoria e dormivano in un appartamento occupato. Raffaello non la toccò mai, né con violenza, né con tenerezza. Come il sindaco di una grande città, il magnaccia tascabile concentrava l’attenzione della sua amministrazione sul centro, nella zona più viva e frequentata, insomma, sulla sua vagina, tralasciando la periferia dei suoi sentimenti e dei suoi desideri. Si occupava di lei in maniera superficiale, come ci si occupa di una macchina (c’è gente che chiama per nome la propria auto, quindi evitiamo i giudizi). Il ginecologo, un vecchio radiato dall’albo, buon amico del nano, le faceva il tagliando di quando in quando e curiosamente aveva lo studio proprio dentro l’officina di un meccanico.

Non era chiaro se Ellis fosse soddisfatta di quella vita. Il mini-amministratore del suo apparato genitale non conosceva altrettanto bene la sua testa, non si fidava pienamente della ragazza e non provava a saperne di più. La giovane era molto richiesta, nei fine settimana la sua camera era frequentata più di Ellis Island nei primi del ‘900. Quando gli immigrati approdavano nell’isolotto di New York c’era La Statua della Libertà ad accoglierli: a dare il benvenuto ai clienti di Ellis c’era un nano.
Raffaello prendeva i soldi prima del rapporto e ispezionava il membro del candidato con una torcia. Le sue ispezioni erano accurate come quelle che subivano gli italiani, o gli irlandesi, che giungevano ad Ellis Island. Se trovava qualche macchia sospetta, qualche deformità o stranezza, il protettore cacciava il cliente che veniva marchiato a vita come “inadatto a calcare il suolo di Ellis”.

Un cliente di Ellis, un giovane magistrato che da lei voleva soltanto essere masturbato, si innamorò della donna. Si era messo in testa di liberarla dal presunto giogo che la imprigionava, con velleità messianiche, quasi come un tribuno che si proponesse di salvare l’Italia dalla corruzione, il malaffare e le piccole raccomandazioni. Il provetto salvatore seguì Ellis dopo la sessione dell’orgasmo triste. La vide infilarsi in un palazzo, con uno scatto entrò dopo di lei, senza farsi vedere. Lei entrò a casa. L’uomo sparò alla serratura col silenziatore, diede un calcio alla porta e vide Raffaello il nano seduto sul divano. Guardalo, questo nano di merda, stravaccato in poltrona a godersi la partita, a bere birra, mentre il povero angelo viene deturpato da mostri schifosi, tutto perché lui possa godersi la sua partita del cazzo! Un nano che si compra le tute da ginnastica nel reparto bambini, è ridicolo, si muove in maniera goffa, ma non devo farmi distrarre, il diavolo può nascondersi anche dietro l’aspetto di un omino ridicolo e goffo.
Il pappone si prese una pallottola in piena fronte.
Ellis urlò: «Cosa gli hai fatto?»
«Sei libera finalmente, potremo scappare insieme!» disse l’eroe.
«Ma chi cazzo sei, cosa vuoi da me? Pezzo di merda!»

Nessuna fanfara, nessuna banda di paese ad accogliere l’eroe e a celebrarne le gesta, nessun finale alla Taxy Driver: Ellis evidentemente era preda della sindrome di Stoccolma. Nella testa del magistrato un turbinio di pensieri: Sicuramente sbaglia lei, sì, per forza, lui l’ha plagiata, le ha fatto il lavaggio del cervello, una lavanda vaginale cerebrale, le pomate spermicide le hanno ucciso i sentimenti, ottenebrato la capacità di giudizio, ora è confusa, mi prenderò io cura di lei.
Ellis era inginocchiata, con il volto di Raffaello tra le mani, piangeva. Il ciondolo della gatta Gertrude penzolava dal suo collo, dalla strada si udirono miagolii e lamenti felini. Fosse stata una favola un esercito di gatti l’avrebbe aiutata e ucciso il ratto, ma proprio come durante la sua infanzia nessuno le venne in soccorso. Anzi, il cavaliere-ratto le sparò alla schiena e la portò in salvo, lontano da Raffaello e dai gatti.

Un anno dopo
Ellis è su una sedia a rotelle e il suo principe si prende cura di lei. Sfortunatamente le ha dovuto recidere la lingua e infibularle le labbra, cucirgliele con ago e filo per dare un taglio agli insulti, agli sputi e alle suppliche.
Ogni notte, quando la mette a dormire, il topo gigante le sussura: «Amore, forse un giorno capirai, e vivremo felici e contenti».
Ellis lo aspetta anche stanotte; si è cosparsa tutto il corpo con veleno per topi. Questa notte, quando verrà a baciarla, finalmente sarà libera.

Andrea Frau

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