STORIE NERE #7: EMANUELA

Verde 13, giugno 2013 (In copertina: Emera, Il volto della notte)

Verde 13, giugno 2013 (In copertina: Emera, Il volto della notte)

La settima delle Storie Nere è stata pubblicata nel numero 13 del cartaceo di Verde (giugno 2013). Emanuela è l’unico racconto di Luca Carelli a ispirarsi a un caso mainstream di nera, il più intricato e dibattuto mediaticamente negli ultimi anni. Lo fa, a ridosso del trentennale della sparizione di Emanuela Orlandi, con i soliti ingredienti: accenni velati alla vicenda, nessuna ricostruzione, molta rifrazione, sedicente biografismo. Qui in redazione qualcuno la definisce cronaca nera metafisica, per altri invece è roboante e la botta non arriva.

Ho conosciuto Emanuela trent’anni fa, sui muri della città che in un attimo, dal tramonto all’alba, si riempirono di quella foto sgranata che scrutava tutti dall’alto, in una fissità ipnotizzante e misteriosa che rivista oggi fa venire i brividi. In ogni quartiere, in tutte le strade, nei vicoli ciechi e nei cortili privati, Emanuela sorrideva come in uno di quei manifesti inquietanti che seguono lo sguardo in ogni direzione: una stereo-illusione pop – Andy Warhol non avrebbe saputo immaginarla meglio – che incendiava la città già avvolta dalle fiamme di un’estate spietata.

Abitavo da un anno all’Esquilino, dove avevo trovato un albergo sincero nella mancanza di equilibrio che mi portavo dietro. Il mio primo romanzo era appena stato pubblicato e già mi vantavo di non essere letto da nessuno, ma in quei giorni stavo lavorando al suo seguito, il libro che nella mia testa avrebbe dovuto sopire il conflitto e il disorientamento tra quello che desideravo e ciò che temevo di essere diventato.
Quell’estate, foriera di nulla come sempre, sarebbe passata nell’impressione, non già un ricordo, di un tempo inutile e appiccicoso, se non si fosse prestata, suo malgrado, a grancassa emozionale di quello che, a prima vista, appariva come l’ennesimo e banale caso di sparizione di una minorenne a Roma.
Fu il tempo a dirci che ci sbagliavamo.

“Dal 1974 ad oggi in Italia risultano scomparse 25229 persone di cui 10000 minori e 15000 stranieri. Le persone che inizialmente erano scomparse e poi sono state ritrovate ammontano a 65858. Le regioni più colpite sono il Lazio e la Lombardia seguita dalla Campania e dalla Sicilia.”

La cronaca nera assillava sopra ogni cosa il mio immaginario e quello dei miei sodali: ad ossessionarci, di sparizioni estranee e lontane, era una domanda ripetuta all’infinito che tradiva, allo stesso tempo, tensione e invidia: come si fa, ci chiedevamo in pieno transfert escapista, a svanire completamente dalla realtà, senza pietà per le ancelle della memoria che restano a vegliare? Erano casi, inutile puntualizzarlo adesso, di costrizione surrettizia che nulla avevano a che fare con la nostra volontà di azzeramento e di castigo, da noi confusa banalmente per libertà di identificarci con le vittime e di contrastare quelli che chiamavamo i carnefici di secondo grado, i parenti degli scomparsi che elevavano, ad arbitrio generale, sentimenti ingestibili e irrazionali.

Ovunque ci girassimo, Emanuela era presente: in televisione, nelle chiacchiere da bar, sul Messaggero, sul Tempo e nelle gloriose pagine di cronaca nera dell’Unità – l’unico motivo per cui leggevamo ancora il giornale del Partito – nelle sale d’aspetto di medici augusti di periferia e nei saloni sporchi e oscuri dei barbieri della Prenestina. Le sue fotografie cominciarono a circolare dappertutto, in un caleidoscopio confuso e seducente che non fissava alcun punto e non serviva a nessuno scopo, se non a oscurare ed esaltare l’inspiegabile icona scelta per i 3000 – si seppe più tardi – manifesti ufficiali affissi nel giro di due giorni in città, ovunque la colla facesse presa sotto la carta; da subito, e inevitabilmente, quei cartelloni blu polizia ci apparvero come santini beffardi e sinistri che mai avrebbero permesso un riconoscimento, tutt’al più l’introiettamento di un’espressione luminosa persa nel tempo e nello spazio.

Quando la vicenda divenne una narrazione, quando cioè si fece ordito intricato e insondabile, quando gli intrecci e i colpi di scena cominciarono ad affastellarsi senza alcuna logica e nessun rigore, quando la sparizione divenne il caso maestro per la televisione di Stato, orchestrato con sapienza, ritmo e mestiere da sceneggiatori esperti e misteriosi – nell’ombra, ma non invisibili – cominciammo a seguire e studiare la storia di Emanuela come un manuale di scrittura performativa, dato in pasto a un pubblico ingenuo e famelico che fino ad allora non aveva mai vissuto nulla del genere. Lo show trasformò ben presto l’informazione in intrattenimento, con le sue tecniche rigorose e le sue strategie costantemente aggiornate, mai deludenti anche nelle ripetizioni le più noiose; seguirlo in ogni sua sfumatura fu un patto che potemmo stringere, senza venirne mai meno, con noi stessi, la nostra empatia e il nostro culto del dolore, nel momento in cui fu chiaro – agli albori, quando la storia divenne una tavola imbandita che s’offriva a chiunque – che non si trattava delle sorti di Emanuela – lei che non baccanò mai al suo banchetto e non salì mai sulla giostra in cui vollero trasformarla – ma di un giocattolo oscuro che le ancelle della memoria cominciarono a reclamare per ravvivare le loro giornate, abbaiando senza lacrime al vento di verità e giustizia, non curanti dell’adagio popolare che vuole dentro la famiglia, prima che altrove, le colpe da perseguire per deframmentare con successo urla, dolore, sofferenza e castigo di una sparizione.

Emanuela Orlandi, quindicenne cittadina vaticana, viene avvistata per l’ultima volta il 22 giugno 1983 su Corso Rinascimento, a Roma: da allora la sua sparizione rappresenta uno dei casi più intricati, misteriosi e inspiegabili di depistaggi incrociati d’altissimo livello, inaugurati da Karol Wojtyla il 3 luglio 1983. Da subito si è tentato di far passare il caso per un rapimento politico internazionale contro il papato o un ricatto a scopo estorsivo ai danni dello Ior (ad opera dei Lupi Grigi, dei servizi segreti bulgari, sovietici, tedeschi, iraniani, di Marcinkus o della Banda della Magliana), fino alla recente teoria delle messe nere pedofile a San Pietro. Nell’aprile del 2013 il fotografo romano Marco Fassoni Accetti si è autoaccusato delle sparizioni di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori: le due ragazze sarebbero state rapite da una fazione vaticana di intelligence contraria alla politica anticomunista condotta all’epoca da Papa Giovanni Giovanni Paolo II. Si sarebbe trattato, ha dichiarato Accetti, di un finto rapimento di cui le famiglie erano a conoscenza e consenzienti. Il 5 maggio 2015 la Procura di Roma ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta e il rinvio a giudizio di Accetti per calunnia e autocalunnia.

Pino Nicotri: Triplo Inganno (Blitz Quotidiano)
Caso Orlandi: pensieri, parole, opere ed omissioni (Dino Marafioti, Radio Radicale)
A proposito di Marco Fassoni Accetti (Blitz Quotidiano)

Luca Carelli

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